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Un’analisi del programma di Fratelli d’Italia sull’istruzione

Scuola e università sono citate, con più o meno spazio dedicato, nei programmi di tutti i partiti candidati alle politiche. In una serie di articoli, analizziamo alcune delle proposte.

Non sorprende che nella campagna per le elezioni politiche del 25 settembre i temi delle alleanze e delle candidature abbiano finora avuto il sopravvento sui programmi. Eppure, prima di votare, è importante capire quali siano le visioni dei partiti.  Fra gli aspetti più qualificanti di un programma, non c’è dubbio che ai primi posti debba esserci l’investimento in capitale umano, vale a dire il fattore che spiega almeno un terzo della crescita dei redditi da lavoro in ciascun paese e il 50 per cento delle differenze retributive fra paesi. Esamineremo quindi le principali proposte delle varie liste in materia di scuola e università, a mano a mano che saranno rese pubbliche (per una descrizione dettagliata dei programmi si veda www.tuttoscuola.com): cominceremo da Fratelli di Italia e Sinistra Italiana, il cui programma è analizzato in un altro contributo.

Nel programma unificato del Centrodestra non ci sono molti riferimenti a misure precise per la scuola e l’università, con l’eccezione del voucher da utilizzare – si presume – per le scuole paritarie sull’esempio lombardo. Si tratta di un sistema generalizzato di voucher, per cui lo Stato garantisce a tutti i ragazzi in età scolare una somma da spendere nella scuola di loro scelta. È politicamente controverso e non ha dato frutti positivi nei casi in cui è stato adottato. In assenza di dettagli, ci rifacciamo quindi alle singole proposte delle formazioni (in questo caso Fratelli di Italia) che hanno sottoscritto l’accordo.

Per quel che riguarda la scuola, il partito guidato da Giorgia Meloni propone l’“efficientamento del percorso formativo per rendere competitivi i giovani italiani rispetto ai loro coetanei europei”; l’”abolizione della ‘Buona Scuola’ e il superamento dell’alternanza scuola lavoro”; e un “concreto sistema di orientamento universitario e lavorativo”. La prima proposta, tradotta dal gergo del mondo della scuola, punta a un termine degli studi a 18 anni, anziché gli attuali 19: anche l’attuale governo ha autorizzato, con i fondi del Pnrr, una sperimentazione del liceo di quattro anni per mille scuole, dopo una prima fase su un numero più ristretto di istituti, i cui risultati non sono ancora noti. L’utilità di anticipare il termine della scuola è però controversa. Da un lato, non è vero che in tutti gli altri principali paesi gli studenti conseguano il diploma a 18 anni: nei paesi del Nord Europa, per esempio, tipicamente si finisce a 19; dall’altro, tutti gli studiosi concordano che ogni anno di istruzione in più porta sensibili benefici individuali e collettivi: ridurre gli anni, in assenza di prove convincenti che la qualità degli apprendimenti non ne risenta, è un rischio. Condivisibile invece l’idea di migliorare l’orientamento in uscita dalle scuole superiori verso le scelte universitarie e lavorative, oggi molto carente: il Pnrr stanzia 250 milioni allo scopo, ma i dettagli della riforma non sono ancora noti; diventa però difficile comprendere l’ostilità nei confronti dei percorsi di alternanza scuola-lavoro, che servono agli studenti a informarsi su che cosa succede nel mondo esterno. Sarebbe inoltre importante creare un sistema di orientamento efficace anche alle scuole medie, in vista delle scelte relative alla scuola superiore, cruciali per i percorsi successivi.

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Più corposa la parte del programma di Fratelli d’Italia relativa all’università: “ciclo di studi di 4 anni” e “abolizione della lotteria del test d’ingresso e introduzione di un sistema di accesso per reale merito al termine del primo anno di corso comune a più facoltà”. Sul primo punto è difficile dare un giudizio in assenza di altri particolari: potrebbe trattarsi di un semplice ritorno all’ordinamento precedente la riforma del “3+2”, che però contrasterebbe con le indicazioni del processo di Bologna per l’armonizzazione dei percorsi accademici seguito ormai da tutti i paesi europei; oppure di un ripensamento più generale dei percorsi universitari che, sul modello americano, aiuti inizialmente a sviluppare maggiori competenze multidisciplinari.

Lo spostamento dei test di accesso universitario al termine del primo anno è, invece, una novità per l’Italia: trova un precedente con le regole d’ingresso a Medicina in Francia, dove la selezione avviene sulla base dei voti ottenuti nell’anno preliminare aperto a tutti (che può essere specifico – Pass – per il 60 per cento dei casi o generalista – L.AS – con opzione di ingresso alle materie sanitarie) e di un test a risposte multiple. In Italia, i test di ingresso all’università sono previsti per Medicina e Veterinaria, sulla base di direttive comunitarie, o solo laddove siano previsti laboratori o tirocini, come nella maggioranza delle discipline scientifiche. La proposta ha parecchie controindicazioni. Ci concentriamo su due. In primo luogo, non è detto che determini una significativa differenza della platea di chi si iscrive nei corsi di laurea: l’esperienza francese è che gli studenti selezionati alla fine del primo anno sono gli stessi che sarebbero entrati con il test iniziale. In secondo luogo, è molto costoso. Per fare un esempio, limitatamente al caso dei corsi di laurea sanitari, sappiamo che nel 2021-22 a livello nazionale sono stati ammessi 14.020 candidati a fronte di 63.972 iscritti alla prova: è facile immaginare che, senza barriere, il numero degli iscritti al primo anno possa essere anche più elevato, diciamo intorno ai 70 mila, ma prendiamo per buoni i numeri dello scorso anno. Gli atenei dovrebbero quindi organizzare corsi per il primo anno per quasi 50 mila studenti in più (anche se va detto che alcuni di coloro che non passano il test si iscrivono comunque a corsi di laurea assimilabili, come Biotecnologie o Farmacia). Ipotizzando un rapporto medio di 14,7 studenti per docente, che è quello calcolato dall’Anvur per l’area medica nel Rapporto 2018, occorrerebbe disporre di 3.400 docenti in più, con un costo annuo per gli atenei stimabile in circa 170 milioni di euro. Inoltre, bisogna ampliare gli spazi: ipotizzando che ciascuno studente utilizzi 1,96 mq come previsto dalle linee guida ministeriali del 1975, occorrono circa 98 mila mq in più. Una stima ragionevole del costo (affitto effettivo o figurato) di un’aula universitaria è di 28 euro al mq al mese: escludendo i due mesi di chiusura, parliamo quindi di circa 27,5 milioni annui. Infine, occorre prevedere altri laboratori: le raccomandazioni ministeriali prevedono mediamente 4,17 mq per studente di spazio laboratoriale; a 22 euro di affitto al mq al mese, esse implicano altri 2 milioni annui. Complessivamente la proposta di Fratelli d’Italia comporterebbe un costo aggiuntivo di circa 200 milioni di euro all’anno: si tratta di una cifra significativa, paragonabile a quello che lo Stato stanzia complessivamente per le borse di studio universitarie.

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I buoni Pasto diventano più buoni*

  1. Firmin

    I buoni scuola mi ricordano una vecchia storiella ambientata in URSS. Un ispettore visita gli allevamenti di tacchini e commina multe salate perché l’alimentazione non è adeguata. La voce si sparge e quando l’ispettore va dal compagno Popov questi, per evitare sanzioni, gli dice che lui dà ad ogni tacchino un rublo al giorno per comprarsi quello che vuole.
    Trattare gli studenti e le loro famiglie come quei tacchini non mi sembra una grande idea, a meno che non si voglia semplicemente distruggere la scuola pubblica come in Svezia (vedi https://socialeurope.eu/swedens-schools-milton-friedmans-wet-dream).

  2. Geronimo

    Sulla necessità di rivedere le norme sul numero chiuso per alcune facoltà vorrei solo segnalare un’ANSA sulla “importazione” di medici cubani in Calabria per sopperire alle carenze di organico.
    https://www.ansa.it/calabria/notizie/2022/08/17/sanita-occhiuto-siglato-accordo-per-arrivo-medici-da-cuba_24b8aafe-4f93-4ce4-9d2a-2ac817613ebd.html

    Credo che solo nell’URSS e in Cina si ricorresse ad una programmazione così rigida dei percorsi formativi. Tuttavia in quei contesti il numero chiuso aveva un senso perché era pianificata anche l’intera economia.

    • Gianni

      Forse è “solo” un problema di offerta: i medici non vogliono lavorare in (alcune zone della) Calabria, così come non vogliono lavorare in alcuni paesini di montagna o in alcune periferie delle grandi città.

  3. A seguito dell’istituzione del numero chiuso, è cresciuta in Italia una selva di corsi, lezioni, scuole “preparatorie” che costituiscono un costo aggiuntivo per le famiglie e che a volte alimentano un sottobosco di raccomandazioni e clientele varie . Peraltro, il sistema dei test non sempre seleziona gli studenti con i migliori talenti per quella determinata facoltà. L’obiezione che senza il numero chiuso molte facoltà non sarebbero in grado di garantire le strutture minime per lo svolgimento dei corsi, ha ragione d‘essere solo se immaginiamo una didattica gestita in modo tradizionale. Se invece il primo anno di tutte le facoltà fosse organizzato con insegnamenti telematici, e gli studenti andassero in Università solo per sostenere gli esami (anch’essi telematici), o, all’occorrenza, per parlare con i professori, e se il numero di esami del primo anno fosse particolarmente impegnativo, ecco che avremmo una selezione non affidata ai test di ingresso, ma alla passione, all’impegno ed alle capacità del singolo studente. Ove necessario il numero chiuso può essere attivato a partire dal secondo an-no, ma a quel punto la selezione sarà avvenuta sulla base dell’impegno e delle capacità dimostrate “sul campo”, senza aver bruciato aspettative e sogni dei giovani studenti e i soldi delle loro famiglie nella lotteria dei test. Peraltro, se proprio si vuole mantenere il sistema dei test, si abbia il coraggio di utilizzare i test Invalsi del 4° anno della scuola superiore, che almeno garantirebbero uniformità di valutazione a livello nazionale e responsabilizzerebbero le scuole rispetto alla qualità del loro insegnamento, con la conseguenza che le famiglie avrebbero un importante elemento di valutazione ( la percentuale di ammessi ai corsi universitari a numero chiuso) al momento di scegliere la scuola superiore dove iscrivere i propri figli.

  4. Vincenzo Pascuzzi

    Altro punto, comune a tutto il centrodestra, “tutela delle scuole paritarie e libertà di scelta educativa delle famiglie, anche attraverso l’introduzione di voucher da poter spendere liberamente nelle diverse strutture scolastiche“.
    (Orizzontescuola.il – 31 agosto 2022)

    Commento

    1) Il voucher – secondo le scuole private paritarie cattoliche e le destre – dovrebbe essere pari all’ammontare delle varie rette attuali;

    2) Nei molti territori dove le paritarie non sono (ancora) presenti, chi provvederà ad istituirle per consentire la libertà di scelta?

    3) Nei territori dove il numero degli studenti basta per una sola scuola, chi deciderà se pubblica, paritaria o entrambe?

    4) Il trattamento economico e normativo di docenti e presidi delle paritarie verrà equiparato a quello delle scuole pubbliche?

    5) L’art. 33, Cost. dovrà essere soppresso?

    6) L’operazione voucher – ammesso che sia possibile e poi realizzata – non equivale a privatizzare la Scuola cioè a distruggere la scuola pubblica? oppure è solo un contentino o promessa illusoria alle scuole cattoliche?

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