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Il problema è la qualità del lavoro, non il RdC

Se le aziende non trovano personale tecnico, non è colpa del reddito di cittadinanza, ma di un sistema che punta su bassi salari e contratti di breve durata. Si deve investire in servizi alle imprese e politiche attive del lavoro di medio-lungo termine.

Perché non c’è un “carosello dei benefici”

Basta leggere alcune notizie di giornale come “Imprenditore cerca personale, ma nessuno vuole perdere il reddito di cittadinanza” per comprendere quanto il reddito di cittadinanza sia messo in discussione per la sua capacità di influire sulla partecipazione al mercato del lavoro da parte dei suoi beneficiari.

In letteratura, è noto l’effetto provocato dal cosiddetto “carosello dei benefici” prodotto negli anni Novanta dai generosi sussidi di disoccupazione in Danimarca, dove il periodo di indennizzo (di varia natura e combinato a strumenti di Job Creation) poteva superare i nove anni con una somma parametrata a oggi di oltre 2mila euro mensili. Ovviamente, un sistema del genere aveva prodotto problemi di sostenibilità finanziaria e scarsa propensione al lavoro da parte dei beneficiari, e nacque da qui, nel 2002, il programma “Più persone al lavoro” che ha rappresentato uno dei pilastri della cosiddetta flexicurity danese.

Tuttavia, l’ammontare del “nostro” reddito di cittadinanza varia tra i 500 e i 1.000 euro, a seconda della composizione familiare, e la maggior parte dei percettori del Rdc rientra nei cosiddetti “super-svantaggiati”, soggetti abili al lavoro ma che hanno notevoli difficoltà nel ricollocarsi. È parere diffuso tra gli operatori dei centri per l’impiego che, nel migliore dei casi, queste persone necessitano di interventi intensivi e molto costosi per aumentarne l’occupabilità, mentre per una quota non secondaria spesso viene usato il termine “inoccupabile”.

Questione salariale e stabilità dei contratti

L’articolo citato in apertura racconta della difficoltà di un imprenditore in provincia di Cosenza di trovare “tecnici informatici”, i quali non sarebbero disposti al lavoro per non perdere appunto il reddito di cittadinanza. Un tecnico informatico ha uno stipendio medio di circa 1.300euro mensili e rappresenta, insieme al sistemista It, help desk e lo sviluppatore informatico, una delle figure più ricercate del mercato del lavoro. La scarsa reperibilità, in questo caso, non va imputata al nostro sistema di istruzione, in quanto quattro diplomati su dieci lavorano (gli altri studiano) e il tasso di occupazione dei laureati in informatica varia dal 93 al 96 per cento.

Le difficoltà sono dovute invece a diversi fattori, tra i quali: aspetti demografici; una errata progettazione del programma Garanzia giovani, troppo centrato sulle politiche attive del lavoro (bombardando il mercato di tirocini extra-curriculari) e meno sui programmi di contrasto alla dispersione scolastica; ma soprattutto a un serio problema salariale e di stabilità contrattuale.

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In un mercato del lavoro in piena rivoluzione digitale, un tecnico informatico non lavorerà mai per 500 euro al mese e difficilmente lo si potrà reclutare con semplici tirocini extra-curriculari. La situazione appare ancora più complessa, dato che la maggior parte di coloro che si formeranno in discipline tecniche opteranno per esperienze all’estero, magari in quei paesi dove le retribuzioni sono nettamente più elevate, come ad esempio in Svizzera. In particolare, il Canton Ticino attraversa un progressivo invecchiamento della popolazione, pari a quello italiano, creando una fortissima richiesta di italiani in possesso di qualifiche tecniche e professionali.

Non c’è nessuna relazione tra il reddito di cittadinanza e la difficoltà di reperimento di personale di questo tipo, neppure il più preparato e competente navigator o “case manager” sarà in grado di trovare tecnici informatici disposti a lavorare per bassi salari e quasi sicuramente non li troveranno tra i percettori del reddito di cittadinanza.

A ciò si aggiunge un’altra questione, altrettanto rilevante. Il mercato del lavoro italiano, almeno nei nuovi rapporti di lavoro, si sta caratterizzando prevalentemente per la diffusione di “bad jobs”. Basta osservare le caratteristiche dell’analisi delle vacancy pubblicate negli ultimi dodici mesi, per rendersi conto di come la maggior parte delle professioni richieste siano mansioni di bassa qualifica (oltre 70mila addetti alla logistica, 63mila commessi o assistenti alla vendita, 62mila addetti alle pulizie o 41mila operai non qualificati). Confrontando poi questo dato con le comunicazioni obbligatorie emerge come oltre il 70 per cento dei rapporti instaurati siano contratti a termine (ad eccezione delle collaboratrici domestiche), con durate medie spesso sotto i tre mesi di lavoro continuativo.

La condizionalità prevista (ma mai applicata, mancano ancora diversi decreti attuativi) tra erogazione di reddito di cittadinanza e partecipazione a percorsi di politica attiva del lavoro avrà certamente lo scopo di “disincentivare” il ricorso al lavoro sommerso (fenomeno ampiamente diffuso tra i percettori), ma difficilmente queste azioni avranno successo in termini di esito occupazionale, perché le professioni più vicine al target dei super-svantaggiati risultano geograficamente distanti (sono nel Nord Italia) e perché l’accesso è intasato da un esercito di lavoratori a termine collocati nei bad jobs.

Inoltre, esperienze in altri paesi dove sono state applicate formule rigide di condizionalità, come nel Regno Unito, risultano efficienti in termini di costi, ma poco efficaci: più che inserire nel mercato del lavoro i più svantaggiati, li spingono a uscire dal sistema di assistenza, trasformandoli in inattivi.

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C’è, infine, un nuovo fattore esploso con la pandemia Covid-19, ovvero la rivoluzione digitale che ha prodotto una vera e propria polarizzazione nel mercato del lavoro: le qualifiche più richieste (come i tecnici informatici, ingegneri, medici e infermieri) sono ancora più visibili e hanno maggiori opportunità di lavoro rispetto al passato; ma i soggetti più svantaggiati, oltre a non essere “appetibili” per il mercato, ora sono anche invisibili perché non in possesso di alcune competenze digitali o non in grado di confrontarsi correttamente con assistenti virtuali (Ats).

Investimenti in servizi alle imprese e alfabetizzazione digitale

Un Recovery plan per le politiche attive del lavoro può e deve ragionare nel medio-lungo termine e dare ulteriore spinta a una riforma del mercato del lavoro iniziata nel 2015 (con il decreto 150/2015) e continuata nel 2018 con il piano di rafforzamento nazionale dei servizi pubblici per il lavoro.

Le principali azioni si muovono nella continuità della sperimentazione realizzata dai navigator attraverso la piattaforma Moo, in quanto l’utilizzo di professionisti del mercato del lavoro che metta in contatto domanda e offerta, come servizio reso dalle politiche pubbliche, è di fondamentale importanza non solo per i potenziali beneficiari di reddito di cittadinanza, ma per la forza lavoro in generale, nonché per le imprese in fase di sviluppo.

A ciò si aggiunge una seria riflessione su come pianificare la transizione nel mercato del lavoro di una massa di percettori del reddito di cittadinanza di difficile occupabilità, a partire da progetti di alfabetizzazione digitale, anche attraverso la creazione di un “quasi-mercato” dei servizi digitali dedicati (come video-orientamento; fiere del lavoro settoriali; job scanner; e servizi che oggi ancora non immaginiamo neppure).

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  1. Savino

    E la qualità dei lavoratori? Non sarà che la scarsa produttività nasca da una bassa qualità e zero formazione della manodopera? Cosa fanno o non fanno i nostri ragazzi? E che lezione gli insegnano i tanti pelandroni adulti?

  2. L’articolo fa un po’ a pugni con tutti gli studi pubblicati sul mercato del lavoro. Si cercano professioni tecniche e non si trovano perchè i candidati non hanno le competenze ricercate. A quel punto puoi aumentare i salari quanto vuoi, se ciò che cerchi non esiste non è il prezzo il modo per trovarlo. Dall’altro lato c’è il reddito di cittadinanza che di certo non incentiva le persone prive di competenza a formarsi (anche gratuitamente tramite ad esempio i progetti regionali)

  3. Luca Cigolini

    Grazie per l’articolo, ben documentato, che mostra come spesso i titoloni gridati non facciano altro che ripetere luoghi comuni duri a morire. Duri a morire nonostante gli stessi titoloni forniscano involontariamente alcuni dati in contraddizione con la vulgata della scarsa preparazione e della pigrizia come uniche spiegazioni delle pecche del nostro mercato del lavoro! Mi riferisco alla tanto sbandierata “fuga dei cervelli”, che dunque ci sono, ma vanno dove trovano chi è disposto a pagarli.

  4. carlo des dorides

    Il RdC ha due finalità: contrasto alla povertà e reinserimento nel mercato del lavoro. Sulla prima credo abbia avuto un impatto discreto (sebbene molto migliorabile). Sulla seconda non ha di fatto operato. Qui a mio avviso il problema non è tanto incrocio domanda offerta quanto alfabetizzazione e rialfabetizzazione di risorse a difficile occupabilità, oltre forse ad interventi su domanda di lavoro.
    E’ vero che esiste un segmento di lavoratori dell’IT come quello indicato nell’articolo.
    Peraltro non si tratta di soli livelli di accesso ma, se consideriamo 1,3 netti pari a ca 26k lordi annui, parliamo di persone anche con 10 anni di esperienza. Molto spesso hanno un CV simile. Lavorano in società ‘di consulenza’ che vincono appalti in genere presso Telco o banche. Lavoratori che seguono l’appalto, seguendo azienda committente che subentra. Aziende che non investono nello sviluppo del Capitale Umano, ed il valore di queste persone, in termini di motivazione e di crescita di competenze è generalmente basso. Costituiscono un altro possibile campo di interventi di una diversa politica attiva del lavoro

  5. Vittorio Molinari

    Articolo quanto mai opportuno; era ora che si affrontasse “anche” questo tema, vera e propria questione storica, cioè cronica. Una delle tante, troppe, tutte croniche, che ci impediscono di vivere al meglio.
    Gli inoccupabi chi sono? Cittadini coscritti alla sudditanza, dalla dispersione scolastica, un ambiente famigliare e sociale di emarginazione, lavoro nero e precario, sottopagato, senza formazione; cittadini ricattati.
    Questi cittadini hanno responsabilità? Certo, ma non della stessa valenza di chi li ricatta e costringe ad essere schiavi.
    Una società, un Paese, che non vuole proseguire nel percorso di decadenza su cui è incamminato da tempo e sempre più speditamente, deve invertire la rotta, agendo su tutti i tasti, a partire dalla regolarizzazione dei rapporti di lavoro in nero, situazioni ben note a ispettori e sindacati, passando da retribuzioni superiori di almeno 500 euro mensili

  6. Enrico D'Elia

    Complimenti per un intervento che smonta molti luoghi comuni. È semplicemente offensivo pensare che un lavoratore minimamente qualificato di accontenti del RdC o di lavoretti in nero per tutta la vita. Il RdC non riesce a scoraggiare neanche la creazione di worst jobs come riders e commessi nel we. La verità è che imprese piccole e operanti in settori “maturi”, se non decotti, come la maggioranza di quelle italiane, non hanno le risorse per pagare decentemente il personale qualificato e quindi non hanno nessuna speranza di trovarlo. Si assiste così ad una spirale perversa in cui le imprese non riescono a modernizzarsi per mancanza di risorse da investire sul capitale umano; i giovani non trovano conveniente formarsi per i bassi salari; i salari continuano a scendere perché si creano solo bad jobs; alle imprese si chiedono prodotti sempre meno sofisticati a causa dei bassi redditi; le imprese hanno sempre meno incentivi e meno risorse per crescere e riqualificarsi. Se ci fosse davvero una carenza assoluta di certe figure professionali, assisteremmo a sbarchi di ingegneri e informatici (come avviene in Germania e Svezia), invece che di disperati disposti a tutto.

  7. Alessandra Gallo

    Se non si trova personale tecnico non è colpa del RdC. Certo. È un problema strutturale. Le responsabilità sono diversificate. Non credo sia solo una questione di contratto. Men che meno di PAL (politiche attive del lavoro) poiché un giovane perito informatico appena può si occupa lui di inviare i curricula. Casomai è anche un problema di PAL se intendiamo quell’insieme di azioni volte a far conoscere ai giovani il mondo delle professioni, ad esempio.
    Ma qui a discendere troviamo responsabilità politiche che nel corso di molti anni hanno creato un mercato dei servizi per l’impiego pubblici e privati, favorendo il depauperamento del primo secondo la logica “della mano invisibile” che magicamente sistema un contesto che di magico non ha proprio nulla.
    Poi… come Orientatrice di un Centro Impiego, di proposte di lavoro per beneficiari di RdC come tecnico informatico, francamente non ne ho mai viste. Il RdC ha evidenziato solo, si fa per dire, criticità del sistema. Tra cui le competenze ad esempio dell’offerta di lavoro: i disoccupati che si rivolgono al cpi mediamente hanno un basso profilo. E necessitano di essre sostenuti. Non è una questione solo di RdC. È sistemica. Ora, con la creazione di un mercato dei servizi per l’impiego (inizi 2000) grazie a decisioni politiche, prettamente politiche, gli utenti “forti”, quelli con competenze intendo dire, dove si rivolgono? Non certo ad un cpi. Inviano sì curricula ma questi verranno intercettati dai privati che, a seguito del matching, riceveranno ricompensa.. Il pubblico, in sostanza, è stato creato per sostenere (se può) i deboli, poiché il privato se ne guarderà bene da prendersi in carico una persona con scarse competenze o con problematiche altre. E così, il pubblico, per decenni dedito al servizio di tutti, di fatto diventa una sorta di contenitore con il compito di raccogliere, contenere e magari formare le fasce deboli.
    E qui troviamo un altro bell’argomento : formazione e orientamento. Due capisaldi dei cpi, due ambiti che dovrebbero (uso il condizionale) caratterizzare il servizio pubblico. Ritornando al mercato dei servizi, la formazione e l’orientamento sono ben bene infognati dentro. I “bellissimi” Progetti Dote, percorsi fini a se stessi, cui le persone possono partecipare una volta l’anno (allucinante se si pensa al tema della formazione permanente ad esempio) sono erogati dal pubblico e dal privato perché ad entrambi retribuito. Il privato però si è improvvisato in tale ambito (ricordo un ente di formazione che mi propose anni e anni fa di fare orientamento ai giovani su di una roulotte in giro per Milano!) … Ma fa niente… Tanto le risorse non sono di chi si inventa questi dispositivi, non sono soldi propri. L’importante è far vedere che si fa… Sì, ma cosa si fa?
    E allora il RdC è una questioncina da affrontare in rapporto a un problema macroscopico che riguarda i spi.
    I spi hanno le mani legate. La politica è la prima causa, a mio avviso. Come in sanità.
    A Milano, l’esperienza di PAL dei Centri Lavoro ha fornito competenze, conoscenze, esperienze importantissime derubricata, anzi annullata, azzarerata, per motivi “altri” (Eufemismo).
    Ora arrivano le risorse c del Pnrr e non sanno da dove iniziare. La vedo non benissimo..
    Dott.ssa Alessandra Gallo

    PS: lo smantellamento dei servizi di Orientamento condotto dalla ex Provincia di Milano nelle scuole medie e superiori ha prodotto solo disastri. E così ci ritroviamo ora studenti che hanno cambiato scuola 2-3 volte, non hanno idea di come proseguire e non sono supportati dai docenti poiché questi hanno altri problemi da affrontare, ovviamente.

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