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Se i partiti nascondono la loro idea di scuola

Qual è l’idea di scuola dei partiti? Nei programmi elettorali nessuno esplicita apertamente la propria visione, per paura di perdere consensi. Così il tema della formazione diventa sufficientemente generico da non essere discriminante per l’elettorato.

Consenso generalizzato sull’aumento delle risorse

Approfittando del prezioso lavoro di analisi dei programmi elettorali sul tema dell’istruzione realizzato da Andrea Gavosto, vale la pena di concentrare l’attenzione sui due temi che appaiono caratterizzare la campagna elettorale in quanto o troppo consensuali o troppo divisivi ideologicamente.

Sul lato consensuale, tutti i partiti sembrano concordare sulla necessità di aumentare le risorse investite nella scuola: Si, Pd, Az-Iv e FI propongono la generalizzazione del tempo pieno a tutti gli ordini scolastici; Si aggiunge la riduzione della dimensione delle classi a 15 studenti e l’abolizione delle tasse universitarie; il Pd si focalizza sulla necessità di allineare le retribuzioni degli insegnanti italiani a quelle dei colleghi europei, senza trascurare nidi gratis per le famiglie a basso reddito, oltre che computer e libri gratis per tutti gli studenti; Az-Iv e FI propongono il rifacimento e la messa a norma di tutti gli edifici scolastici (spesa prevista 200 miliardi di euro); la Lega insiste sulla stabilizzazione dei docenti assunti a tempo determinato (200 mila docenti), mentre FdI auspica l’abolizione dei test d’ingresso ai corsi universitari, spostando la restrizione  all’inizio del secondo anno, obbligando le università a introdurre corsi introduttivi su larga scala. Sulla libertà di scelta tra scuola pubblica e privata si esprimono Az-Iv, FI e FdI, riproponendo l’avvio di voucher sul modello dell’esperienza lombarda.

In realtà, il problema del nostro paese non sembra tanto quello del livello della spesa, ma della sua riallocazione. Come ha più estesamente illustrato lo stesso Gavosto in un bel saggio appena pubblicato (La scuola bloccata), il confronto internazionale mette in luce come, nonostante la sua impostazione unitaria e centralistica, la scuola italiana non riesca a contrastare i divari di risultato degli studenti legati alle origini sociali, ivi includendo anche i divari territoriali che si allargano col procedere nella carriera scolastica. Si investe di più degli altri paesi in istruzione primaria e secondaria, ma meno in terziaria. Ci sono più insegnanti, ma sono peggio pagati. E così via.

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Un progetto politico serio dovrebbe indicare quali aspetti potenziare per affrontare quali problemi, che acquistano così priorità, ovviamente a scapito di altri aspetti, che devono essere ridimensionati. Per porre la questione in termini brutali: in Italia, nel 2022, è più importante recuperare la dispersione implicita identificata dalle analisi Invalsi (cioè la quota di studenti che escono da un ordine di scuola non possedendo i minimi funzionali), mettere a norma gli edifici o definire i percorsi di carriera degli insegnanti? Quello che appare dalla lettura trasversale dei programmi elettorali è che nessun partito desidera esprimere una preferenza forte, per evitare di inimicarsi frazioni di potenziali elettori, più o meno toccati da questi aspetti.

Il disegno complessivo

Sull’altro versante troviamo invece interventi di disegno istituzionale, che sono interventi strutturali destinati ad avere impatto nel lungo periodo, ma che richiedono costruzione di consenso parlamentare sempre più difficile da raggiungere. Solo Az-Iv e Pd propongono l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, accompagnato dall’accorciamento del percorso scolastico complessivo a 18 anni (Az-Iv e FdI).

Nessun partito considera importante ridurre la stratificazione del sistema scolastico riprendendo l’idea di un ciclo unico della scuola secondaria di primo grado fino a 16 anni (anzi il programma della Lega propone il rilancio degli istituti professionali per renderli più competitivi). Tuttavia, numerosi studi suggeriscono che questo aspetto è il principale responsabile della persistenza delle origini sociali nella carriera scolastica degli studenti, oltre che dei diversi tassi di transizione alla formazione terziaria. Questo è probabilmente l’aspetto più ideologicamente divisivo nel dibattito politico italiano, tant’è che è stato accantonato dai tempi dei ministri Berlinguer e Moratti, in cui il primo varò una riforma in questo senso e la seconda si rifiutò di attuarla emanando i decreti attuativi. La stessa sorte è toccata più di recente dell’alternanza scuola-lavoro: ampliata e generalizzata dalla riforma della Buona scuola e ridimensionata dai ministri successivi.

Il nodo irrisolto su cui i partiti evitano di pronunciarsi in modo esplicito è il seguente: il sistema scolastico deve formare culturalmente o professionalmente gli studenti? Tutti concordando che entrambe le dimensioni vadano potenziate, ma spostano l’accento sull’una o sull’altra dimensione. Chi sottolinea la formazione culturale presta maggior attenzione alla costruzione delle competenze di base e generaliste, non disdegnando l’aspetto nozionistico. Viceversa, chi ha più a cuore l’aspetto professionalizzante privilegia percorsi e contenuti più orientati al fare, spesso a scapito di una cultura generalista. I primi invocano l’importanza di formare al cambiamento, i secondi ricordano la necessità di una spendibilità veloce dei titoli di studio nel mercato del lavoro. Sinistra e destra, nella misura in cui questi concetti sono ancora identificativi di una visione sociale, tendono a distribuirsi lungo questo spettro. Ma nessuno esplicita apertamente la propria visione, per paura di perdere consensi. Come nel caso precedente, tuttavia, questo annebbia il dibattito, rendendo l’aspetto della formazione sufficientemente generico da non essere discriminante per l’elettorato.

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  1. Marcello

    Alla domanda con tre risposte dell’autore, risponderei senza alcun dubbio mettere a norma gli edifici scolastici e questo avrebbe potuto già essere fatto destinando parte degli oltre 40 mld spesi per le facciate degli edifici, di tutti gli edifici a prescindere dal valore patrimoniale.
    Edifici a norma e funzionali consentono di svolgere tutte le attività scolastiche, di avere il tempo pieno generalizzato, come in Francia, di avere biblioteche di classe, teatri, palestre, cinema e perchè no, anche piscine in qualche plesso . Studiare e insegnare in un luogo confortevole, non è un lusso ma un requisito per avere studenti motivati, curiosi e studiosi.
    Sui contenuti e sulla formazione vorrei fare una considerazione: uno studente di prima media ha libri di testo che formano un parallelepipedo di 70 cm di altezza e del peso di 20 kg. Vi sembra una cosa ragionevole per un orario scolastico 8-14? In una laurea magistrale i testi sono una frazione di questa misura.
    I media riporatno che all’ultimo concorso per diventare magistrati, solo il 5% ha superato gli orali, i test per l’accesso a medicina indicano oltre il 50% di fallimnti e 10 mila insufficienti in più del 2021. Il che non dovrebbe sorprendere visto cosa sono diventati i corsi universitari.
    Quindi in Italia si spende molto per l’istruzione? Se è così non me ne sono accorto, so solo che il FFO a prezzi costanti 2015 si è ridotto del 20%.
    Non credo che la scelta sia tra formazione culturale o formazione profesionale, ma più semplicemente formazione. Curiosità, passione, metodo, ragione, lavoro collettivo, in breve declinare quelle attività che hanno reso la specie umana, una delle più deboli nella savana, a costruire un oggetto come lo Space-Shattle che va nello spazio e atterra coem un aereo di linea., il sistema tecnologico più avanzato mai pensato che funziona con un sistemino di poche equazioni differenziali.
    Nella mia lunghissima esperienza ho imparato che il tema non sono le tecnicalità, quelle si imparano facilmente in tempo finito, ma la capacità di comprendere, cioè rappresentare, un problema. Se il problema è scritto correttamente, allora si possono cercare i mezzi per risolverlo, sono nella cassettina degli attrezzi: equazioni, strumenti, device, logica ecc. e se è un problema NP allora lo possiamo almeno approssimare, il che è sempre un buon risultato.
    Le tecniche si imparano in produzione o in azienda, ogni realtà produttiva, come ogni famiglia di animali, ha le sue tecniche, il suo know-how, e ciò che l’istruzione può fare è rendere agevole e breve questo trasferimento di competenze. Per fare questo non occorrono 70 cm di libri, occorrono passione e persone motivate, certo non le slide. Oggi nell’Università quasi tutti usano slide che ripetono ciò che è scritto nei testi, una volta le lezioni si svolgevano a braccio e i grandi docenti erano quelli che trasformavano la lezione in un evento culturale. Doamnda, ma secondo voi uno studente di laurea magistrale è in grado di leggere un testo o no? Se no, allora mandiamo tutti a casa. Consiglio l’articolo di Ginevra Lamberti su Domani del 13 settembre

  2. Max

    Il problema della classe politica italiana è che è troppo poco lungimirante. Le campagne elettorali si basano sul presente o tutt’al più sul futuro molto prossimo: “emergenza immigrati”, “emergenza sicurezza”, “emergenza climatica”, “emergenza bollette”, ecc. Sembra proprio che senza una qualche “emergenza” reale o immaginaria i partiti non avrebbero nulla da dire in campagna elettorale. Tuttavia il progresso e lo sviuppo di un Paese richiedono un orizzonte temporale più lungo. L’investimento in istruzione non è un’emergenza, è una strategia di lungo periodo, che probabilmente la classe politica attuale non è in grado di comprendere appieno. Ma forse neanche molto dell’elettorato, che per questi partiti vota, e che preferisce 100 euro di bonus in busta paga o il 110 per le ristrutturazioni che un sistema di istruzione che funzioni meglio e che sia in grado di garantire un futuro prospero alle nuove generazioni . Noi intanto pensiamo al presente ed a vivere nella nostra bella casetta con le facciate rifatte, al futuro ci penserà qualcun altro.

  3. Vincenzo Pascuzzi

    Le idee o proposte dei partiti sono vaghe, consolatorie, non credibili, interlocutorie; perciò ingannevoli e nessuno ci crede, tanto meno i docenti.

  4. Ornella di Tivoli

    Ottimo articolo complimenti. Spero sia chiaro che parliamo di veri insegnanti e veri studenti. I problemi e le priorità tra cui scegliere sono quelle.

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