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Quell’intoccabile catasto

Appena si parla di riforma del catasto, si levano gli scudi. Si teme un aumento delle imposte sugli immobili, molto impopolare in un paese dove la maggioranza delle famiglie è proprietaria di casa. Ma la revisione è necessaria, per equità ed efficienza.

Chi ha paura della riforma del catasto?

I giornali del 15 settembre erano tappezzati di articoli contro la riforma dei valori catastali che potrebbe essere contenuta nell’imminente disegno di legge delega sulla riforma fiscale.

Riformare il catasto non necessariamente implica un aggravio di imposta in questo comparto di imposizione. Questo è però il timore più diffuso e, in Italia, da decenni, chi tocca la casa è politicamente sconfitto. La giustificazione va ricercata nell’elevata quota (circa tre quarti) di famiglie proprietarie dell’immobile di residenza, nel non esiguo numero di famiglie proprietarie di altri immobili (circa un terzo) e nel fatto che le famiglie italiane tendono ad essere mediamente cash-poor e asset-rich. Ma si potrebbe ragionevolmente argomentare che, proprio perché le proprietà immobiliari sono così diffuse, il sistema catastale deve essere strutturato bene.

Le imposte sulla casa rappresentano uno dei veri tabù del nostro sistema impositivo. Quando si parla di catasto il primo pensiero va all’imposizione sull’abitazione di residenza, da qualche anno di nuovo esente ai fini patrimoniali per la quasi totalità delle residenze. È un modo quanto meno incompleto di guardare a questo tipo di imposte. In Italia le entrate totali nel 2020 ammontano a circa 789 miliardi di euro, mentre il gettito dell’Imu o della Tasi sulla prima casa, quando erano in vigore, era pari ad appena 4 miliardi di euro, davvero poco rispetto al totale delle entrate. Il dibattito politico sull’ imposizione della prima casa ha comunque avuto, inspiegabilmente, una eco molto forte negli ultimi 15 anni. È anche poco il valore del gettito se guardiamo all’Imu derivante dagli immobili diversi dalla prima casa, 20 miliardi di euro in totale. L’insieme delle imposte che gravano sugli immobili valgono in totale circa 40 miliardi, perché vanno considerate anche le altre imposte collegate agli immobili, come l’Iva, la cedolare secca, l’imposta di registro e di bollo, etc. Un sistema catastale aggiornato è una questione di civiltà impositiva e, infatti, se ne parla da decenni. Qualche anno fa era persino pronta una legge delega, che poi non è stata attuata.

Vediamo quindi alcuni numeri (come riportato nell’ultima edizione de Gli immobili in Italia, curato dal ministero dell’Economia e delle Finanze e dall’Agenzia delle Entrate), che suggeriscono riflessioni più meditate.

Quanti sono gli immobili

Il numero complessivo di immobili nel nostro paese è di circa 64,4 milioni di unità, di cui 57,1 milioni di proprietà di persone fisiche. Gli immobili del gruppo catastale A (le abitazioni comunemente intese), esclusi gli uffici, sono 34,9 milioni, di cui 32,2 milioni di proprietà di persone fisiche. Le cosiddette prime case sono 19,5 milioni, con 13,3 milioni di pertinenze. Focalizzando l’attenzione sugli immobili non accatastati nel gruppo A, le pertinenze sono 11 milioni, 2 milioni i negozi, 0,7 milioni gli uffici, 1,6 milioni gli immobili ad uso produttivo, 1 milione quelli utilizzati per altri usi. L’attuale sistema è caratterizzato anche da vistose inefficienze. Ad esempio, sono circa 2,1 milioni gli immobili presenti in catasto ma non riscontrati nelle dichiarazioni dei contribuenti.

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Un sistema tributario moderno non può permettersi di non saper accertare bene queste basi imponibili, incrociando le informazioni delle numerose banche dati oggi disponibili. Inoltre, come osservato, le abitazioni di residenza secondo le dichiarazioni dei redditi sono 19,5 milioni. Il numero di prime case stimate utilizzando le principali indagini campionarie sono inferiori, circa 1,5-2 milioni in meno. Una quota non irrilevante di questa discrepanza deriva dal fatto che molti coniugi risiedono, dal punto di vista sostanziale, nella stessa abitazione, ma formalmente sono residenti in abitazioni differenti al fine di usufruire di benefici fiscali. Per non parlare del numero di immobili ceduti in locazione e regolarmente registrati: sono molto pochi rispetto a quanto sarebbe lecito aspettarsi, quanto meno osservando il numero di immobili a disposizione. La cedolare secca sui canoni di locazione ha marginalmente aumentato il numero di abitazioni cedute in locazione in modo regolare, ma l’evasione in questo comparto è ancora rilevante (si pensi che è stimata in circa 5 miliardi per l’Imu). Peraltro, questa parziale emersione non sembra essere stata sufficiente a garantire un incremento di gettito. Il maggior gettito derivante dalla registrazione di nuovi contratti non ha infatti compensato la perdita di gettito sugli immobili già locati e dichiarati, dovuta al passaggio dalla progressività (come era prima del 2012) alla proporzionalità, a causa della concentrazione dei canoni di locazione, prevalentemente, sui contribuenti a più alto reddito. Abbiamo perso gettito ed equità, non proprio un affare per la collettività nel suo complesso.

La questione delle rendite catastali

Vediamo ora qualche numero sulle rendite catastali. Considerando l’intero gruppo A, esclusi gli uffici, la somma delle rendite catastali è pari ad appena 16,9 miliardi di euro, di cui 15,6 quelle di proprietà di persone fisiche. Questo implica che la rendita catastale media è pari a meno di 500 euro annui. Preme ricordare che la rendita catastale dovrebbe rispecchiare il canone di locazione che un proprietario potrebbe ricevere qualora decidesse di cedere in locazione la sua abitazione, il cosiddetto “affitto” imputato, peraltro considerato nella definizione di prodotto interno lordo in quanto autoconsumo. Ebbene, la rendita catastale è, oggi, pari a circa il 10-15 per cento dell’”affitto” imputato. Questa profonda diversità dipende dall’arretratezza, in media, del nostro catasto. Un discorso analogo vale per le altre tipologie di immobili. Ne emerge un quadro quanto meno desolante.

La sottovalutazione media delle rendite catastali si rispecchia anche nei valori considerati per la base imponibile ai fini Imu o, precedentemente, Ici. In questo caso il fattore moltiplicativo per passare dalla rendita catastale alla base imponibile dell’imposta sul singolo cespite patrimoniale (nel nostro paese non è mai stata in vigore un’imposta sul patrimonio complessivo di un contribuente) è ottenuto ipotizzando una rendita perpetua del valore della rendita catastale scontata ad un determinato tasso. Per l’Ici il tasso di sconto era dell’1 per cento, da cui derivava il fattore moltiplicativo pari a 100. Il governo Monti ha scelto, di fatto, di ridurre il tasso di sconto, dall’1 allo 0,625 per cento, nel passaggio dall’Ici all’Imu, da cui deriva il fattore moltiplicativo pari a 160. Quella scelta ha ridotto la distanza, in media, tra la base imponibile dell’Imu e il valore di mercato di un immobile. Essendo il fattore moltiplicativo applicato a tutti gli immobili, non ha però corretto la capricciosa distribuzione delle basi imponibili rispetto ai corrispondenti valori di mercato, possibile solo con una organica revisione del catasto. Oggi, pertanto, il rapporto tra le rendite catastali e i valori patrimoniali non risponde più a un criterio teorico di determinazione del rendimento medio dei fabbricati. Emerge l’incoerenza di fondo tra un sistema catastale nato per determinare e tassare le rendite e un sistema tributario che oggi è ispirato prevalentemente (più sulla carta che effettivamente) a tassare i valori patrimoniali o i trasferimenti di patrimoni. Non a caso il prima menzionato disegno di riforma del catasto prevedeva la determinazione non solo delle rendite, ma anche del valore dei fabbricati.

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Quello che oggi preoccupa prioritariamente non è soltanto la sottovalutazione di questi valori, ma i disallineamenti relativi dei valori reddituali e patrimoniali avvenuti nel tempo. L’attuale sistema catastale, in assenza di revisioni e di una modalità di classamento coerente con le effettive caratteristiche dell’immobile, è dunque fonte di forti disparità sia “verticali” (considerando cioè immobili di diverso pregio) sia “orizzontali” (considerando cioè immobili simili). Non è detto che l’esito della revisione dei valori catastali sia un aumento del gettito derivante dagli immobili: questa è una scelta politica. A parità di gettito, è praticamente certo che si verificherà sia una redistribuzione tra comuni, da valutare attentamente in una logica di federalismo fiscale, sia una redistribuzione tra contribuenti. Quest’ultimo aspetto non deve essere un freno per ogni riforma, per due motivi: non si possono pensare solo riforme che sempre e comunque riducono le imposte per tutti; se la revisione dei valori catastali dovesse comportare aggravi per qualcuno, evidentemente è perché egli è stato avvantaggiato in passato rispetto ad altri, da un catasto non aggiornato. E per la stessa ragione, è del tutto possibile che qualcuno pagherà meno di prima. In particolare, è noto che l’attuale catasto tende ad avvantaggiare soprattutto le abitazioni nelle zone centrali delle grandi città (perché accatastate prima) rispetto a quelle in periferia (accatastate più di recente), inducendo dunque una sorta di redistribuzione alla rovescia, da chi ha meno disponibilità di reddito (che vive prevalentemente in periferia) a chi ne ha di più e vive in centro. Al massimo la riforma cambierà la distribuzione temporale dell’onere dell’imposta per i singoli contribuenti. Non uno scandalo.

Per concludere, si osserva che neanche i paesi più efficienti rivedono il catasto ogni anno, non sarebbe neanche necessario. Detto ciò, tra non così tanti anni il nostro catasto compirà un secolo. Di tempo per pensare alla sua revisione ne abbiamo avuto fin troppo.

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14 commenti

  1. Marcello

    Vorrei far notare che il Tabù, non è la riforma del catasto, ma la riforma fiscale, in particolare ogni riforma che provi a sanare un’anomalia tutta italiana. Sulla tassazione delle proprietà immobiliari è evidente che non c’è nessuna motivazione coerente che impedisca l’aggiornamneto dei valori catastali. Gli effetti distorsivi cominciano con il calcolo della tassa di registro e finiscono con quella di possesso. Gli effetti sono evidenti: un numero di case spaventoso, circa una per abitante della Paese, di cui un numero imprecisato non occupate. Le conseguenze in termini di scempio e consumo del territorio sono evidenti e incalcolabili. Che dire poi della concorrenza dell’investimento immobiliare con quelli mobiliari? Un mercato borsistico ridicolo per uno dei 10 paesi più ricchi del mondo. Non vale neanche la pena soffermarsi sull’inefficienza degli investimenti immobiliari, è semplicemte storia. Che dire poi dello stato delle abitazioni in italia? Patrimonio vetusto, non risanato spesso in condizioni pessime. L’assenza della buona pratica di una perizia statica sulle condizioni dell’immobile che si intende acquistare rende anche ad alto rischio il buon fine dell’investimento. Infine l’assenza di un qualsiasi obbligo assicurativo, anche in questo caso poche decine di euro l’anno, che renderebbe impossibile ogni tipo di nuovo abuso edilizio, sgraverebbe lo stato di oneri improprio e iniqui in caso di calamità e assicurerebbe ai proprietari ricostruzioni certi in tempi ragionevoli.
    Riassumendo non si vuole fare una riforma fiscale perchè si ritiene che le cose vadano bene così, con l’86% IRPEF pagata dal lavoro dipendente e pensioni, a fronte di oltre 5 milioni di lavoratori autonomi, il numero maggiore in Europa, che pagano il restante 14%, Spero tanto che questo Governo metta mano a queste palesi iniquità. Casa, Irpef, IVA una vera e propria emergenza nazionale, se non ora quando?

    • Attilio

      Lei ha centrato con certezza uno dei principali problemi socio-economici di questa benedetta Italia. Mi fa sorridere, amaramente, il cantare a squarciagola in qualsiasi manifestazione sportiva il nostro inno Nazionale. Di ben altro dovremmo noi tutti preoccuparci come Lei dice.
      Non so se la serietà del Signor Draghi presidente del Consiglio riuscirà a venirne fuori. Auguro che come Lei dice possa risolvere questi annosi problemi. Per la salvezza d’ITALIA.

  2. Claudio Marchesan

    La soluzione sarebbe semplice basterebbe applicare la stessa tassa del 2 x mille che si applica sul patrimonio finanziario ai valore di mercato dell’immobile dopo averne fatto una stima decente.
    La diversificazione tra patrimonio finanziario e immobiliare sarebbe possibile ed il mercato immobiliare potrebbe ripartire senza bisogno di invenzioni come il 110%

  3. Mattia Ferri

    1. Incrociare “le informazioni delle numerose banche dati oggi disponibili”? Segnalo agli autori, che forse lo ignorano, che dall’introduzione del prezzo-valore (introdotto proprio a tal fine) l’agenzia delle entrate conosce esattamente il prezzo di scambio (vero e non fittizio) degli immobili. Per aggiornare i valori della stragrande maggioranza degli immobili basterebbe che l’agenzia delle entrate (ovvero il catasto) usasse i dati già in suo possesso. Se non lo fa è perché non si vuole o politicamente non può.
    2. “Il numero di prime case stimate utilizzando le principali indagini campionarie sono [sic] inferiori, circa 1,5-2 milioni in meno”: se gli immobili di abitazione sono 19 milioni e in realtà le prime case sono al massimo 2 milioni, i coniugi che “abusano” della prima casa saranno al massimo 2 milioni. E gli altri 16 milioni?
    3. Se è vero che “la rendita catastale dovrebbe rispecchiare il canone di locazione che un proprietario potrebbe ricevere qualora decidesse di cedere in locazione la sua abitazione”, allora anche il c.d. “valore catastale” (rendita catastale * 126 o *115,5) dovrebbe essere coerente. Sfido chiunque a comprarsi un immobile pagando 126 canoni di locazione. Semplicemente, si tratta di valori ormai quasi del tutto arbitrari.
    Il punto è che per riformare un sistema bisogna conoscere veramente com’è strutturato e come funziona. Se non si sa cosa si sta facendo è meglio lasciarlo così com’è. Il vero timore è che la riforma del catasto venga fatta organizzata da persone che della materia ne sanno meno di un agente immobiliare di provincia.

  4. m.f.Parini

    Non è possibile che nel 2021 gli immobili siano valutati in vani e non in mq;la riforma del catasto è necessaria per sanare molte iniquità ed i proprietari della prima casa potrebbero essere tassati inserendo la rendita catastale rivalutata nell’irpef.

  5. Mario

    Manca consenso alla riforma anche perché gli esempi fatti riguardano solo le città o le case al mare ma le sperequazioni riguardano l’intero territorio nazionale perché le rendite sono basate sulla situazione socio-economica degli anni ottanta per cui non sono più in linea con l’attuale valore di mercato. Io abito in un comune del nord dove le case singole (categoria A/7) sono divise in 2 classi ma in un comune vicino dove il reddito medio calcolato sulle dichiarazioni dei redditi anno di imposta 2019 è superiore del 25% a quello del mio comune, la categoria A/7 prevede solo una categoria e questo comune confina pure con il comune dove ci sono l’ospedale, la stazione ferroviaria, l’autostrada, gli uffici statali ecc..
    Per non parlare dei comuni dell’Appennino che già al censimento del 2001 si stavano spopolando rispetto al 1991.
    Questo determina che le dichiarazioni Isee non fotografano l’attuale situazione per cui i cittadini che abitano in comuni, dove c’è stato un calo di residenti o di attività economica oppure non hanno attirato popolazione con cementificazioni selvagge, sono penalizzati.
    Inoltre serve un catasto tavolare dove i diritti vengono certificati dallo Stato e quindi diminuiscono i costi di transazione (se stiamo 400 euro a compravendita i risparmi annui di oneri burocratici sono di 2 miliardi di euro) e si possono buttare le 8000 banche dati comunali per il controllo dell’Imu.

  6. Raffaele

    Articolo a mio avviso veramente esaustivo e, come di consueto, supportato da numeri.
    Vorrei evidenziare il passaggio dove si dice che la rendita catastale dovrebbe rispecchiare il canone di locazione “peraltro considerato nella definizione di prodotto interno lordo in quanto autoconsumo”. Questo significa che nel caso di revisione dei valori catastali avremmo automaticamente un incremento del PIL incluso nel pacchetto? Con tutti i benefici che ciò comporta (incluso il famoso rapporto debito / PIL , deficit / PIL, etc.)? O sto semplificando troppo?

    Grazie

  7. Enrico D'Elia

    Cristiano II di Danimarca, o meglio la madre della sua amante, avevano sostanzialmente risolto un problema fiscale analogo ai tempi di Amleto. Era necessario tassare le navi che passavano per lo stretto dell’Oresund e la signora (che era una commerciante di pesce, non una economista) propose che il capitano della nave pagasse il dazio in base al valore del carico dichiarato…ma riservando al gabelliere il diritto di acquistare la nave al prezzo dichiarato se questo fosse risultato incongruo. Il sistema era a prova di corruzione. Infatti al gabelliere sarebbe convenuto accettare una mazzetta solo se questa superava la differenza tra il valore di mercato (al quale avrebbe potuto vendere la merce) e quello dichiarato (di acquisto). Quindi per il proprietario della nave sarebbe stato indifferente pagare il dovuto oppure meno tasse e la mazzetta. Più recentemente Lula ha rimesso a posto il catasto brasiliano in poche settimane seguendo un criterio analogo. Basta copiare. Per vincere le “resistenze” dei proprietari basterebbe una clausola di salvaguardia (come quella di Tremonti per l’Irpef) che garantisca lo stesso livello di imposizione sugli immobili per qualche anno, eventualmente abolendo anche la necessità di un atto notarile (che costa più di parecchie tasse) per gli immobili “certificati” dal nuovo catasto.

  8. Roberto Convenevole

    A chi lo chiederà (r.convenevole@gmail.com) posso regalare in formato pdf il testo ”Rapporto sul catasto fabbricati” (100 pagine fitte di dati e notizie) da me redatto su incarico del Ministro delle Finanze protempore nel 1999. Il successore, Del Turco (divenuto famoso quando era Tesoriere della CGIL per aver gestito la cassa del sindacato per finanziare attività politiche della componente socialista), lo cestinò e dunque del documento che mi è costato 6 mesi di mazzo non c’è traccia al Ministero dell’Economia. Il rapporto è interessante da un punto di vista storico e contiene alcune chicche: a) a pag. 31 il Consuntivo delle Modalità di finanziamento del recupero dell’arretrato previsto dalla Commissione Castellani per il 1998-99 con una spesa lievitata da 140 a 170 miliardi di lire giacché per dare il permesso ai Lavoratori Socialmente Utili di lavorare l’arretrato, le OO.SS protesero una tangente di lire 30 miliardi come indennizzo; b) nella Nota 41 di pag. 30 si ricorda l’esistenza di circa 60-80 mila unità immobiliari edificate dai corpi militari dello Stato in deroga a tutti gli obblighi amministrativi ed esentate dall’accatastamento in virtù di un Regio Decreto del 1942 quando si era nel pieno della guerra. Questa vicenda illustra bene la realtà dell’amministrazione italiana che non ha memoria storica ed è caratterizzata da sciatteria e pavidità. All’epoca il Dipartimento del Catasto era la struttura più corrotta del Ministero delle Finanze e fu commesso un grave errore quando, dopo avermi fatto condurre un’inchiesta amministrativa durata un solo mese, emerse la truffa delle OO.SS ai danni dello Stato e per opportunismo politico il ministro in carica non mosse un dito.

  9. Aldo Mariconda

    Condivido la necessità di una riforma, purché si tenga conto anche delle distorsioni e iniquità del sistema attuale. Andrebbero accatastati gli immobili fantasma, quelli abusivi diffusi specie al Sud. Poi non è sempre giusta la prassi attuale di riattribuire rendite maggiori dopo un restauro in genere con qualche mutamento del distributivo, senza tener conto delle tendenze del mercato e con riferimento a parametri standard obsoleti. Esempio: i negozi in aree non centralissime, ma anche in queste, che rimangono sfitti causa la grande distribuzione e gli acquisti on-line. Vivo a Venezia, e Mestre è un vero cimitero di negozi, anche in centro, non parliamo delle periferie. Credo che, ove possibile, saranno solo trasformabili in garage anche se i proprietari non si adattano e appongono invano cartelli AFFITTASI/VENDESI. Vi è poi una tendenza di molti uffici a trasferirsi in aree non centrali e dove si arriva facilmente in auto e si trova parcheggio facilmente. Un esempio concreto di un ufficio a Treviso a 100 m. da Piazza dei Signori, pieno centro. 100 mq, RC 1.559,70, IMU annuale 1.693,00€, fitto annuo 9.600,00€ pari a 800,00/mese. Imponibile IRPEF 9.120,00, IRPEF per fascia di reddito tra 55/75.000€ con aliquota 41% + addizionali regionale e comunale per un totale di 43.03%, ha un carico fiscale del 59% corrispondente a IMU per 1.699,00 e IRPEF 3.924,00. E non è un canone fuori mercato prrché è stato faticoso affittarlo, prima del Covid nel 2018, rimanendo oltre un anno sfitto. Non è un’eccesione. Poi certamente vi sono appartamenti abitativi di lusso con rendite basse, invariate da tempoo immemorabile. Se al peso fiscale aggiungiamo le spese condominiali e lavori straordinari, non è certo una rendita!

  10. Modesto Torres

    Vorrei segnalare che è necessaria una riforma del Catasto per attualizzare situazioni relative a classamenti variegati, stabiliti nel corso degli ultimi decenni senza alcun aggiornamento legato alla nuova situazione geografica nel frattempo intervenuta. Pochissimi sono stati i tentativi svolti dai Comuni in materia.
    Ma è fondamentale accertare milioni di immobili ancora non censiti o erroneamente (e volutamente) classificati con categorie non congrue.
    Aggiungo che le vecchie “verificazioni” riguardanti i terreni dovrebbero essere effettivamente svolte, non lasciando ai soggetti proprietari l’onere (ma è divenuta una facoltà) di presentare la variazione di coltura. Attualmente vengono ormai apportate modifiche solo con accertamento dell’AGEA in occasione di richieste presentate per ottenere dei contributi. Trascurato, inoltre, è l’utilizzo di terreni agricoli con altre finalità: parcheggi e rivendite auto, depositi e vendita di materiali edili o altre attrezzature, stabilimenti balneari realizzati su aree private, campings, centri sportivi all’aperto, cantieri nautici etc.
    In ultimo, sarebbe necessaria una svolta di sistema dell’Agenzia delle Entrate-Territorio (il “vecchio” Catasto), non più solo conservazione ma sempre più accertamenti, altrimenti coloro che pagano saranno sempre i soliti rispettosi delle norme.

  11. Asterix

    La riforma del catasto è l’emblema del rapporto opaco e poco trasparente che esiste oggi tra politici italiani ed elettori, nonché tra gli stessi politici e la Commissione Europea.

    I politici italiani non vogliono spiegare ai cittadini che per rientrare nei vincoli di bilancio europei cui loro hanno aderito occorrerà ridurre nei prossimi 10-15 anni di 20 punti percentuali il rapporto debito/PIL (circa 300 miliardi di euro). E’ di tutta evidenza che tali risorse non potranno essere recuperate dalla riforma dell’IRPEF che di fatto confermerà la progressività solo sui redditi di lavoro dipendente e le pensioni. Quindi la riforma del catasto, come primo step per reintrodurre la tassazione sulla prima casa o per una nuova imposta patrimoniale, è la probabile unica soluzione posto che già abbiamo l’aliquota ordinaria IVA tra le più alte di Europa.
    Bisognerebbe avere una classe politica italiana che parlasse chiaro, però, come al solito abbiamo necessità di un governo di super tecnici che si prenda la responsabilità aumentando però la sfiducia generale verso la politica che cresce in una parte consistente della popolazione.

    D’altra parte, però, il governo italiano sta raccontando da diversi anni all’OCSE e alla Commissione delle favole (simili a quelle delle Grecia prima del default) sostenendo che ci sia un tesoretto dato dal differenziale tra le rendite catastali ed i valori di mercato da cui attingere risorse.. Purtroppo non è così. Dopo la crisi del 2008 e l’intervento operato nel 2011 il mercato immobiliare è crollato ed in molte città (soprattutto al sud) quel differenziale si è ridotto fino quasi ad annullarsi. Peraltro le strade per attuarla sono due: quella ordinaria che richiederà 5 anni non compatibili con le richieste della Commissione, e quella veloce incrementando gli indici che potrebbe anche produrre un rilevante incremento del contenzioso..
    In conclusione la riforma del catasto non ci salverà.. però invece che fare uno sforzo collettivo per trovare altre soluzioni ci facciamo dettare dall’esterno soluzioni non adatte condannandoci alla irrilevanza politica.

    • f.m.p.

      Parole Sante…il pasto non è gratis e prima o poi dovremo diminuire il mostruoso disavanzo. Non abbiamo statisti, ma politici venditori di illusioni.La riduzione della situazione debitoria passerà dalla revisione del catasto e da una tassazione light della prima casa,dalla riforma del fiscoe e,soprattutto, dall’abolizione del denaro contante in Italia.

  12. GiorgioIV

    Non trovo in nessun commento, oltreché nell’articolo, alcun accenno al fatto che le imposte attuali sugli immobili (leggi essenzialmente IMU sulla seconda casa) non sono né proporzionali nè tanto meno progressive, ma presentano un’aliquota unica (quasi sempre la massima consentita), indipendente dal reddito del possessore e dal n° di immobili posseduti (o dalla relativa metratura). Insomma una specie di flat tax come quasi tutte le tasse e imposte presenti in questo benedetto Paese (ad es. la Tari oppure, come si finge di scoprire solo ora, la bolletta energetica, anche per la quota relativa alla cosiddetta transizione green, che colpisce in ugual misura tutti i cittadini, slegata completamente dal reddito del titolare del contratto).
    Normale tutto ciò e in linea con la Costituzione?
    Che dire poi, per come è congegnata ora la tassazione degli immobili, del fatto che sono i non residenti (gli unici che pagano un’imposta sugli immobili) a sostenere i costi dei servizi locali usufruiti per la stragrande parte parte dai residenti esentati (leggi 1° casa). Non residenti che, per giunta, non possono nemmeno giudicare e controllare come vengono spesi i propri soldi in quanto sono esclusi dal voto amministrativo locale poiché non residenti. Ce ne sono di storture da sistemare , non sono la cervellotica strutturazione del catasto.

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