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Al via la delega per la riforma fiscale

Dalle imposte sui redditi a quelle indirette fino alla revisione del catasto, la delega approvata dal governo è ambiziosa ma ancora molto vaga nei contenuti. Tutto dipenderà dai decreti attuativi e dall’ammontare delle risorse messe in campo.

Il 4 ottobre il Consiglio dei ministri (assente la Lega) ha approvato il disegno di legge delega per la riforma fiscale che, come ha ricordato il ministro Franco, ha come punto di partenza le conclusioni contenute nel documento di sintesi prodotto dalle seste commissioni di Camera e Senato a seguito delle audizioni parlamentari sul fisco. Dopo il dibattito – che si preannuncia vivace – e l’approvazione parlamentare, il governo dovrà emanare entro 18 mesi i decreti legislativi di attuazione dei principi e criteri fissati nella delega. Analizziamo di seguito i suoi principali contenuti e gli obiettivi.

Obiettivi e campo di intervento

I principi guida sono quattro, tutti ampiamente condivisibili: aumento dell’efficienza del sistema e riduzione del carico fiscale sul lavoro, condizioni favorevoli alla crescita economica; mantenimento del carattere progressivo del sistema tributario nel suo complesso, peraltro contemplato già nella nostra carta costituzionale; semplificazione degli adempimenti ed eliminazione dei micro-tributi caratterizzati da un gettito irrisorio rispetto agli elevati costi di adempimento; riduzione dell’evasione e dell’elusione.

Va inoltre valutata positivamente la decisione del governo di indicare un’ampia riforma, nella consapevolezza che tutte le parti di un sistema tributario sono fra loro collegate e devono costituire un corpo unitario, che deve essere adattato al mutato contesto economico rispetto a quello dell’ultima riforma organica di venti anni fa. La delega riguarda l’imposizione personale sui redditi, quella del risparmio e del reddito di impresa, l’Irap, l’imposizione indiretta (Iva e accise), la tassazione locale, nonché la revisione del catasto, la riforma della riscossione e la codificazione tributaria. Tutte queste materie, trattate in 10 articoli e 9 pagine, non possono che fare riferimento a criteri e principi direttivi di carattere generale (lo stesso presidente Draghi in conferenza stampa ha definito la delega molto generale, una “scatola” che si ispira a dei principi), per la cui attuazione saranno possibili diverse opzioni, anche perché sarà indispensabile trovare il giusto equilibrio politico tra i partiti.

Le imposte sui redditi…

Per quanto riguarda l’imposizione sui redditi, la delega prevede in prospettiva una scelta netta verso un sistema duale: progressività riservata ai redditi da lavoro; imposizione sostitutiva con aliquota proporzionale, tendenzialmente uniforme, per tutti i redditi derivanti dall’impiego del capitale – immobili compresi – e inclusi anche i redditi derivanti dall’impiego del capitale nelle attività di lavoro autonomo e di impresa attuate da soggetti a cui non si applica l’Ires. Si tratta di novità importanti che vanno nella direzione di dare una veste coerente al nostro sistema tributario, che attualmente si discosta ancora sotto molti aspetti da un sistema duale “puro”. Mancano certo molti dettagli. Per esempio, non si fa riferimento al metodo da utilizzare per suddividere reddito da lavoro e da capitale in capo alle imprese-soggetti Irpef e ai lavoratori autonomi, uno dei temi più complessi di applicazione di un sistema duale. Analogamente, per quanto riguarda le aliquote, il ddl delega si limita a indicare come criterio la coerenza tra il sistema di imposizione societario e il sistema duale. Un sistema duale “puro” – si ricorda – prevede che l’aliquota sui redditi di capitale sia uguale a quella relativa al primo scaglione dell’imposta personale progressiva e a quella dell’imposta sulle società di capitali, che deve essere coordinata (anche nella successiva imposizione in capo ai soci) con il sistema duale.

Sempre con riferimento alla tassazione delle società di capitali, si prevedono semplificazioni negli adempimenti e nella determinazione della base imponibile, anche attraverso un rafforzamento del processo di avvicinamento fra valori civilisti e fiscali. Inoltre, si indica come criterio quello di una tendenziale neutralità tra i sistemi di imposizione delle imprese, indipendentemente dalle loro forme organizzazione e giuridiche. Questo criterio – assieme alla necessità di dividere redditi di lavoro e di capitale laddove questi emergono congiuntamente, come in una società di persone o ditta individuale – potrebbe far tornare di interesse l’Iri (Imposta sul reddito dell’imprenditore), già introdotta nel nostro ordinamento e forse troppo frettolosamente e superficialmente abolita; l’Iri, che non viene espressamente citata nella delega, era stata anche apprezzata in varie audizioni parlamentari e nel documento conclusivo delle commissioni parlamentari. Non si cita espressamente l’obiettivo di neutralità rispetto alle scelte finanziarie delle imprese, anche al fine di rafforzarne la patrimonializzazione, in quanto l’Ace (Aiuto per la crescita), eventualmente rimodulata, può già perseguire efficacemente questo obiettivo.

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Manca un focus specifico anche sulle possibili linee di intervento sui redditi di natura finanziaria, ma il riferimento all’armonizzazione dei regimi di imposizione del risparmio (attualmente molto diversificati) e all’uniformità delle aliquote, con l’obiettivo di contenere l’elusione, lascia intendere che si possa andare verso un sistema unitario di tassazione dei redditi di capitale e diversi, un superamento degli attuali regimi (amministrato, gestito, etc.) e una tassazione del risultato netto al realizzo. L’uniformità delle aliquote dovrà scontrarsi con le usuali difficoltà ad affrontare il tema dei titoli di stato ed eliminare le altre numerose agevolazioni esistenti.

Per i redditi di lavoro, si prevede la riduzione dell’incidenza media con particolare riguardo ai giovani e ai secondi percettori di reddito all’interno del nucleo familiare, al fine di incentivare l’offerta di lavoro. Si prevede altresì di revisionare l’attuale struttura delle aliquote marginali effettive dell’Irpef, limitandone i salti troppo bruschi, che oggigiorno derivano dal salto tra il 27 e il 38 per cento delle aliquote marginali legali tra il secondo e il terzo scaglione e, inoltre, dal “bonus 100 euro”. Probabilmente l’idea è di abolire quest’ultimo, come più volte suggerito in molte audizioni parlamentari e anche su queste pagine (qui e qui), e riassorbirlo organicamente nell’Irpef. Dal testo delle delega non si può far discendere direttamente se sarà rivista l’attuale flat tax degli autonomi, ma probabilmente sì, in coerenza col passaggio ad un sistema duale. I decreti delegati dovranno poi anche chiarire se si manterrà un sistema per scaglioni o se si opterà per una progressività continua alla tedesca. Si prevede inoltre di riordinare le attuali deduzioni dal reddito complessivo e le detrazioni dall’imposta lorda, in funzione delle loro finalità, e dei loro effetti su equità ed efficienza. È un altro campo molto ampio, in cui a fianco delle detrazioni tradizionali per tipologia di reddito e carichi familiari vi sono le numerose spese fiscali che concorrono a determinare l’erosione del reddito e dell’imposta.

Infine, nell’ambito della revisione della tassazione Irpef e Ires, si prevede la progressiva abolizione dell’Irap, che attualmente dà un gettito di circa 25 miliardi, di cui circa 10 derivanti dalle attività istituzionali svolte dalla pubblica amministrazione. Le risorse per questo intero blocco di riforme possono derivare da compensazioni interne, oppure da risorse già stanziate dalla legge di bilancio 2021: 2 miliardi per il 2022 e un miliardo a decorrere dal 2023, eventualmente integrate dalle maggiori entrate permanenti derivanti dal miglioramento dell’adempimento spontaneo o mediante compensazione con le maggiori risorse derivanti da altri decreti legislativi, da adottare prima o contestualmente a quelli che comportano maggiori oneri per la finanza pubblica. Per l’attuazione dell’intera delega, infatti, è previsto che non debbano esservi maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

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…e quelle indirette

Tra i decreti legislativi che potrebbero comportare aumenti di risorse da destinare alla riduzione dell’imposizione reddituale, potrebbe esservi quello relativo alla razionalizzazione dell’Iva e delle accise. Per queste ultime, in coerenza con la disciplina armonizzata europea, si indicano gli obiettivi ambientali dell’European Green Deal, che potrebbero far guardare con favore all’introduzione di una carbon tax; per l’Iva si fa invece riferimento al numero e al livello delle aliquote, nonché alla distribuzione dei beni e servizi soggetti alle diverse aliquote. C’è spazio per rivedere l’intera struttura dell’imposta: per quanto riguarda le aliquote, potrebbero aumentare ed essere accorpate le aliquote ridotte; difficile invece che ci possa essere spazio per una riduzione dell’aliquota ordinaria. C’è anche da dire che troppe aliquote giocano oggi a favore di una maggiore evasione, soprattutto per le transazioni business to business. Un intervento in questo senso sarebbe auspicabile.

Finanza locale e revisione del catasto

Alcune novità di rilievo vi sono anche per quanto riguarda la finanza territoriale:

  1. la trasformazione delle attuali addizionali regionali e comunali all’Irpef (aliquote da applicarsi alla base imponibile dell’Irpef nazionale) in sovraimposte (aliquote locali da applicarsi al gettito dell’imposta nazionale) con benefici sia di maggiore chiarezza nella attribuzione del prelievo fra i diversi livelli di governo, sia di minore interferenza degli enti territoriali negli obiettivi redistributivi dello stato centrale;
  2. la revisione della quota di Imu ancora di pertinenza dello stato (sugli immobili di categoria D), nonché eventualmente degli altri tributi sulle transazioni immobiliari, che potrebbe rafforzare l’autonomia finanziaria dei comuni; contestualmente andrebbe rivisto il sistema dei trasferimenti e del fondo di riequilibrio.

Per quanto riguarda il catasto, infine, si è scelta una via decisamente prudente. Si prevede infatti che, agli attuali valori di rendita catastale, vengano affiancati (prevedendo contestualmente meccanismi di aggiornamento periodico), valori prossimi all’affitto imputato per la parte reddituale e valori prossimi a quelli di mercato per i valori patrimoniali. Tuttavia, si rassicura che queste informazioni non serviranno per determinare l’imponibile dei tributi, che resta l’attuale rendita catastale. L’intento è avviare i lavori di revisione e costruzione delle banche dati, per i quali ci vorrà comunque tempo: una volta note le distribuzioni delle “vecchie” e delle “nuove” rendite catastali, si potrà valutare meglio la distribuzione dei contribuenti perdenti e vincenti, a parità di gettito. Quest’analisi aumenterà anche la consapevolezza della necessità di adeguamento dei valori anche a fini fiscali.

In conclusione, si tratta di una delega ampia e ambiziosa, forse troppo rispetto alla capacità del sistema politico di trovare una quadra sulle urgenze di riforma del nostro fisco. È ancora molto vaga nei contenuti e nel percorso di implementazione graduale delle varie riforme prospettate, però traccia le linee guida di una riforma coerente e condivisibile dell’intero sistema tributario. Il giudizio finale non potrà che dipendere dagli specifici contenuti e dalle modalità di attuazione dei decreti legislativi, nonché dall’ammontare di risorse che saranno effettivamente impiegate per la riforma.

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  1. Savino

    In Spagna ci si preoccupa dell’edilizia sociale per gli under 35 con sgravi di 250 euro al mese sugli affitti. Negli stessi giorni, in Italia polemiche sulla sacrosanta riforma del catasto e superbonus continui in favore dei grandi proprietari di ville e appartamenti. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

    • Belzebu'

      LEGGE 11 agosto 1939, n. 1249
      Le leggi per accertare, tassare e rivalutare le rendite degli immobili dei ricchi e dei poveri esistevano dal tempo del fascismo. Basta applicarle.
      Forse oggi si vogliono fare sconti agli amici, ad esempio le banche non pagano l’IMU, nemmeno i partiti, i sindacati, le chiese, i mafiosi, i furbi ecc.

  2. Belzebu'

    IL problema non è la riforma del catasto.
    Le leggi con obbligo di denuncia degli immobili e rendita sia per la revisione degli estimi esistono già dal (1939).
    Inoltre lo stato pretende le tasse sugli affitti anche se non pagati con blocco degli sfratti.

    Il problema è la tutela della proprietà privata, del risparmio, della persona, del diritto al lavoro.
    Purtroppo questi valori della democrazia, sono tutti incompatibili con le dittature espropriative della proprietà, striscianti europeiste (ai cittadini non è stato permesso decidere europa NO/SI).
    Infatti, le aziende multinazionali se ne vanno da questo paese, dove le istituzioni pubbliche non sono piu’ credibili, si inoculano pagliativi complici i sindacati che hanno scelto l’europa con paesi concorrenti e gli OPERAI ITALIANI PERDONO IL LAVORO.
    Presto finiremo in una guerra civile.

  3. Belzebu'

    Se lavorando onestamente riesci a risparmiare e migliorare il tenore di vita, dopo avere pagato tasse giuste, credo sia un merito dell’individuo.

    In Italia vediamo burocrazie politiche e aministrative arricchirsi con la gestione dl potere senza pagare almeno le tasse giuste.

    A Roma Virginia Raggi, quando era ministro dell’interno Salvini., dopo aver ereditato mafia capitale e una città amministrata per 31 anni dalla sinistra + 5 da Alemanno, ha sgombrato molti campi rom e demolito la villa abusiva NON denunciata al Catasto dei Casamonica, che i precedenti avevano tollerato.

  4. PS

    Se possiedi un immobile che non riesci a vendere e nemmeno ad affittare che rendita produce?

  5. Francesco.m.P.

    Bisogna adeguare il catasto, non possiamo nel 2021 parlare di vani e non di mq.Io inserirei nella dichiarazione dei redditi la rendita catastale da tassare con l’imposta comunale. Poi bisogna aumentare la tassazione su sigarette, alcol, zuccheri,grassi. e rivedere, in generale, le indirette.Il pasto non è gratis e prima o poi il debito dovrà essere saldato, quindi abolizione del denaro contante. Se penso che i no vax sono già costati 68 mil di €…..metterei le spese mediche a loro carico.

  6. Mario

    Per semplificare l’Irpef sulle persone fisiche occorre fare un salto culturale e giuridico di 60 anni.
    Una volta le dichiarazioni si facevano su carta, quindi pubblicati i modelli ed i libri per i commercialisti, bastava compilare la dichiarazione. Ora bisogna avere programmi informatici, quindi le detrazioni utilizzate da meno dell’1% della popolazione comportano centinaia di milioni di euro di costi di gestione compresi anche quelli del fisco, quindi se si decide di mantenerle occorre cambiare paradigma, cioè pensare a rimborsi fiscali diretti oppure a sussidi INPS o ASL.
    Inoltre occorre abbandonare il concetto di famiglia fiscale e adottare quello di famiglia anagrafica: in questi 60 anni le famiglie, gli studi ed il lavoro si è internazionalizzato, quindi le famiglie transnazionali siano esse italiane o straniere possono cumulare benefici assistenziali e fiscali italiani e del paese dove risiede il familiare oppure fare splitting reddituale.
    La flat tax con quoziente familiare risolveva questi due problemi (anzi davano copertura finanziaria) cioè nessuna tax expenditure e utilizzo della famiglia anagrafica.

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