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È arrivato il momento della riforma dell’Irpef

Il governo si è impegnato a realizzare una riforma dell’Irpef, senza però indicarne per il momento i tratti salienti. Dall’analisi dei punti di forza e di debolezza dell’imposta emergono in modo chiaro quali dovrebbero essere le priorità da cui partire.

Il tabù della base imponibile

Da qualche giorno è entrato in vigore il “nuovo” bonus Renzi, con una modifica normativa che dovrebbe rimanere in vigore solo per sei mesi, in attesa di una riforma organica dell’imposta a partire dal 2021. Il governo si è impegnato in questa direzione, ma non sono ancora noti i tratti salienti che potrebbero interessare la riforma dell’imposta sul reddito.

Riprendiamo qui i punti di forza e di debolezza dell’Irpef, sottolineando le priorità, in una logica di buon senso, dato l’andamento dei conti pubblici, e di un contemperato mix tra equità ed efficienza. Per sommi capi, l’Irpef dipende da tre fattori: la base imponibile, la scala delle aliquote e la struttura delle detrazioni per lavoro e famiglia. Il vero tabù oggi sembra essere la base imponibile. Difficile sentire qualche politico prendere posizione in merito. Eppure la base imponibile, nel tempo, anche nell’ultimo ventennio, è stata oggetto di una profonda erosione, a volte poco giustificabile. Prima o poi forse varrebbe la pena rifletterci e porre qualche paletto.

In molti paesi le riforme dell’imposta sul reddito degli ultimi decenni sono state guidate dalla regola “allargamento della base imponibile e riduzione delle aliquote”, cercando di raggiungere alcuni obiettivi principali, tra cui un’imposta più semplice e meno distorsiva sulle scelte dei contribuenti, con un gettito ancora elevato. Invece di applicare questo paradigma, nell’ultimo ventennio in Italia abbiamo fatto il contrario: una quota rilevante di base imponibile è esclusa dalla progressività dell’imposta personale e assoggettata a imposizione proporzionale oppure, in alcuni casi, esentata da imposta, come avviene per: i redditi da capitale delle persone fisiche (dal 1974); le rendite delle abitazioni di residenza (dal 2000); la quasi totalità dei redditi dei fabbricati tenuti a disposizione (dal 2012); i canoni di locazione di abitazioni locate (dal 2011), parti di reddito da lavoro dipendente erogate come premio di risultato ai lavoratori dipendenti privati, in base ad accordi aziendali (dal 2008); parti di reddito derivanti dall’utilizzazione economica delle opere d’ingegno e dei diritti d’autore sono esentati da imposta (dal 2008); i redditi derivanti dalle ripetizioni private erogate da docenti (dal 2019); i redditi da lavoro autonomo derivanti da ricavi inferiori a un determinato ammontare (dal 2019, la cosiddetta flat tax degli autonomi, di fatto una estensione del regime dei contribuenti minimi in vigore dal 2008).

Per un allargamento della base imponibile non si ha quindi che l’imbarazzo della scelta: si potrebbe iniziare proprio dalla flat tax degli autonomi, misura di facciata da cui si è timidamente partiti verso la flat tax complessiva solamente perché aveva un costo decisamente contenuto, poco più del preesistente regime dei minimi; e si era ben consapevoli che il percorso verso la flat tax vera e propria si sarebbe arrestato lì, per esigenze di gettito e di equità. Oggi ci è rimasto un sistema ibrido tra dipendenti e autonomi, poco razionale.

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Del tax gap riferito all’Irpef, la quasi totalità è imputabile agli autonomi; l’abbassamento delle imposte per questi ultimi non necessariamente incide su una lungimirante emersione di base imponibile, perché molti fattori incidono sulla questione. Ne sa qualcosa il comparto immobiliare: gli appartamenti ceduti regolarmente in locazione erano solamente 2,6 milioni di unità 10 anni fa, contro i 3,4 attuali. Una crescita importante, sicuramente; ma lo è stata perché era basso il numero di partenza, in un paese dove, complessivamente, 2 milioni di immobili presenti in catasto non compaiono poi nelle dichiarazioni dei redditi.

La definizione della base imponibile non è una questione di poco conto: influenza intensamente il concetto di progressività dell’imposta e per questo abbiamo deciso di analizzarla per prima.

La questione delle aliquote

Il secondo pilastro su cui si basa l’Irpef sono le aliquote: si sente parlare solo di queste, come se rappresentassero il cuore dell’imposta. Invece se guardiamo ai dati, per quanto riguarda l’equità, determinano solamente il 40 per cento dell’effetto redistributivo; il rimanente 60 per cento è spiegato dalle detrazioni per lavoro e famiglia, mentre le detrazioni per oneri spesso rosicchiano potere redistributivo. Dal punto di vista dell’efficienza, invece, le aliquote legali vanno valutate assieme alla struttura delle detrazioni per lavoro e famiglia (che sono il terzo pilastro), perché assieme determinano il sistema delle aliquote marginali effettive. Di fatto, oggi, abbiamo un sistema dove, fatta eccezione per la no tax area, prevale una aliquota effettiva nell’intorno del 27-30 per cento per redditi sotto i 28 mila euro e intorno al 41-43 per cento per redditi sopra tale soglia, escludendo le addizionali locali. Un sistema chiaramente non ottimale. Questo dipende, oltre che dalla decrescenza delle detrazioni, anche da una scala delle aliquote legali che presenta un salto di 11 punti percentuali tra il secondo scaglione (aliquota legale del 27 per cento) e il terzo (aliquota legale del 38 per cento). Da qui l’esigenza di intervenire in primo luogo in questa parte della distribuzione. Sul numero di aliquote e scaglioni si deve discutere, è una scelta politica, e va contemperata alla luce dell’intensità della redistribuzione preferita consapevolmente o inconsapevolmente dalla collettività. Un discorso analogo vale per le addizionali regionali e comunali: da una parte, l’ambito discrezionale degli enti locali non è piccolo, formalmente; dall’altro, nell’ultimo ventennio, lo stato ha spesso deciso la sospensione della loro potestà impositiva.

Di fatto, ci sono due modi di vedere il mondo: si può fissare il livello di spesa preferito dalla collettività e tassare di conseguenza; oppure si può fissare un livello massimo di pressione fiscale che non alteri troppo l’efficienza del sistema economico e offrire servizi fino a quel livello. Tutto non si può avere. Su questo aspetto occorre che il sistema politico si interroghi. I numeri dicono che è da tempo arrivato il momento di pensarci: l’efficienza nell’erogazione della spesa non ci colloca ai primi posti in Europa e 110 miliardi di mancate entrate dovute all’evasione suggeriscono che il mondo sarebbe diverso se il senso di moralità pubblica fosse un po’ più elevato. Sarebbe comunque un peccato se la partita della riforma dell’Irpef si risolvesse nella semplice riduzione del numero degli scaglioni da 5 a 3, di cui si è recentemente sentito parlare. Questa è la parte più semplice della riforma, perché molto visibile; ma può essere anche molto costosa.

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Temi politicamente scomodi

Un altro tema di grande rilevanza è il ruolo dell’Irpef nel complesso del sistema tributario: mantenerla con il peso attuale, oppure ridimensionarla a vantaggio di altre imposte meno dannose per la crescita economica, come l’imposizione indiretta e sul patrimonio.

Da anni si parla di ridurre il cuneo fiscale per stimolare domanda e offerta di lavoro. Alcune misure per la sua riduzione sono state assunte, in modo improprio: il bonus Renzi prima o poi dovrà essere riassorbito nella struttura dell’Irpef; l’esclusione del lavoro dalla base imponibile Irap ha snaturato l’imposta, originariamente pensata per essere sul valore aggiunto netto.

Chiaramente non è tutto qui. Le questioni aperte rimangono numerose. Occorre, ad esempio, pensare al disboscamento delle detrazioni per oneri, altrimenti i lavori di due commissioni sul tema rimarranno di nuovo nel cassetto, come nel caso della commissione Cottarelli per quanto riguarda la spesa. Bisogna capire come combinare la riforma dell’Irpef con la possibile introduzione dell’assegno unico ai figli, al cui finanziamento darebbero un contributo decisivo l’abolizione delle detrazioni per figli e dell’assegno al nucleo familiare come previsto dal disegno di legge “famiglia” attualmente in discussione. Occorre ripensare alla progressività su reddito-patrimonio e non solo sul reddito: viviamo in un paese dove non è inusuale che un contribuente a basso reddito abbia diverse abitazioni. È povero di reddito, non povero in assoluto. Un altro argomento politicamente scomodo è il ruolo dell’imposta sulle successioni: ha un gettito irrisorio rispetto a quanto avviene in altri paesi.

Ma di questi argomenti si parla poco. Come si parla poco del fatto che negli ultimi decenni abbiamo preferito una giustizia fiscale molto particolareggiata sulla carta (la struttura dell’Irpef è pressoché incomprensibile per i non addetti ai lavori), che ha dato vita a un sistema inutilmente complesso, iniquo anche in termini di tempo che il fisco richiede per ottemperare alle sue richieste e che, di conseguenza, si è dimostrato orizzontalmente e verticalmente inadeguato. Meglio una giustizia fiscale più grossolana, che sia più semplice e che salvaguardi il principio di progressività. Il tempo delle riforme è arrivato. Si aspettano le prime indiscrezioni.

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10 commenti

  1. Giuseppe GB Cattaneo

    Proposta di riforma del sistema fiscale – previdenziale

    Art. 1. Data la complessità degli argomenti in oggetto, che richiedono competenze tecniche specialistiche multidisciplinari e attesa l’impossibilità materiale per il Governo ed il Parlamento di procedere in autonomia alla formulazione di un modello complessivo di riforma: la presente proposta di legge stabilisce che sia dato incarico tramite bando publico ad istituti di ricerca publici e privati, italiani e stranieri, di predisporre dei modelli di riforma del sistema fiscale – previdenziale che rispondendo a principi di equità, eguaglianza e progressività, siano concettualmente lineari e coerenti, di facile comprensione, economicamente sostenibili e di immediata applicabilità.

    Art. 2. La struttura del sistema fiscale deve prevedere: A) Imposta proporzionale sul reddito, con la stessa aliquota per persone fisiche e giuridiche, abbinata ad un’imposta negativa per le persone fisiche non superiore alla metà del “reddito normale” da lavoro. B) Tassa su tutti i trasferimenti di valore, con aliquote differenziate per tipo di transazione e coerente nel suo insieme. C) Tassa sul possesso, di beni mobili ed immobili. D) Imposta sul valore aggiunto, suddivisa per tipologie di prodotto. E) Imposte marginali e di scopo F) Accise e imposte speciali. G) Dazi e tasse doganali.

  2. Giuseppe GB Cattaneo

    Art. 3. La struttura del sistema previdenziale deve prevedere: A) Previdenza obbligatoria a ripartizione, con un massimale di rendita di importo comparabile al valore dell’imposta negativa sul reddito, da valutare se legata ad un prelievo sul reddito o sui trasferimenti di valore delle persone fisiche (modellizzare entrambe le soluzioni). B) Previdenza agevolata a capitalizzazione in titoli di Stato riservati alle persone fisiche con rendimento indicizzato all’inflazione (indice dei prezzi al consumo per le famiglie) + 2%. Da valutare massimale di rendita. C) Non sono oggetto di modellizzazione le altre forme di previdenza.

    Art. 4. I modelli dovranno prevedere l’esazione delle imposte all’atto dei trasferimenti di valore tramite idonea strumentazione. Il pagamento dell’imposta dovrà essere per metà a carico del dante e per metà a carico del ricevente essendo obbligati entrambi in solido per l’intero.

    Art. 5. I lavori presentanti dovranno essere corredati di adeguati modelli giuridici e matematici e del software necessario alla loro esecuzione.

    Art. 6. Le proposte dovranno prevedere l’acquisizione in esclusiva da parte della Repubblica italiana della proprietà intellettuale di tutti gli elaborati e di tutti strumenti necessari all’attuazione pratica dei modelli presentati.

  3. Non è la mia materia e magari dalle mie osservazioni si vedrà. Però, la riduzione della base imponibile è figlia, mi pare, del disperato tentativo mediante detrazioni dall’imponibile di disincentivare l’evasione, specie IVA. La tassazione dei redditi da capitale con ritenuta alla fonte fissa di cui la parte per BoT addirittura al 12.5% è per incentivare a comprare titoli di stato. La non tassazione delle successioni fino a 1.000.000 euro introdotta da Berlusconi e confermata da Prodi è populismo puro. Ma ora chi la rimette? Insomma l’articolo propone un’analisi corretta e dice cose sagge, ma è possibile nel contesto attuale fare qualcosa di realmente innovativo, più equo e che spinga verso gli incentivi giusti che per ora dovrebbero privilegiare i consumi? Infine, una riforma seria del fisco non potrebbe non dar luogo a incognite rilevanti con rischio di ulteriori buchi in un bilancio pubblico che è già un disastro…

  4. Giacomo

    Articolo molto bello, di quelli per cui vale la pena di leggere lavoce.info.

    Nel sistema italiano si è aggiunta distorisione su distorsione, temo che le proposte degli autori restino lettera morta. Come per i famosi 80 Euro, che hanno introdotto uno scalone (smussato solo formalmente). Chi potrà abolirli? E il differenziale, tremendamente iniquo, tra redditi da lavoro e da capitale?

  5. Henri Schmit

    Ottimo! Speriamo che qualcuno nel governo e nella maggioranza abbia l’autorevolezza per portare avanti il piano. Per il PD potrebbe essere la ragione di esistere. Aggiungerei la riforma del catasto, abbozzata, mi sembra, in un cassetto da gennaio, indispensabile per una tassazione effettiva, equa e generale del patrimonio immobiliare. Se ne parla da almeno 20 anni. Bisogna ridurre simultaneamente la tassazione delle transazioni immobiliari (Paolo Brunori, 04/09/2015 su questo forum).

  6. piero

    La riforma fiscale riguarda due aspetti. Uno è tecnico, cioè il disboscamento di un autentico guazzabuglio. E’ un elemento molto complicato, ci vorrebbero intelligenze che forse mancano. Magari si potrebbe copiare in Europa.
    L’altro è politico. In primis, il gettito complessivo deve calare o crescere? Tutti dicono che va diminuito; di questi tempi non mi sembra serio. E poi, quale è la nuova distribuzione? Chi ci guadagna? Chi ci rimette? I redditi da lavoro pagheranno sempre più di profitti e rendite? Ho qualche dubbio che i partiti sappiano fare qualcosa di serio.

  7. Alberto Lusiani

    Grazie per il compendio sull’imposta sui redditi in Italia. Personalmente avrei sottolineato due punti particolarmente scadenti della formulazione nostrana:

    1) le detrazioni decrescenti sono una stupidaggine demagogica equivalente ad una detrazione fissa ed aliquote marginali crescenti, che sarebbero enormemente piu’ trasparenti

    2) il bonus Renzi e’ un’altra stupidaggine come formulaizone, che produce aliquote marginali superiori a quelle massime per i redditi nell’intervallo in cui si azzera. Dovrebbe essere riformulato con aliquote marginali e detrazioni per essere piu’ giusto e trasparente, e non limitato ad alcune categorie di contribuenti come la demagogia ha voluto.

  8. Pa

    Prima di ogni intervento di riforma bisogna affrontare una volta per tutte l’evasione fiscale. Finché avremo una parte corposa dei contribuenti che dichiarano il falso avremo sempre normative “sbagliate”, così come tutte le politiche economiche (anche quelle fatte con le migliori intenzioni). Quando il quadro generale sarà più attendibile (non perfetto) allora si potrà parlare di riforma. In altro caso avremo di nuovo sperequazioni, non risolveremo nulla e avremo di nuovo un carico fiscale concentrato sui redditi alti (?) e sul lavoro dipendente, cioè qualcuno paga tanto mentre altri non pagano nulla. Ricordo che chi evade non paga Iva, né contributi oltre all’Irpef, quindi ha la sanità gratis e vorrà la pensione senza aver versato…

  9. STEFANO DE PIETRO

    L’articolo è interessante ma non sono d’accordo sul fatto che in Italia molti hanno redidto piccolo e magari vari beni immboili , va tenuto secondo me presente e viene spesso dimenticato dalle istituzioni che in italia il mercato immobiliare e raso al suolo ovvero ci sono persone che hanno vari beni immobili magari ereditati scadenti di nessun valore che in realtà pesano sul bilancio familliare e che non si riescono a vendere ma nemmeno a regalare e vi assicuro che il caso è diffussisimo. Forse la cosa più importante da fare è aggiornamento catasto perchè ci sono troppo distorsioni ovvero gente che vive in quartieri ricchi ed in edifici di pregio che paga la stessa imu se non più bassa di gente che vive in quartiri popolari. Non bisogna assolutamente generalizzare e va tenuto conto che in epoca di pandemia chi non ha avuto sconti o rinvii di scadenza sono proprio le tasse su seconde case che vi assicuro molta gente fa fatica a pagare. vANNO DETTE E PALESATE ANCHE QUESTE SITUAZIONI.

  10. TREVISAN PAOLO

    Se il sistema tributario deve essere progressivo (art.53C) perchè invece il sistema previdenziale è di fatto proporzionale con la stessa aliquota a prescindere dalla stipendio? Potrebbe essere regressivo di modo che dopo un certo livello di stipendio la parte contributiva obbligatoria cali, lasciando più spazio alle contribuzione integrativa. L’aliquota contributiva base dovrebbe essere la medesima tra lavoratori dipendenti ed autonomi, per esempio quella per gestione Commercianti Artigiani, avere un minimale anche per i dipendenti e per quest’ultimi una parte a carico del datore di lavoro analoga, modello Enasarco.

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