Lavoce.info

Non sarà la flat tax incrementale a farci alzare dal divano

Per i lavoratori dipendenti la coalizione di centrodestra propone di tassare gli aumenti di stipendio con una flat tax del 15 per cento. L’obiettivo è spingere le persone a migliorare la propria posizione. Ma i risparmi di imposta sono troppo esigui.

Il programma elettorale del Centrodestra, al paragrafo 4, prevede una “estensione della flat tax per le partite Iva fino a 100 mila euro di fatturato, flat tax su incremento di reddito rispetto alle annualità precedenti, con la prospettiva di ulteriore ampliamento per famiglie e imprese”. Sul programma c’è l’accordo di tutti e tre i maggiori partiti della coalizione (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia), dunque sembra ragionevole supporre che le proposte di flat tax di Lega e Forza Italia, di cui ampliamente si è discusso nei media (qui e qui) e anche su questo sito (qui, qui e qui), siano per il momento accantonate.

Da quanto enunciato nel programma, il Centrodestra prevede due regimi di tassazione differenti. Per le partite Iva, di fatto si configura una flat tax quasi generalizzata, pari al 15 per cento del reddito, visto che è previsto l’ampliamento dell’attuale platea dei beneficiari da 65 mila a 100 mila euro di fatturato. Per tutti gli altri, in gran parte lavoratori dipendenti e pensionati, si continuerebbe ad applicare l’attuale Irpef, esclusi però gli incrementi di reddito, su cui presumibilmente si applicherebbe il 15 per cento, come mostrano i progetti di legge AC 1501 e AC 1061.

Violato il principio di equità orizzontale

Se passasse questa linea, sarebbe più che consolidata la violazione del cosiddetto principio di equità orizzontale, che vorrebbe che contribuenti con redditi uguali fossero trattati allo stesso modo. A un professionista (quindi con partita Iva) con fatturato, al netto dei contributi, di 80 mila euro all’anno, applicando l’attuale coefficiente di redditività (78 per cento) previsto dalla legge, corrisponde un reddito di 62.400 euro. Con la flat tax al 15 per cento proposta dal Centrodestra pagherebbe un’imposta di 9.360 euro. Un dirigente pubblico con identico reddito, che è molto vicino alla media di reddito riportata dall’Istat, con l’attuale sistema a quattro scaglioni Irpef, tenuto conto della media delle detrazioni di cui usufruirebbe (dati Mef), pagherebbe circa 18 mila euro, il 29 per cento del suo reddito lordo contro il 15 per cento pagato dal lavoratore autonomo. Tra i due, ci sarebbe quindi una differenza di imposta pari a 8.640 euro. Questa eclatante differenza di trattamento dovrebbe essere spiegata e giustificata agli elettori lavoratori dipendenti.

Leggi anche:  Togliamo di circolazione il contante*

La flat tax incrementale

Per i lavoratori dipendenti il Centrodestra sembra invece aver virato verso la tassazione del reddito incrementale. Ciò vuol dire che se un lavoratore dipendente nel 2022 guadagna 32 mila euro e nel 2023 il suo stipendio lordo diventa 33 mila, nel 2023 verrà tassato con il sistema attuale di scaglioni Irpef su 32 mila euro e con un’unica aliquota al 15 per cento su 1.000 euro. Secondo quanto dichiarato da Maurizio Leo, responsabile economico di Fratelli d’Italia, questo tipo di tassazione rappresenta: “uno stimolo, temporaneo ancorché decisivo, ad alzarsi dal divano, a darsi da fare […]”.

Verifichiamo con due esempi numerici qual è il risparmio di imposta derivante dall’applicazione della flat tax incrementale che dovrebbe stimolare i lavoratori ad aumentare i propri redditi.

Utilizziamo i dati Istat relativi alle retribuzioni contrattuali dei dipendenti nella pubblica amministrazione, che sono più di 3,2 milioni e che, nell’immaginario collettivo, sono quelli più accusati di “prendersela comoda”. La Figura 1 mette a confronto l’evoluzione dell’incremento medio della retribuzione di un dirigente e di un impiegato pubblico negli ultimi anni. Il dirigente registra un incremento medio annuale nel 2017 di 300 euro con un balzo nel 2021 a quasi 1.600 euro. Per l’impiegato si registra un incremento medio nel 2017 simile a quello del dirigente, poi la variazione positiva diminuisce fino ad arrivare nel 2020 a 100 euro. È evidente come vi sia un’asimmetria importante nella base imponibile incrementale tra il dirigente e l’impiegato, che si rifletterà nei relativi risparmi di imposta.

Utilizzando le retribuzioni contrattuali medie del 2021, applichiamo ora l’imposta incrementale alle due categorie. Il reddito medio per un dirigente pubblico nel 2021 è di 69 mila euro, mentre per un impiegato è di 28 mila euro. Prudenzialmente ipotizziamo nel 2022 un incremento di reddito pari alla media storica degli ultimi tre anni, che corrisponde a 1.250 euro per il dirigente e a 100 euro per l’impiegato.

Leggi anche:  Undici anni di cedolare secca: un bilancio

L’Irpef netta calcolata con l’attuale sistema nel 2022 sui redditi incrementati risulta per il dirigente di 21.358 euro (30,4 per cento incidenza Irpef su reddito lordo) e per l’impiegato di 4.754 euro (16,92 per cento). Nel 2022, applicando il 15 per cento all’incremento di reddito annuale, il dirigente paga 21.008 euro (29,9 per cento incidenza Irpef su reddito lordo) e l’impiegato paga 4.734 euro (16,85 per cento). Quindi, per il dirigente la diminuzione di imposta è di 350 euro e per l’impiegato di 20 euro. Si registra dunque una esigua diminuzione della pressione fiscale: sul dirigente di 0,5 punti percentuali (=30,4-29,9 per cento) e sull’impiegato di 0,07 punti percentuali (=16,92-16,85 per cento). La diminuzione della pressione fiscale complessiva (dirigente + impiegato) sarebbe di 0,57 punti percentuali. Si tratta di risparmi di imposta molto contenuti, tanto che francamente si fatica a pensare che possano incentivare comportamenti finalizzati a incrementare il reddito del contribuente. Nel caso, comunque remoto, in cui la tassazione incrementale avesse effetto sulle scelte dei lavoratori, si potrebbero poi verificare comportamenti opportunistici finalizzati ad avere incrementi di reddito ad anni alterni.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Welfare fiscale, scorciatoia per il consenso politico

Precedente

Il Punto

Successivo

Nuova vita per i distretti*

  1. Paolo

    I risultati reali saranno ancora inferiori a quanto calcolato, perchè tra accorpamenti, riduzioni, quote 100 e altre amenità i dirigenti intermedi (come il sottoscritto) sono in via di estinzione, e quindi buona parte dell’aumento mostrato sulla retribuzione dirigenziale, in realtà è generato da un aumento del peso sulla media degli apicali, a stipendi reali pressochè immobili (un po’ come quando durante le crisi più acute aumentano le retribuzioni medie: perchè chi guadagna di meno è anche quello con meno tutele e quindi è il primo che viene licenziato).

  2. B.B.

    …………………….Questa eclatante differenza di trattamento dovrebbe essere spiegata e giustificata agli elettori lavoratori dipendenti…………………………..

    Gli elettori lavoratori dipendenti conoscono molto bene le difficltà intrinseche al lavoro autonomo:(cercarsi il lavoro-svolgerlo con competenza ed efficienza-farselo accettare-riscuoterlo)

  3. Daniele Marcantoni

    Mi spieghi lei per quale motivo un maggior grado di rischio del lavoro autonomo dovrebbe essere compensato da minori tasse a carico dello stato? Seguendo questo ragionamento dovremmo diversificare anche tra lavoratori dipendenti visto che quelli della PA sono maggiormente garantiti rispetto a quelli privati. Che facciamo, chiediamo più tasse ai dipendenti pubblici e meno a quelli privati? È chiaramente una cosa priva di senso. La quota di tasse dovuta dovrebbe essere funzione della sola capacità contributiva, in un paese veramente liberale. Saluti.

    • Drluber

      Glielo spiego io,essendo un autonomo:
      0 tutela in caso di infortunio
      0 ferie pagate
      0 tutela in caso di malattia
      0 trattamento di fine rapporto
      0 aumenti di guadagno in caso di lavoro in giorni festivi
      rischio di impresa enorme
      Costi di gestione della attività infinitamente superiori al dipendente: un autonomo deve pagarsi tutto,dall’ufficio,al commercialista alla penna per scrivere il dipendente nulla avendo il piatto già pronto
      Obbligo di tasse anticipate anche in assenza di effettivo guadagno….
      Assurda Doppia tassazione (irpef e irap) per anni e anni

      Continuo?

  4. Drluber

    La verità è che per essere una tassazione veramente equa a parità di entrate l’autonomo dovrebbe pagare la metà del dipendente considerando tutti i fattori sopra evidenziati. Altro che flat tax ingiusta….
    Ma chi non è un autonomo e non vive in prima persona questa realtà ovviamente non potrà mai comprenderla…

  5. Daniele Marcantoni

    Caro Drubler mi ripeto, perché dovrebbe essere lo stato a farsi carico di queste differenze? E poi anche fosse vero ciò che dice, chi decide se l’autonomo deve pagare la metà, un terzo o un quarto di tasse del dipendente? Rimane il fatto che nessuno la obbliga a fare l’autonomo se pensa che sia così svantaggioso.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén