Il Wto rappresenta il più importante foro negoziale per le relazioni commerciali multilaterali a livello internazionale. Da alcuni anni però il suo ruolo viene messo in discussione. E anche l’elezione del nuovo direttore diventa così un banco di prova.

Il ruolo del Wto nel commercio internazionale

Il Wto – World Trade Organization rappresenta il più importante foro negoziale per le relazioni commerciali multilaterali a livello internazionale e gli stati membri sono responsabili del 98 per cento dello scambio internazionale di merci. Tuttavia, l’Organizzazione attraversa un momento di crisi. Il suo ruolo da qualche tempo viene messo in discussione, ma l’arrivo di un nuovo direttore generale potrebbe segnare una svolta.

Il Wto è un’organizzazione internazionale nata nel 1995 allo scopo di stimolare il commercio internazionale tramite l’abbattimento di dazi e barriere agli scambi e di ridurre le controversie tra paesi, promuovendo un dialogo multilaterale. L’Accordo istitutivo, oggi firmato da 164 paesi, affida all’Organizzazione il compito di amministrare il complesso normativo formato da una serie di accordi internazionali, garantendo trasparenza nelle politiche commerciali degli stati membri ed esercitando una sorveglianza multilaterale su negoziati e disaccordi.

Per realizzare un sistema di commercio multilaterale equo e foriero di benessere, l’operato del Wto è guidato da una serie di principi normativi, come la non discriminazione o la reciprocità formale e sostanziale.

L’apertura al commercio internazionale cominciata dopo la seconda guerra mondiale ha subito un’accelerazione dagli anni Ottanta, grazie prima ai Gatt (General Agreement on Trade and Tariffs) e successivamente al Wto. E ha portato a un aumento degli scambi a livello globale che ha favorito la crescita dei paesi avanzati e di molti paesi in via di sviluppo, in particolare nel continente asiatico. Nel 2019, il volume delle esportazioni nel mondo era più di cinque volte superiore a quello del 1991, la quota di esportazioni mondiali provenienti dai paesi in via di sviluppo ha superato il 40 per cento e il commercio tra paesi in via di sviluppo è cresciuto di più del 10 per cento dal 2000.

Figura 1

La crisi degli ultimi anni

Da qualche anno però il Wto è al centro di forti polemiche, in parte per la sua incapacità di prevenire e risolvere guerre commerciali, come quella tra Stati Uniti e Cina; in parte perché vengono messe in discussione le regole stesse che ne disciplinano il funzionamento.

Leggi anche:  Svezia, il grande freddo degli affitti

Tra queste, il principio di reciprocità sostanziale concede ai paesi in via di sviluppo un periodo di transizione più lungo prima che sia richiesta una piena attuazione degli accordi del Wto e autorizza alcune deroghe in modo da permettere a questi paesi di raggiungere più facilmente una condizione di concorrenza con quelli avanzati.

La classificazione operata dal Wto non si basa però su criteri definiti, ma lascia ai singoli stati la facoltà di “autodefinirsi” tali e agli altri paesi la possibilità di contestare questa autodefinizione. Ciò ha dato origine a controversie non trascurabili. La Cina, per esempio, gode ancora dello status di paese in via di sviluppo, grazie al quale giustifica ingenti sussidi all’export, dazi sulle importazioni mediamente più alti e, in generale, un’economia non completamente orientata al libero mercato. Tra le accuse mosse al Wto dagli Stati Uniti di Donald Trump vi è infatti quella di aver fatto troppo poco per arginare i sussidi statali alle imprese cinesi e di favorire quindi eccessivamente quella che è ormai la seconda economia mondiale.

Il Doha round, la quarta (e più recente) serie di negoziati commerciali avviata nel 2001 e conclusasi nel 2013, è stato definito da molti come un completo fallimento. Tra le ragioni, lo stallo sulle negoziazioni e il fatto che per la prima volta nella dichiarazione conclusiva sia stato riportato il desiderio di molti paesi di concludere i negoziati senza un accordo.

Uno stallo che si riflette anche all’interno dell’organizzazione: l’amministrazione Trump ha bloccato la nomina di quattro nuovi giudici della Corte d’appello, organo che regola le dispute commerciali tra stati membri. La Corte oggi non ha così il numero minimo di membri per operare.

La strategia commerciale dei paesi sembra essere cambiata negli ultimi anni: lo slogan “America First” di Donald Trump ha trasformato l’approccio degli Stati Uniti, orientandolo prevalentemente verso accordi bilaterali, cioè intese da raggiungere attraverso una diretta contrattazione, preferendoli ai trattati multilaterali che invece prevedono le stesse regole per il commercio tra tutti i membri del Wto. Anche l’Unione europea si affida sempre di più ai negoziati bilaterali (che hanno raggiunto il 40 per cento del totale), pur nella consapevolezza che sia necessario rimanere nel Wto per migliorarne le dinamiche interne.

Leggi anche:  I sondaggi presidenziali alla prova dei voti

Un’organizzazione senza guida

Le dimissioni anticipate del direttore generale Roberto Azevêdo, che ha lasciato l’incarico a settembre 2020, hanno reso evidente il momento di crisi.

Il direttore generale è a capo del Segretariato del Wto, che non ha poteri decisionali e la cui attività principale è quella di fornire sostegno tecnico-logistico agli altri organi dell’organizzazione, oltre che dare assistenza tecnica ai Paesi membri.

Il Wto è quindi senza una guida da diversi mesi. In questi giorni avrebbe dovuto concludersi la ricerca del successore di Azevêdo: la rosa di otto candidati iniziali è stata progressivamente ridotta con lunghe sessioni negoziali, fino ad arrivare alle due favorite: Ngozi Okonjo-Iweala, ex ministra delle Finanze della Nigeria, e Yoo Myung-hee, attuale ministra del Commercio della Corea del Sud. Per la prima volta, quindi, avremo una donna a capo del Wto. Il voto per la scelta del direttore è considerato una soluzione di ultima istanza, a cui ricorrere qualora gli stati non riescano a convergere su un unico candidato. Sembra però che in questo caso sarà necessario: gli Stati Uniti finora hanno posto un veto sulla nomina della candidata che ha raccolto i maggiori consensi, Ngozi Okonjo-Iweala. Il 9 novembre si sarebbe dovuto tenere l’incontro con tutte le delegazioni per decidere ufficialmente il prossimo direttore generale, ma è stato rimandato a data da destinarsi per “ragioni legate alla situazione sanitaria e agli eventi attuali”.

L’elezione di Joe Biden alla presidenza Usa potrebbe determinare un cambiamento delle strategie relative ai rapporti commerciali degli Stati Uniti, che ancora oggi hanno un ruolo dominante all’interno dell’Organizzazione. È verosimile pensare che in futuro ci sarà una nuova interpretazione del multilateralismo e quindi anche un possibile rilancio, su nuove basi, del World Trade Organization. La nomina del nuovo direttore generale potrebbe essere un primo banco di prova.

 

 

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!