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  1. Maurizio Carta Rispondi

    Mancano i numeri. Parlate tutti come esegeti della Bibbia, come se esistesse un dato obiettivo stranoto a cui rifarsi. Nessuno spiega quanta acqua abbiamo e quanta ne possiamo consumare, quali sono i costi di gestione e quanti debiti fanno le municipalizzate che se ne occupano. Vivo a Roma, città nata sull'acqua e sugli acquedotti pubblici. Siccome ho alle spalle questo passato, non casco dal pero. Ho visto che cosa ne è stato del servizio Autostrade dopo il regalino a Benetton (Roma-Carsoli, 40 minuti,circa5 euro, miglioramento del servizio: zero), vivo nella metropoli europea con meno banda larga (Telecom, secondo regalino), ora vorreste anche costringermi a contare i bicchieri d'acqua che bevo. Dal mio punto di vista, esiste solo una sconfortante realtà: quella di una borghesia italiana cadavere, ormai costretta a spolparsi i servizi primari, a cercarsi delle rendite, a campicchiare, perché altrove, dove si fa mercato, innovazione tecnologica, ricerca, è inesistente. Quale sarebbe il mecenate che dovrebbe prendersi cura dell'acquedotto dei romani? Caltagirone, salito ormai al 15% di Acea.Caltagirone e "Accordi di programma", un binomio che a Roma conosciamo benissimo

  2. Velasco Rispondi

    Giuro che non ho letto mai tante stupidaggini come mettere sullo stesso piano il cibo ed altre cose con l'acqua. L'uomo non mangia solo pane o carne, mangia un'infinità di cose, di cui ne disponiamo in quantità industriale. Questa cosa ci permette di "vendere", e di comprare in tutta libertà. Tu aumenti? Ed io mi rivolgo all'altro. Il mercato in teoria funziona. Ma non è che di reti che portano l'acqua al mio rubinetto ce ne siano più di una per poter scegliere il miglior gestore. Ma dov'è scusate il mercato e la concorrenza in un monopolio naturale come l'acqua? Nella "gara"? E' lì tutto il nodo della concorrenza e del mercato? Il decreto Ronchi è pericoloso perchè come tutte le cose dei liberisti come Massarutto, effettuano un taglio orizzontale su tutto. Anche laddove il pubblico funziona, e funziona bene, non si guarda in faccia a nessuno. La gestione deve andare ai privati e basta. Ma non vi sembra che siano andati tutti fuori di testa? Ma dico io: Possibile mai che se un'azienda pubblica funziona deve svendere le sue quote e metterle sul mercato per poi, volendo, partecipare ad una gara per andaresele a riprendere? Solo Fitto e Calderoli potevano pensare ad una cosa del genere.

    • La redazione Rispondi

      Caro Velasco, una preghiera: la prossima volta legga bene gli articoli che commenta prima di commentarli. Sono così poco liberista che sono convinto del fatto che in Italia ci sono eccellenti gestioni pubbliche, capace di operare con efficienza e di finanziarsi a condizioni più che competitive. E sono altrettanto convinto che le gare funzionino male in questo settore (l'ho scritto numerose volte). Il ministro Fitto pensi pure che questa è una liberalizzazione e non una privatizzazione. Io penso invece che sia proprio una privatizzazione, perché di concorrenza nell'acqua se ne può fare pochissima. D'altra parte, sono anche convinto che questa privatizzazione sia almeno in parte inevitabile: dove la gestione pubblica per vari motivi non ce la fa, il coinvolgimento del settore privato è necessario, e anche dove la gestione pubblica funziona, ciò accade perché messa nelle condizioni di operare con criteri "privatistici", ossia nel rispetto dei fondamentali dell'economia aziendale, con una mentalità orientata alla creazione del valore, coprendo i costi con i ricavi e offrendo ai finanziatori remunerazioni competitive con investimenti alternativi. Privatizzazione non è una parolaccia, ma ci pone di fronte a un problema di regolazione: visto che la concorrenza in ogni caso opera poco e male, le sue veci devono essere fatte dall'autorità pubblica. E' un problema complesso ma non insolubile (come ci insegna l'esperienza dei tanti altri paesi nostri simili). Ma non si risolve certo con le fughe nel passato. La proposta referendaria vorrebbe far regredire le gestioni a forme organizzative pubblicistiche come l'azienda speciale: un modo eccellente per renderle più vulnerabili alla partitocrazia lottizzatoria, per ostacolare la loro operatività e per crear loro difficoltà quando si rivolgeranno al mercato finanziario. Se siamo arrivati a questo punto, è perché è sono i servizi ad essere cambiati, sollecitando una gestione industriale. Non è un capriccio del legislatore a deciderlo, ma la realtà dei fatti. Il fronte referendario sta cercando di convincere i cittadini che per evitare che le cose cadano per terra, basti approvare una legge che tolga loro la qualifica di "gravi". Ma purtroppo, gli asini non volano.

  3. Paolo Rispondi

    La spesa che io sostengo per l'acqua ( con moglie e figlio) è poco più che simbolica. Spendo molto di più per telefonini e oggetti futili. L'acqua è preziosa, deve essere fatta pagare il giusto prezzo. A chi è tanto povero da non poterla pagare, veniamo incontro in altre forme. Da quando, in Sardegna, dove vivo, l'acqua è passata ad una nuova società, finalmente pago le bollette regolarmente: prima mi arrivavano con 2-3 anni di ritardo. Siamo nel 2010, in Europa: la pubblicizzazione dell'acqua è forse necessaria per i paesi dove la gente non ne dispone, dove si fanno 10 chilometri al giorno per approvvigionarsi. Qui è semplicemente ridicola. E poi, perché non parliamo del cibo, dei vestiti, del riscaldamento ecc,. ecc. non sono forse indispensabili? E nessuno si scandalizza se chi li commercia ci "lucra"! Cerchiamo di non tornare al medioevo! Sono poi d'accordo che privatizzare non significa necessariamente rendere più efficiente, ma tantomeno è vero il contrario.

  4. Rossella Monti Rispondi

    Egregio Professore Massarutto, condivido la sua linea di pensiero che peraltro a grandi linee coincide con la mia, pubblicata sulla rivista l'Acqua n.3 del 2010. Rimane tuttavia un fatto oggettivo: questi discorsi arricchiscono il dibattito intellettuale in modo costruttivo e trovano applicazione quando il cittadino, in un regime democratico e per tramite dei propri rappresentanti, ha degli strumenti “politico-sociali” per partecipare alle scelte che lo riguardano. Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo -dove il problema acqua è condizionante per la salute, l'economia, la vita - queste condizioni non sono verificate. Il dibattito pertanto, in un mondo che va sempre piu' globalizzandosi, dovrebbe essere esteso a quell'altra parte del mondo che sta segnando i nuovi passi dell'economia. Sono quindi due, credo, gli approcci che vanno delineati e studiati: uno per i paesi “industrializzati” e l’altro per i paesi “in via di sviluppo” ed anche nell’ambito di queste macrocategorie andrebbero fatti dei distinguo.

  5. sandro Rispondi

    In Italia tutti i recenti esempi di privatizzazione non hanno dato risultati allineati con quanto previsto dalle teorie ecomomiche. Si potrebbe citare la privatizzazione della telefonia ma anche i pochi esempi di privati entrati nel businnes dell'acqua sono stati disastrosi per i comuni cittadini. Una trasmissione di Report ha evidenziato come ad un aumento (in genere del 100%) delle tariffe non è mai corrisposto un aumento della qualità dei servizi. I potenziali pericoli citati nell'articolo (mercato di sbocco per i propri prodotti a condizioni non di mercato) si sono puntualmente verificati, gli aspetti positivi (investimenti) quasi mai. Forse in Italia non valgono le normali leggi economiche e di mercato ma "l'evidenza empirica" consiglia di mantenere le cose come stanno.

  6. bob Rispondi

    L'acqua è una economia sociale! Esistono economie che non posssono essere delegate al privato. Basterebbe toglierci dalla testa che se un settore che va male passato al privato risorga. Perchè non pensare di applicare al pubblico il concetto di "assunzione di responsabilità" come avviene nel privato? Se si facesse una cosa del genere, non staremo qui a discutere della grande bufala del federalismo. Che ancora non si sa che cosa è! Io sono un imprenditore privato a scanso di equivoci.

  7. Bruno Rispondi

    Sinceramente non riesco a capire questa problematica. Ci sarebbero ricadute positive sull'occupazione con l'entrata in gioco del mercato all'interno della gestione dell'acqua? Direi di no. Per quanto riguarda gli investimenti, il privato investe per avere in cambio un utile, quindi o aumenterebbe le tariffe o necessiterebbe di un contratto di servizio da parte dell'amministrazione pubblica. E allora non è più sensato, essendosi tra l'altro avviato un percorso verso il federalismo, semplicemente fare pagare una tariffa più alta nei luoghi dove occorrono investimenti?

  8. Carlo Turco Rispondi

    A me sembra che certi aut aut sui beni comuni essenziali - beni pubblici - per cui non dovrebbe essere "il mercato" a determinarne i prezzi, dovrebbero essere definitivamente accantonati. I meccanismi di un mercato trasparente e non monopolistico sono, alla fine, ancora quelli meno inefficienti e arbitrari nel contribuire a determinare il migliore utilizzo di risorse scarse. Che poi sia giusto che appositi interventi pubblici consentano ai singoli cittadini economicamente non in grado di accedere a beni essenziali di accedervi tramite particolari meccanismi, mediante un'imputazione dei relativi costi alla tassazione generale, questo è un'altro discorso. Ma non ha senso che beni pubblici - tanto più se preziosi, e in via di rapido "impreziosimento" come l'acqua - siano sottratti ai meccanismi che ne rendano quanto è più possibile efficiente l'utilizzo. Non ha alcun senso che le priorità di consumo individuali favoriscano il consumo di beni e servizi privati a scapito dello sviluppo e di una allocazione efficiente dell'utilizzo di beni e servizi pubblici.

  9. Lorenzo Rispondi

    L'obiettivo del referendum,come quello delle centinaia di migliaia di persone che hanno firmato, è quello di sottrarre l'acqua dalla sfera dell'accumulazione capitalistica. Questa impone che quanto più è necessario un bene,tanto più sia possibile richiedere al suo richiedente. E una parte di domanda,quella che non può permettersi il prezzo di mercato, resta insoddisfatta. Ma tutto questo è inammissibile per qualsiasi risorsa vitale (come l'acqua). Il tentativo da parte di molti colleghi economisti di addolcire il meccanismo di mercato per renderlo più digeribile,mi sembra sbagliato. O si accetta il mercato,e le sue conseguenze. Oppure l'alternativa è una sola.

  10. Stefano Fabiani Rispondi

    Sono anche io fermamente convinto che la soluzione non sia nella scelta tra pubblico o privato! Sembra quasi che ai tecnici venga concesso di dibattere sui particolari, senza avere la possibilità di incidere sui problemi sostanziali e "cronici" del sistema.... Sintetizzo il mio pensiero: l'acqua in Italia costa troppo poco, così facendo non si può far fronte agli obiettivi economici, sociali ed ambientali per una gestione sostenibile delle acque. Paesi tradizionalmente più attenti all'ambiente fanno pagare di più e questo di più è accettato dai cittadini che ne comprendono l'importanza. Questo è stato negli anni accompaganto da una attenta campagna di informazione sui reali problemi tipici del sistema facendo si che il pubblico capisse e si dimostrasse favorevole ad un piccolo sacrificio oggi per un grande beneficio futuro! Ecco, in Italia si dovrebbe evitare la demagogia e le campagne spot sulla privatizzazione o meno dell'acqua, e decidere se investire realmente nel settore, con il coinvolgimento diretto ed il favore degli stakeholders, perchè oggi l'acqua c'è, ma non vorremmo mai toccare con mano gli annunciati effetti della sua mancanza.