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La verità, vi prego, sulla flat tax

Ci sono tanti motivi per ritenere la flat tax, la cosiddetta “tassa piatta”, indesiderabile. Curiosamente, quasi nessuno di questi motivi viene utilizzato nel dibattito pubblico, che invece si concentra su altri che, nella maggior parte dei casi, sono totalmente – e insopportabilmente – fasulli.

Tassa piatta, incostituzionalità e il conto al ristorante

C’è una vignetta che imperversa sui social e che recita più o meno così: “Al ristorante qualcuno mangia l’aragosta e qualcuno mangia una pasta in bianco; alla fine, si paga alla romana e questo equivale alla flat tax”. Vista la diffusione della suddetta vignetta e la simpatia che sembra riscuotere in chi la pubblica, vale la pena di partire da qui. Innanzitutto, è sbagliata la premessa: l’esempio guarda infatti ai consumi (il cibo al ristorante) mentre la flat tax colpisce i redditi, indipendentemente da come uno li utilizza: a mangiare l’aragosta potrebbe essere una famiglia a basso reddito che vuole festeggiare una promozione o una laurea e chi mangia in bianco potrebbe essere un milionario che tenta l’ennesima e inutile dieta.

Lezione numero uno: l’imposta sul reddito guarda a quello che ogni mese entra nel portafoglio di chi è seduto al ristorante, non a come lo utilizza. Secondo, “pagare alla romana”, come tutti sanno, significa che si divide il conto in parti uguali (ma, già che ci siamo, vale la pena di leggersi cosa scrive l’Accademia della Crusca in merito). Questa è, invero, la definizione di “imposta in somma fissa”, una forma di imposizione fiscale odiosa sì dal punto di vista distributivo ma, poiché gli economisti sono brutte persone, considerata particolarmente efficiente e quindi, limitatamente a ciò, desiderabile. Ma non è questo il punto. Il punto è che, al contrario, la flat tax non è affatto nemmeno una “tassa piatta” come ormai la chiamano tutti. Non è una “tassa”, che è una forma di prelievo fiscale che finanzia servizi a domanda collettiva che creano esternalità (ad esempio, l’istruzione) bensì un’”imposta”, che invece è un prelievo obbligatorio senza vincolo di destinazione. Pur ammettendo che questa distinzione sia un vezzo da economisti (sempre loro!) di professione, resta il fatto che la flat tax non è nemmeno “piatta”: piatta è, semmai, l’aliquota, che non cambia (ed è quindi unica) e resta stabile allo stesso livello (per esempio, il 15, il 23 o il 30 per cento). Almeno così è dal punto di vista teorico: perché nella sua applicazione pratica è anche possibile che siano previste fasi di transizione, più o meno lunghe, in cui le aliquote sono molte di più.

E ancora: la flat tax non è nemmeno “proporzionale”. O meglio: uno la potrebbe anche strutturare come tale, ovviamente; ma l’idea originaria dell’imposta, e di fatto la sua applicazione ove questa è avvenuta, prevede sempre una serie di deduzioni e detrazioni (le cosiddette “spese fiscali” o “tax expenditures”) che diminuiscono rispettivamente base imponibile e imposta lorda e la rendono progressiva, esattamente come richiesto dalla Costituzione. Magari “meno progressiva” o “diversamente progressiva”: ma di certo non totalmente proporzionale. A proposito: la Costituzione, all’art. 53, richiede che sia “il sistema tributario” (non, quindi, un’imposta specifica) a essere “informato a criteri di progressività”. Curiosamente, oggi solo l’imposta sul reddito lo è davvero. L’Iva, per esempio, è la seconda imposta italiana e raccoglie ogni anno circa 150 miliardi di euro di gettito (contro i 200 miliardi di euro dell’Irpef). Ed è puramente proporzionale, con aliquote differenziate in base al bene tassato e non in base al reddito dell’acquirente. E così via per tutte le altre. Non si capisce quindi perché chi si lamenta della presunta incostituzionalità della flat tax non faccia lo stesso per le altre imposte. A proposito di incostituzionalità, però, e sperando che l’equivoco sulla progressività sia chiarito una volta per tutte, c’è da ammettere che un appiglio per gli “incostituzionalisti della flat tax” esiste davvero. Ma, nemmeno a farlo apposta, non viene quasi mai considerato.

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Qualcuno potrebbe sorprendersi per il fatto che oggi la flat tax esiste già: il reddito dei lavoratori a partita Iva è infatti tassato al 15 per cento (in alcuni casi addirittura al 5) per ricavi fino a 65 mila euro (cosiddetto “regime forfettario”). A leggere il programma di centrodestra per le elezioni emerge un’impostazione del tutto coerente con questo disegno: “Estensione della flat tax per le partite Iva fino a 100 mila euro di fatturato, flat tax su incremento di reddito rispetto alle annualità precedenti, con la prospettiva di ulteriore ampliamento per famiglie e imprese”. Ora, il fatto che il reddito da lavoro di una tipologia di contribuente (la partita Iva) sia tassato al 15 per cento (o al 5!) mentre quello, di pari ammontare, di un’altra tipologia di contribuente (ad esempio, un lavoratore dipendente) sia tassato con aliquota corrispondente allo scaglione Irpef in cui ricade (minimo, il 23 per cento) è, almeno secondo l’interpretazione di chi scrive, davvero incostituzionale. Perché non ci si può limitare a leggere solo il secondo comma dell’art. 53: il primo recita infatti che il criterio per suddividere il contributo alle spese pubbliche è quello della “capacità contributiva”. E la capacità contributiva di due individui che, ceteris paribus, guadagnano lo stesso reddito è ovviamente identica. Eppure – già oggi! – partita Iva e lavoratore dipendente sono soggetti a due aliquote diverse e quindi pagano due imposte differenti, anche a parità di reddito. E non è ancora finita (ma quasi).

Molti si lamentano che, grazie alla flat tax, un milionario pagherebbe la stessa proporzione di reddito di un povero. Al di là di quanto già scritto sulla progressività per deduzione e detrazione, la brutta sorpresa per chi sostiene questa affermazione è che anche l’attuale Irpef è soggetta allo stesso fenomeno. O quasi. Perché è vero che esistono quattro aliquote diverse, ma l’ultimo scaglione, quello dai 50 mila euro in su, è, per definizione, ad aliquota marginale unica (sempre al netto di eventuali deduzioni e detrazioni, sia chiaro, che, finché non si annullano, fanno aumentare l’aliquota media all’aumentare del reddito). Ora, non si può certo definire povero un individuo con reddito di 50 mila euro. Ma, francamente, nemmeno ricco. Eppure, questo individuo è inserito nello stesso scaglione del milionario. Anzi, e qui si conclude l’apologia, molto spesso è vero il contrario. Perché l’individuo con 50 mila euro, così come i suoi colleghi della cosiddetta classe media con redditi superiori a 35 mila (e inferiori a un tetto che ogni lettore può fissare in base alla propria opinione di “individuo ricco”), appartiene a quella porzione di cittadini che più contribuisce al gettito dell’Irpef. Dal 65 all’80 per cento del gettito totale dell’Irpef, a seconda, appunto di dove si fissa l’asticella della ricchezza. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di lavoratori, spesso dipendenti. I percettori di redditi più elevati (e in particolar modo molto più elevati), invece, percepiscono redditi di natura diversa, soggetti a una tassazione che sfugge alle maglie larghe dell’Irpef e quindi caratterizzata da aliquote addirittura inferiori a quel 43 per cento (o anche al 35 per cento del terzo scaglione). 

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E i percettori di redditi più bassi? In Italia, circa il 50 per cento dei cittadini non paga alcuna imposta sul reddito, proprio grazie a deduzioni e detrazioni che annullano il debito d’imposta. Sarebbe così scandaloso, quindi, permettere un po’ di respiro fiscale a una classe media che, di fatto, è l’unica porzione di cittadinanza che finanzia lo stato sociale senza, peraltro, poterne godere appieno? 

Pro e contro

La flat tax risolverebbe ogni problema? Assolutamente no. Come egregiamente argomentato più volte su questo sito, per esempio da Baldini e Rizzo per quanto riguarda l’effetto sulla spesa pubblica o quello sulle classi medie di una flat tax a parità di gettito, i problemi risolti non sembrano compensare quelli nuovi che verrebbero creati. Si tratta di ottimi argomenti da utilizzare per essere contrari a questa proposta. Al contrario, tutti gli altri, quelli fasulli, non fanno altro che inquinare il dibattito.

Se chiedessimo a dieci persone quale dovrebbe essere la priorità della prossima legislatura, otterremmo probabilmente dieci risposte diverse: ambiente, rivoluzione energetica, istruzione, lotta alla povertà, lavoro, etc. L’economista, magari pubblico, risponderà invece “la riforma del fisco”. L’ultima legislatura ci è andata vicino; tuttavia, l’eccessiva eterogeneità della maggioranza parlamentare ha reso impossibile concludere il processo di delega. Lo stato del dibattito attuale sulla flat tax fa presumere che la XIX legislatura non sarà molto meglio dell’attuale: e questa non è affatto una buona premessa, indipendentemente dalle opinioni, fiscali e non, di ogni elettore.

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20 commenti

  1. Alcide

    Il divario fra i dipendenti e le partite iva è ancora più ampio perché ci sono le addizionali e quindi abbiamo l’assurdo che il comune o la regione determinano l’aliquota di addizionale in modo da coprire i mancati gettiti della flat tax e quindi abbiamo che pensionati e dipendenti non solo non concorrono alle spese pubbliche in misura superiore alle partite iva in flat tax ma si fanno carico pure anche della quota di spesa pubblica di queste ultime. Per non parlare dell’assurdo del sindaco che impone ai cittadini l’addizionale comunale e poi non la paga perché ha la flat tax. E’ democrazia questa?
    Poi la flat tax unifica il prelievo fra dipendenti e pensionati ma ciò è assurdo perché i primi sopportano tutta una serie di spese per produrre il reddito che i secondi non hanno (es. trasporti, mangiare a mezzogiorno, vestirsi, colf o pranzo/doposcuola per i figli).
    Che poi l’irpef sia progressiva, lo è solo a livello di aliquote, dopo l’applicazione di esenzioni, deduzioni, detrazioni possiamo avere casi in cui chi ha più reddito paga meno irpef: ad es. i redditi agricoli sono esenti dall’irpef per cui gli agricoltori risultano a carico e quindi fanno scaricare al familiare tutti i loro oneri come i contributi previdenziali o i fondi pensione nonché godono della detrazione per familiare a carico per cui siamo in presenza di un’aliquota irpef negativa sui redditi agricoli.
    Oppure l’irpef cerca di venire incontro alle famiglie bisognose ma siccome il legislatore si è inventato il concetto di famiglia fiscale cioè basata sulla parentela includendo nuore, nonni, suoceri e compagnia cantante, si hanno risultati paradossali perché non viene considerato il nucleo anagrafico attuale: se i genitori hanno il reddito di cittadinanza ciò non impedisce di usufruire della detrazione per altri familiari a carico oppure i figli hanno un’attività in un paese straniero e quindi non hanno bisogno di sostentamento ma grazie al cambio ed al diverso tenore di vita possono risultare a carico oppure, ad esempio, una figlia esce dal nucleo familiare sposando uno sceicco e viene manutenuta da questi ma la detrazione per la figlia spetta vita natural durante ai genitori.

  2. Gabriele

    Da partita iva in regime forfettario, riconosco che il 15% per redditi fino a 65.000 € è un po’ poco, ma nella versione originaria, che prevedeva il 15% per redditi fino a 30.000 €, non mi pare affatto scandalosa. Certo resta la disparità di trattamento con un dipendente di pari reddito, ma anche stabilità, tutele e contributi non sono proprio uguali… A mio parere perciò nessuna disparità di trattamento, ma una doverosa diversità di trattamento per situazioni diverse.

    • Giuseppe Framarino

      E quindi i dipendenti devono pagare il premio di rischio di chi sceglie il lavoro autonomo? Non mi risulta che quando le cose vadano bene a chi ha un lavoro autonomo accada il contrario.

      • Michele Latora

        Facciamo cosî, prima Lei scrive un articolo su come far pagare le tasse a tutti i produttori di reddito e poi vediamo che sistema adottare.
        Nel frattempo che tutti, Lei incluso, pontificano, guarda caso pagano le tasse sempre e solo gli stessi.

    • Lorenzo

      Argomentazione seria.
      Già nella prima stesura togliere il 15% secco a chi guadagnava 15k€ (senza poter detrarre spese mediche etc.) significava lasciarlo con meno di 13k€ all’anno. Sarebbe stato meglio il 5%.
      Accomunare il contribuente da 50k€ citato nell’articolo allo stesso regime fiscale è una schiaffo fatale per il sistema socio-assistenziale

  3. Flat tax: grossa bufala elettorale
    L’art. 2 della Costituzione della Repubblica italiana dichiara esplicitamente di garantire “i diritti inviolabili dell’uomo…e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”: la solidarietà come istanza etica fondamentale, così come sopra richiamata, costituisce, pertanto, uno dei principali cardini della nostra costituzione ed il luogo dell’incontro e dell’interazione feconda tra giustizia e carità e ne esprime la necessaria correlazione, in una visione sempre più allargata di attenzione ai grandi squilibri tra le classi sociali.
    La flat tax (applicazione, cioè, di un’unica aliquota di imposta da applicare sul reddito delle persone fisiche, senza alcuna distinzione tra ricchi e poveri) che costituisce uno dei principali cavalli di battaglia previsti nel programma della destra, predisposto per le prossime elezioni di settembre, non si adegua certamente al suddetto “dovere inderogabile di solidarietà economica”.
    Non è il caso di approfondire tale preliminare argomento, dato che la flat tax proposta dalla destra è destinata a far presa solo su di una parte sprovveduta dell’elettorato, costituendo un’autentica bufala elettorale, essendo assolutamente inattuabile per le seguenti due elementari osservazioni.
    1.L’attuazione della suddetta flat tax (con aliquota prevista, variante tra il 23 ed il 15 per cento, secondo le indicazioni fornite rispettivamente da Berlusconi e Salvini) provocherebbe, infatti, un mostruoso buco nell’entrate dello Stato, senza alcuna previsione di copertura, compensabile solo in minima parte con una molto ipotetica riduzione dell’evasione fiscale.
    2.Il principio di un’unica aliquota da applicare (in misura proporzionale) al reddito delle persone fisiche, così come previsto dalla suddetta flat tax, risulterebbe, comunque, incostituzionale. L’art. 53 della nostra Costituzione prevede, infatti, testualmente che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”: è evidente e non merita, pertanto, ulteriori commenti come il concetto di “progressività” (in linea con il “dovere di solidarietà” previsto dal precedente art. 2) sia assolutamente incompatibile con quello di proporzionalità.
    D’altra parte non si capisce come la proposta della destra possa essere accolta con favore da parte della stragrande maggioranza degli elettori, per la sua evidente iniquità, dato che, a fronte di pochi spiccioli di incremento del proprio reddito da parte delle categorie meno abbienti, corrisponderebbe un notevolissimo incremento del reddito della classe (minoritaria) che dispone già di redditi superiori, provocando, così, un inammissibile inasprimento del divario oggi esistente.

  4. MARCO

    I redditi bassi non pagano irpef perché c’è già l’Iva con aliquote che non oso a definire da usura, quando fu introdotta, era al 12% oggi al 22%.
    La tassazione al 43% quindi compensa la troppa Iva che i redditi bassi pagano rispetto ai redditi alti ma non ho sinceramente nessun dato nessuno studio che lo dimostri.
    L’ideale, con l’attuale tecnologia sarebbe, che ognuno conservi scontrini parlanti per ogni cosa e a fine anno si fa la somma di Iva irpef imu etc, se la somma supera il 15% allora si è a credito altrimenti si paga la differenza, anche in questo caso non saprei se esistono già studi in merito.
    A proposito di incostituzionalita e progressività, è incostituzionale la norma che azzera le detrazioni (per alcune spese) sopra i 120k e contemporaneamente permette agli incapienti di rifarsi casa con zero euro grazie al superbonus 110%. Grazie.

  5. Giovanni

    Il limite di 65000 non è sul reddito ma sul fatturato per cassa. Il partita IVA si deve pagare i contributi più la cassa previdenziale di settore obbligatoria. I contributi attualmente sono circa il 27% e la cassa obbligatoria circa il 15% su quello che rimane si paga l’imposta sostitutiva. Quindi con il tetto a 65000 il vero reddito è poco più della metà. A quello poi si deve sottrarre per l’appunto l’imposta sostitutiva del 15% con un forfettario di deduzione calcolato dallo stato in base al settore lavorativo. Fine. Chi aderisce tra l’altro accettando il forfettario non può scaricare nemmeno le spese mediche. Ah dimenticavo, ferie non pagate, niente malattia, niente maternità. NIENTE.

  6. Firmin

    Mi piacerebbe che qualche politico, parafrasando Fantozzi, dicesse finalmente in pubblico che la flat tax è una boiata pazzesca. E mi piacerebbe ancora di più se spiegasse che i tagli alla spesa pubblica, indispensabili in caso di riduzione delle imposte, sono una fregatura per i contribuenti, perché questi sarebbero costretti ad acquistare a prezzi di mercato molti beni e servizi (a cominciare dalla sanità e dall’istruzione e per finire con le assicurazioni su malattia e vecchiaia) che oggi la PA offre a prezzi molto più vantaggiosi perché non incorporano quasi nessun margine d in ricarico sui costi di produzione. Ma forse chiedo troppo a chi cerca solo un consenso facile.

  7. Michele

    Stupisce un articolo così da un docente di Scienze delle Finanze del mio ateneo.
    Francamente mi sembra un’analisi un po’ superficiale. Mi permetto di evidenziare alcuni punti:
    1) Parlando di progressività, dice “L’Iva, per esempio, è la seconda imposta italiana […] e non in base al reddito dell’acquirente”. Cosa c’entra l’IVA (imposta diretta basata sul valore dei consumi) con l’Irpef (imposta diretta basata sui redditi)? L’autore parla di equivoco della proporzionalità da chiarire, ma è il primo ad avere un po’ di macedonia concettuale in testa (come tutti gli economisti che parlano di tasse senza conoscerle bene nei loro tecnicismi).
    2) Parlando di capacità contributiva, dice “Qualcuno potrebbe sorprendersi [..] per ricavi fino a 65 mila euro (cosiddetto “regime forfettario”)”. Premesso che non sono a favore di tale regime, ma qualcuno chiarisca all’autore che i ricavi a 65mila non sono paragonabili ai redditi da lavoro dipendente per la stessa cifra. Ricavo e reddito sono due cose diverse, in mezzo ci sono i costi (sia quelli per l’esercizio dell’attività sia quelli per oneri contributivi). Forse bisognerebbe ricordarlo.
    3) Infine, quando provocatoriamente ricorda che l’aliquota marginale per i redditi di 50 mila euro è la stessa del milionario (vero) dimentica di dire che rispetto al mare magnum dei contribuenti quelli che dichiarano redditi sopra il milione sono quattro gatti, e che siccome la maggior parte del loro reddito è tassato con l’aliquota più alta, pagano un’imposta molto più alta: al crescere del reddito cresce l’aliquota media. Per farla breve, la struttura delle aliquote attuali non pregiudica la progressività o il principio della capacità contributiva. Rielaborare su excel i dati disponibili su sito dell’AdE aiuta..

    • Paolo Balduzzi

      Gentile lettore, le confesso che a volte mi sorprende molto leggere dei commenti di persone che non hanno letto un articolo ma ritengono utile commentarlo, giusto per esprimere un’opinione. Oggi invece sono ancora più sorpreso dal constatare che qualcuno che l’articolo lo ha evidentemente letto (lei) non ha capito nulla o quasi di quanto c’è scritto. È davvero stupefacente. Nonostante abbia utilizzato un tono alquanto canzonatorio nei miei confronti, le suggerisco innanzitutto di provare a rileggerlo con calma. Tutti i punti critici che lei solleva se li è inventati: segno, secondo me, di una lettura troppo veloce. Se ancora ritiene di avere ragione a muovere le sue critiche, mi scriva pure in privato (paolo.balduzzi@unicatt.it) e con calma risponderò ai suoi punti. Nonostante, lo ammetto, il suo commento non faccia nulla per incentivarmi a dedicarle del tempo.

      • Michele

        Gentile professore, la sola cosa inventata è il tono canzonatorio che lei mi attribuisce. Sono piuttosto io, umile lettore, a non aver necessità di un confronto. Mi spiace notare che se l’è presa tanto da rispondermi in questo modo, ma per quanto io condivida quanto lei scrive a proposito del peso fiscale gravante sulla classe media o sulla necessità di non inquinare il dibattito sugli aspetti fiscali, sono costretto a ribadirlo: l’articolo è scritto veramente male.

  8. Attualmente la tassazione italiana è assurda. Allora faccio un esempio semplice . Famiglia monoreddito 50K all’anno e famiglia bi-reddito da 25k per genitore. Guardate tasse pagate, deduzioni e detrazioni e noterete che la famiglia monoreddito definita ricca e’ più povera di quella bi-reddito. Va inserito un equo quoziente familiare

  9. maurizio

    Egregio Prof,
    grazie per aver chiarito il campo sulla flat tax. Forse sono uno dei pochi, in questo forum, non totalemente contrario alla flat tax. Tuttavia, non credo l’applicazione sia credibile per i seguenti motivi:
    1. al 15% (o al 23%) ci sarebbe un buco fiscale gigante ed elettoralmente insostenibile per qualsiasi maggioranza, anche applicandola solo ai lavoratori (non ai pensionati) avremmo una perdita di gettito molto significativa;
    2. applicarla a “gettito costante” rischierebbe di far pagare più tasse a molti.

    La domanda quindi è, Prof, ritiene realmente possibile l’applicazione di una flat tax a tutti i lavoratori in Italia? Oppure, come ipotizzavo, il margine di finanza pubblica non lascia spazio se non per misure con pletea ristretta tipo le PIVA?

  10. Diego

    Mi risulta che per molte professioni il versamento alla eventuale cassa di settore sia alternativo e non aggiuntivo rispetto al 26% di versamento gestione separata (ad esempio biologi nutrizionisti).
    Se fosse come dice Giovanni per tutte le partite IVA, chi non ha il forfettario è meglio che chiuda bottega.

  11. Marco Doppietti

    Articolo condivisibile nelle conclusioni (smettere di inquinare il dibattito) ma non chiarissimo nella stesura e con qualche imprecisione. Ne faccio notare solo due anche se già notate da altri lettori.
    In primis, quando si sostiene che l’unico appiglio di incostituzionalità della flat tax potrebbe essere che un dipendente con 65mila di reddito e una partita iva con regime forfettario pagano con aliquote diverse, ci sono due gravi errori concettuali. Il primo è che per la partita IVA non si guarda il reddito bensì il fatturato, che è ben altra cosa. Tolti i contributi e i costi per l’esercizio dell’attività, il reddito su cui viene applicato il 15% è ben più basso di 65mila. Il secondo errore è che il dipendente non viene affatto tassato secondo l’aliquota dello scaglione in cui ricade come c’è scritto nell’articolo (..”altra tipologia di contribuente (ad esempio, un lavoratore dipendente) sia tassato con aliquota corrispondente allo scaglione Irpef in cui ricade (minimo, il 23 per cento) è, almeno secondo l’interpretazione di chi scrive, davvero incostituzionale.”. Il calcolo dell’irpef non funziona così.
    In secondo luogo, c’è scritto che con il regime fiscale Irpef attuale, il milionario paga la stessa proporzione di reddito di un contribuente con 50 mila euro di reddito, o quasi (“l’attuale Irpef è soggetta allo stesso fenomeno”). Ora, questa affermazione è inesatta: si può sostenere tranquillamente che l’irpef non sia abbastanza progressiva, ma chi ha un reddito irpef da € 1mln oggi paga un’aliquota media del 42%, chi dichiara €50mila ha un’aliquota media del 29% circa, in assenza di altre detrazioni. Non proprio la stessa proporzione.

    • Paolo Balduzzi

      Vale lo stesso scritto al lettore precedente. Non ho mai parlato di reddito ma di fatturato per le partite Iva; e ho chiaramente scritto che il confronto tra aliquote va fatto al netto di deduzioni e detrazioni che cambiano l’aliquota media. Leggete con più attenzione

  12. Daniele Veratti

    L’articolo ha titolo accattivante ma poi i contenuti sono esposti in modo non troppo lineare, non c’è nemmeno una paragrafazione nel testo. Da commercialista, confesso che ho faticato a leggerlo.

  13. Andrea Boriani

    Per essere un articolo che vuole fugare malintesi sulla flat tax che inquinano il dibattito, non è molto chiaro.
    Le prime 30 righe si potrebbero tagliare, bastava dire qualcosa tipo: “è una proposta per un’imposta sui redditi ad aliquota unica, e siccome chi la propone ha pensato di mantenere un sistema di deduzioni e detrazioni, l’imposta non sarà piatta in quanto non in proporzione fissa rispetto al reddito”. Fine.
    Le successive righe si usano per porsi una domanda retorica (non si capisce quindi perché chi si lamenta della presunta incostituzionalità ecc) quando la risposta è già nelle stesse righe (cioè è il sistema nel complesso che deve informarsi a criteri di progressività, non ogni singola imposta). Fare l’esempio dell’IVA serve solo a confondere un lettore che non è confident con i temi fiscali.
    Nel paragrafo successivo sembra che si stiano idealmente accostando, per confrontare il carico fiscale gravante che poi da essi deriva applicando le norme, i 65mila di ricavi della partita iva in regime forfettario a un reddito da lavoro dipendente di pari importo, anche se l’autore ha chiaro cosa sta dicendo. Il paragrafo contiene un errore: la frase “tassato con aliquota corrispondente allo scaglione Irpef in cui ricade (minimo, il 23 per cento)” è sbagliata scritta così, non si tassa la gente con l’aliquota dello scaglione più alto in cui si ricade, il calcolo avviene in altro modo e non è vero che il peso minimo dell’Irpef sul reddito è il 23%. Siccome l’autore in altri punti lo ha scritto che esistono le detrazioni, e siccome la maggior parte della gente non sa leggere la propria busta paga o il proprio 730, questa frase si poteva formularla in modo più aderente alla realtà.
    È sbagliato anche scrivere che un reddito di 50 mila euro viene tassato con la stessa proporzione di quello di un contribuente milionario. L’aliquota marginale sarà anche la stessa, ma l’aliquota effettiva non lo è affatto perché per il milionario il peso della parte di reddito tassato con l’aliquota marginale è molto maggiore. Magari l’Irpef potrebbe avere una progressività maggiore ed essere più severa (o punitiva, vorrebbero alcuni), ma tra 50 mila e 1milione di imponibile ballano circa 12 o 13 punti percentuali (e non c’entrano le detrazioni o la fonte del reddito soggetto a Irpef, perché a 50mila di reddito anche la detrazione da lavoro dipendente si azzera).
    Insomma mille parole senza però mai dire chiaramente che sarebbe solo l’ennesimo regime fiscale parallelo e creerebbe ancora più complicazioni (almeno nella forma proposta dal senatore Siri, che è la proposta di flat tax su cui i politici stanno litigando).
    Personalmente penso che per dare un sacrosanto respiro alla classe media, la cui necessità giustamente l’autore ricorda, si dovrebbero seguire altre strade.

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