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Bene comune, mezzo gaudio

A quattro anni dal referendum sui servizi idrici, la lettera del voto popolare è stata rispettata, ma probabilmente non la sostanza. Almeno se la misuriamo in relazione a quel che i promotori chiedevano. D’altra parte, quel disegno era semplicemente irrealizzabile. Tariffe e problemi di sempre.

L’acqua dopo il referendum
Sono passati quattro anni dal referendum sui servizi idrici (Guerre sante contro nemici sbagliati; Referendum, le domande giuste; Un buono per l’acqua).
Nel settore idrico i problemi sembrano sempre gli stessi: investimenti anemici, qualità a macchia di leopardo, ritardi strutturali; qualche luce in fondo al tunnel tuttavia comincia a vedersi. Difficile stabilire se quanto è accaduto (o non è accaduto) sia grazie al voto, o suo malgrado; se il referendum abbia frenato il percorso di modernizzazione o abbia innescato una trasformazione positiva.
Come spesso succede, per l’esito referendario si tratta di un impatto a metà: l’abrogazione della legge vigente non si traduce automaticamente nei desiderata dei promotori, ma richiede un intervento successivo del legislatore (che invece non c’è stato, almeno non nella direzione che i comitati auspicavano).
Il quadro giuridico scaturito dal voto è quello europeo, i cui pilastri sono la disciplina dei servizi di interesse generale (Sieg) e le numerose direttive di settore, in particolare la 2000/60. I soggetti responsabili possono scegliere la forma gestionale spaziando dalla gestione diretta all’affidamento a privati, tutte in linea di principio con lo stesso rango; mentre i costi del servizio dovrebbero essere coperti – sempre in linea di principio – dagli utenti, ivi compresi quelli finanziari per realizzare gli investimenti. Nessun obbligo di mettere in gara o di privatizzare, quindi; ma nemmeno di ricorrere per forza alla gestione pubblica.
Subito dopo il voto, i comitati hanno incalzato le istituzioni a dar corpo alla pars construens in modo coerente con il loro disegno politico: dunque reclamando la “ripubblicizzazione” (perfino le spa “in house” venivano incluse tra le forme “privatistiche” da abbandonare) e l’eliminazione di ogni forma di remunerazione del capitale dai costi riconosciuti in tariffa.
Non hanno però ottenuto molto. Talvolta, sono state effettivamente create nuove aziende speciali: il caso di scuola è quello di Napoli, dove la preesistente Arin spa (acquedotto) e la gestione commissariale dei depuratori sono confluiti nella nuova Abc, azienda speciale di diritto pubblico. Iniziative analoghe sono state annunciate in altri contesti, come a Reggio Emilia, ma non si sono ancora concretizzate.
Nel resto d’Italia, l’esito del voto è stato semmai quello di cristallizzare lo status quo. Nel frattempo il governo ha adottato provvedimenti che, pur garantendo alla soluzione “in house” piena legittimità, pongono limiti più stringenti di equilibrio finanziario; e favoriscono l’accorpamento e il consolidamento delle gestioni (obbligo di istituire un unico soggetto gestore per Ato-Ambito territoriale ottimale) e la dismissione (ad esempio, prevedendo la possibilità di impiegarne i proventi in deroga al patto di stabilità interno). Qua e là si ricomincia a parlare di aggregazioni o sorgono accordi che preludono a future collaborazioni e integrazioni. La nuova Cassa depositi e prestiti, si dice, ha in animo di favorire la concentrazione del settore intorno alle principali multiutility.
Cosa è successo alle tariffe
Quanto alla tariffa, l’effetto immediato è stato quello di trasferire le competenze regolatorie a un’autorità indipendente (l’Aeegsi- Autorità per l’energia, il gas e il sistema idrico), che ha ridisegnato il meccanismo della “remunerazione del capitale” e chiarito che va inteso come costo standard della provvista finanziaria. Dunque, corrisponde al costo degli oneri finanziari che un’azienda efficiente sosterrebbe. Tali oneri si applicano sugli investimenti che il gestore realizza con proprie risorse: nulla vieta in astratto agli enti pubblici di usare in tutto o in parte risorse della fiscalità, così come di inventare altri strumenti, come i prestiti infruttiferi degli utenti o l’azionariato popolare: ma nell’eventualità – tutt’altro che remota – che non siano sufficienti, il gestore dovrà reperire le risorse sul mercato, e quindi si dovranno adottare regole coerenti con questo.
I comitati hanno tuttavia gridato al tradimento, considerando questo schema come una riesumazione sotto mentite spoglie del profitto garantito per legge. Ma il loro ricorso è stato interamente rigettato dal Tar, perché, pur depennata l’“adeguata remunerazione”, la norma vigente continua a prevedere l’obbligo di raggiungere l’equilibrio economico-finanziario e la copertura integrale dei costi, compresi quelli di investimento. I comitati hanno presentato appello al Consiglio di Stato, la cui sentenza è attesa per il prossimo autunno.
Insomma, si può dire che la lettera del pronunciamento popolare è stata rispettata; ma probabilmente non la sostanza, se deve essere misurata in relazione a quel che i promotori asserivano di volere. D’altra parte, quel disegno era, semplicemente, irrealizzabile.
Ha prevalso, a mio giudizio, un sano realismo.

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  1. Marco

    Desidero informare l’autore del fatto che la situazione in atto non è colpa delle aziende che non sono ancora “privatizzate”, bensì di quelle, che ormai privatizzate da tempo (HERA, ACEA; ecc..) si trovano ormai in condizioni di disastro finanziario, con debiti di dimensioni così importanti (per le dimensioni che hanno ovviamente) che impediscono gli investimenti di cui avrebbe bisogno il sistema. Basta andare in un qualunque impianto per rendersene conto. Invece di rincorrere ulteriori privatizzazioni giocando con le parole (l’acqua è pubblica, ma le gestione deve essere industriale…) domandiamoci cosa hanno finanziato sino ad oggi i continui incrementi tariffari consessi. Scopriremo che hanno finanziato quasi soltanto continui aumenti di standing aziendali e stipendi del management, che continua a spremere il personale per raggiungere sempre più improbabili incrementi di EBIDA che le banche impongono loro per mantenere aperti i rubinetti del credito. I veri padroni del sistema oggi sono le banche. Altro che referendum….

    • Antonio Massarutto

      Peccato che lei sia informato davvero male. Ha scelto i due esempi più sbagliati che poteva, ossia proprio le poche aziende che hanno alzato una media nazionale davvero misera. Rispetto a un dato nazionale di 27 €/ab/anno, Hera. per dire, ne ha investiti 34 (dato fino al 2011). Anche dopo il referendum, nonostante una flessione (che peraltro ha interessato tutta l’Italia, e non certo per colpa delle aziende ma semmai delle incertezze del quadro post-referendario), Hera ha investito fra gli 80 e i 90 milioni di € all’anno nell’idrico. Se ha un po’ di pazienza, le tiro fuori anche il dato puntuale di Acea e delle sue partecipate in giro per l’Italia.
      Le do un compito per casa: mi sa dire, nello stesso periodo, quanto ha investito – per dire – ABC di Napoli, ossia la vetrina del movimento referendario?
      Vero è, piuttosto, che in Italia si investe ancora troppo poco, un terzo o un quarto degli altri paesi europei, dove si investono, regolarmente, 80-100 €/ab/anno. E non a caso, le tariffe sono il triplo delle nostre.

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