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Riforma fiscale: il compromesso delle Commissioni

Presentato il documento conclusivo della proposta di riforma del sistema tributario. Una sintesi apprezzabile per un documento che rimane molto sbilanciato sull’Irpef e in cui non mancano i nodi irrisolti. A partire dalle coperture delle misure.

Dopo più di sei mesi di lavoro e 60 audizioni parlamentari, le commissioni Finanze di Camera e Senato hanno presentato il documento conclusivo di proposta di riforma del sistema tributario, votato da tutte le forze di maggioranza, con l’astensione di Leu. Si tratta di un documento importante, perché rappresenta un atto di indirizzo politico al governo, che si è impegnato a recepirne le indicazioni nel disegno di legge delega che deve presentare entro la fine di luglio. Il documento è apprezzabile per lo sforzo di elaborazione e sintesi delle diverse posizioni, tanto più alla luce della vacuità e distanza tra le proposte depositate la settimana scorsa dai diversi partiti, sebbene, come diremo, molti nodi restino ancora irrisolti. Un forte limite del documento è l’assenza di ogni indicazione sulle coperture delle riforme ipotizzate, che vanno tutte nella direzione di una riduzione del carico fiscale a vantaggio della crescita economica. Si vede che dopo la sbornia populista degli ultimi 20 anni, i parlamentari italiani fanno ancora fatica a scrivere nero su bianco che non tutto si può fare a deficit e che, se si vuole ridurre seriamente qualche imposta, le risorse da qualche altra parte andranno pure trovate. Toccherà al governo e segnatamente al ministro dell’Economia ricordarglielo. Ma vediamo il documento più in dettaglio.

L’Irpef

Il testo è complessivamente sbilanciato sull’Irpef, tema principale delle audizioni. Per quanto riguarda la determinazione della base imponibile si sposa il modello della dual income tax rispetto al modello alternativo della comprehensive income tax; significa assoggettare alla progressività solo i redditi da lavoro (e assimilati), mentre gli altri redditi rimarrebbero soggetti ad aliquote proporzionali, tendenzialmente convergenti a quella minima dell’Irpef. Nel testo non si fa espresso riferimento ai redditi immobiliari, anche se si lascia intendere che gli attuali regimi sostitutivi potrebbero rimanere in vigore. Più in generale non si parla di imposte patrimoniali, né di imposte di successione; analogamente non si affronta il tabù della tassazione della prima abitazione, né quello della revisione del catasto, prerequisito per una equa imposizione sul patrimonio immobiliare. C’è da dire comunque che siccome il documento è silente su tutti questi temi, non c’è neanche un veto specifico del parlamento al governo per discuterne.

L’unità impositiva resterebbe il reddito individuale, non quello familiare, sconfessando i modelli di imposizione familiare (quoziente o splitting) molto cari a diversi partiti del centro-destra. È un punto importante e condivisibile alla luce dell’obiettivo di favorire l’offerta di lavoro femminile, che sarebbe penalizzata dal cumulo dei redditi. Proprio per favorirla, si suggerisce anche di rivedere la detrazione per coniuge a carico e introdurre per un periodo definito una imposizione agevolata in caso di ingresso al lavoro del secondo percettore di reddito in famiglia. Oltre all’occupazione femminile, un altro aspetto di rilievo è la previsione di forme di tassazione agevolata per i giovani under-35, o nella forma di un più ampio minimo esente o nella forma di maggiorazione della deduzione/detrazione fissa per lavoro dipendente.

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Per quanto riguarda le aliquote, si esprime una preferenza per il mantenimento della struttura a scaglioni rispetto al passaggio alla progressività continua. Si propone la riduzione dell’incidenza sui redditi della “classe media” (tra 28 mila e 55 mila euro) e delle aliquote marginali effettive, molto alte già a partire dai 28 mila euro (41-43 per cento). Si prevede anche che il “bonus 100 euro” venga assorbito nella struttura dell’imposta. Molto discutibile, e di ostacolo anche ad una riforma nella base imponibile nella direzione del dual income, è invece l’indicazione di mantenere la flat tax al 15 per cento per i lavori autonomi in regime forfettario. Qui l’unico progresso è il riconoscimento che il meccanismo di soglia ai 65 mila euro di fatturato disincentiva la crescita dimensionale e l’introduzione di un regime transitorio per superarlo (su base volontaria).

In generale non si affrontano i numerosi problemi di erosione della base imponibile Irpef sollevati in quasi tutte le audizioni. Molto vago è anche il riferimento alle numerosissime e crescenti spese fiscali; ci si limita in proposito, come da tempo e a parole viene fatto da ogni parte politica, a sottolineare l’esigenza di semplificazione e razionalizzazione, con il suggerimento di eliminare le spese fiscali il cui importo pro capite (o il numero di beneficiari) sia inferiore a una certa soglia.

Queste carenze, unitamente alle vaghe indicazioni circa la struttura delle aliquote e delle detrazioni, sollevano dubbi e incertezze sugli effetti sull’equità orizzontale e verticale della nuova Irpef proposta, che come più volte osservato dipende congiuntamente dalla definizione della base imponibile, dalla struttura delle aliquote e dalle detrazioni.

Le altre imposte

Il documento di sintesi si estende opportunamente anche ad altri aspetti del sistema tributario, ma l’esigenza di mediazione politica impedisce anche in questo caso una visione completa e organica. Oltre al tema degli immobili, già citato, si dice poco anche sulla tassazione ambientale e ancor meno sull’Iva, tutti temi che sarebbe invece fondamentale affrontare anche per recuperare il gettito necessario a ridurre il carico fiscale principalmente sul lavoro. Altro tema assente è il federalismo fiscale: ci si limita a raccomandare la trasformazione delle addizionali regionali e comunali in sovraimposte, come suggerito in molte audizioni, e una revisione strutturale della legge delega 42/2009, in realtà mai completamente attuata. Per quanto riguarda l’Irap è chiaro l’intento di abolirla e, seppure non detto espressamente, l’idea sembra quella di riassorbirla nelle addizionali (o sovraimposte) Irpef – a esclusione del lavoro dipendente – e in una nuova addizionale regionale Ires, una soluzione non priva di criticità e complessità (l’addizionale Ires sarebbe una novità e il gettito sarebbe molto sperequato tra regioni).

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Più chiaro è il disegno dell’imposizione delle attività finanziarie, per le quali si propone l’abolizione della distinzione tra redditi da capitale e redditi diversi, da far confluire nella nuova categoria dei redditi finanziari, e la tassazione al realizzo. Non si affrontano gli attuali regimi agevolati, a eccezione della previdenza complementare – per la quale si prevede, in coerenza con i modelli prevalentemente adottati in sede comunitaria – di passare a un sistema Eet (esenzione dei contributi, esenzione dei redditi maturati in fase di accumulazione e tassazione delle prestazioni), prevedendo opportunamente che queste ultime siano tassate in Irpef (e non con le cedolari agevolate in vigore oggi). Chiare sono anche alcune specifiche indicazioni sul reddito di impresa, come il ripristino dell’Iri, una forma di tassazione delle imprese con molte buone proprietà, ma dalla vita finora particolarmente sfortunata, o l’introduzione del carry-back delle perdite, auspicato anche in sede comunitaria.

In conclusione, le omissioni e il carattere inevitabilmente compromissorio di molte indicazioni sono ben lontane dal fornire una proposta di riforma organica. Non resta che sperare che la capacità di visione del governo colga gli spunti positivi per proporre un disegno più ampio e coerente, capace di misurarsi con un contesto economico in costante evoluzione e radicalmente diverso da quello in cui le attuali forme di prelievo sono state pensate.

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  1. Roberto Motalli

    Perche’ in tutte le analisi della tassazione , di tutti i giornali, non appaiono mai le addizionali IRPEF ? Tra regione e comune possono arrivare a cubare quasi un vergognoso 3% da sommare alle aliquote attuali. E sono quasi 600euro su un piccolo reddito di 20mila.

    • luca

      In realtà, il peso delle addizionali arriva a oltre il 4% nel Lazio. Per un residente a Roma, con reddito pari a 75000 € lordi (netto 47 mila), l’aliquota dell’addizionale regionale si commisura al 3,33% (raddoppiata in dieci anni!) quella comunale allo 0,9% (la più alta fra i Comuni italiani).

      Entrambe, quando furono introdotte, avrebbero dovuto sostituire un pezzetto di Irpef. Ma hanno finito per essere aggiuntive! Ne è derivato che, per il menzionato livello di reddito (75000 €), fra il 2001 e il 2020:
      a) il prelievo Irpef è rimasto pressochè invariato, sia in cifra assoluta (25.500 circa) che in termini di incidenza (circa 34%);
      b) il prelievo delle due addizionali si è più che quadruplicato, dando luogo a un aumento del prelievo fiscale complessivo di quasi 3 punti (dal 34,9% al 37,6%) e a una caduta del reddito netto pari a quasi 2 mila euro.

      Insomma, c’è un’Irpef strisciante (quella da addizionali) che non può essere ignorata in una prospettiva di riforma della tassazione dei redditi delle persone fisiche.

  2. Firmin

    Ci sono parecchie barzellette sui risultati dei progetti elaborati da un comitato (p.es. il cammello sarebbe un cavallo modificato da un gruppo di saggi). Mi sembra che anche questa bozza di proposta di raccomandazioni per una delega al governo rispetti le peggiori aspettative. Tre anni di discussioni non hanno sciolto un solo nodo e alcune scelte, come il doppio regime (flat e progressivo) per diverse tipologie di redditi, sono semplicemente insensate e controproducenti per l’equità e la crescita. Tuttavia il difetto sta nel manico: non si può chiedere ad un comitato eterogeneo di fare un progetto organico, ma al massimo di dirimere questioni di base semplici, scegliendo tra alternative predefinite, come in certi quiz a risposta multipla. Fare il contrario è come chiedere ad una assemblea di condominio di fare il progetto esecutivo di un intervento edilizio, invece di scegliere tra diversi preventivi. Viene il sospetto che l’intenzione di chi ha istituito questa commissione fosse proprio quella di avere indicazioni talmente vaghe e incoerenti da giustificare un blitz decisionista.

    • Giuseppe GB Cattaneo

      Approvo il tuo commento, inutile scrivere altro.

  3. Henri Schmit

    Un buon articolo su una proposta mediocre, senza coraggio, senza visione, senza impatto e per assurdo …. senza copertura.

  4. Mario F.Parini

    Ogg,giovedì, i sono stato al mercato della mia città dopo tanti anni; ho osservato che gli ambulanti, tranne due, non rilasciavano nessuno scontrino fiscale e lo stesso avviene, al sabato.Sono sempre stato un sostenitore della moneta elettronica per i numerosi vantaggi sia fiscali sia di sicurezza, tralasciando i costi elevati della gestione del contante.Vogliamo veramente combattere l’evasione?BUn primo passo sarebbe imporre ad esempio agli ambulanti i POS ed ai grossisti l’obbligo dell’identificazione degli acquirenti con partita iva o codice fiscale e il divieto di pagamento in contanti.

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