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  1. Tristan Rispondi
    Come è noto il TAR ha rinviato al 20 febbraio la discussione. Dovremo aspettare. Ma mentre "aspettiamo" riflettiamo su questa legge di riorganizzazione (dei servizi idrici), che ritengo sia stata una delle riforme più largamente fallimentari del panorama politico nazionale, non soltanto per la ricchezza che ha distrutto, ma anche per gli impegni che non ha mantenuto. Si parla solo di investimenti, ma è bene ricordare che la riforma nacque nel 1994 con l'obiettivo principale di industrializzare le gestioni del sud del paese (Sicilia e Calabria ad esempio), e le gestioni in economia, largamente presenti su tutto il territorio nazionale. Dopo 20 anni esatti il sud è ancora lì senza aver mutato la propria condizione di un millimetro, mentre le gestioni in economia, benché formalmente accorpate in ambiti di gestione sovraordinati, anche loro non hanno ancora raccolto alcun beneficio se non quello di veder crescere le loro tariffe e scendere la qualità del servizio reso, incardinati spesso contro la loro volontà a relazionarsi con un gestore che vedono lontano, spesso lontanissimo. Per raggiungere questo "invidiabile" stato di cose, come ho accennato prima le aziende che nel 1994 erano leader in Italia e che hanno governato il processo di riforma (quelle che oggi si definiscono ex-municipalizzate) sono state letteralmente distrutte sia sotto il profilo tecnico sia e soprattutto sotto il profilo finanziario, ed è stata sottratta loro una quantità di ricchezza probabilmente seconda soltanto a quella portata via a Telecom. Benché le tariffe siano aumentate in maniera importante, (nel decennio l'aumento delle tariffe idriche è stato secondo soltanto a quello dei prodotti petroliferi) di investimenti in giro se ne sono visti pochini, non soltanto nel settore delle acque reflue (che era il settore di maggiori esigenze), ma anche e soprattutto nella rete idrica. In questo contesto di vere e proprie macerie si è inserita l'AEEG (grazie a Monti mi sembra...), con i suoi provvedimenti "risolutori". Nonostante io abbia una laurea in ingegneria ed un PhD, debbo concentrarmi con tutte le mie energie, credetemi, per seguire le sue asserzioni, esposte in formule per la scrittura delle quali non bastano tutte le lettere dell'alfabeto italiano e greco sommate insieme. Leggendo i suoi provvedimenti ho capito che questa non può essere la strada del futuro della regolazione di questo settore, a meno che non si voglia ridurre l'acqua a quanto già fatto per il servizio elettrico, per il quale riceviamo bollette letteralmente incomprensibili (provate a leggerne una) che giustificano tariffe fuori da ogni logica nazionale ed europea. Se non vogliamo diventare come la Bulgaria dobbiamo riprenderci l'acqua, dobbiamo considerare l'acqua, come altri settori strategici, un servizio privo di rilevanza economica da gestire in forma pubblica mediante l'istituto dell'azienda speciale o consortile. Gli investimenti debbono far carico alla fiscalità generale. Rispondo a chi dice che non ci sono risorse che l'assegnazione delle risorse economiche è una scelta politica. Altrimenti, basandoci sulla carenza di risorse finiremo per privatizzare anche le forze dell'ordine ed i nostri organi di difesa. Se 20 anni di fallimenti non sono sufficienti per farci capire che si è sbagliato, allora.....Dimenticavo, l'onorevole Galli, autore della legge di riforma, ha quasi disconosciuto questa legge, visti i deludenti risultati.
  2. Antonio Rispondi
    Il 7% non era un "rendimento", bensì un costo parametrico (stimato male, sono d'accordo). Il rendimento si misura sul capitale proprio, ed è il rapporto tra l'utile di esercizio e il capitale. Una delle tante confusioni che si fecero all'epoca del referendum è proprio quella tra il costo del capitale (calcolato in rapporto agli investimenti) e il tasso di profitto (calcolato in rapporto al capitale sociale). La remunerazione degli investimenti e il profitto sono due cose completamente differenti, e solo il dilagante analfabetismo economico di questo paese poteva confonderli. Se le può interessare, abbiamo calcolato il ROE medio delle gestioni idriche tra il 2000 e il 2011: il valore medio che risulta è inferiore al tasso sui BTP. Nessuna "rendita garantita, come può vedere: a investire sui titoli a rendita fissa si guadagnava di più. Se ha mai stipulato un mutuo per comprare casa, saprà che ci sono quelli a tasso fisso e quelli a tasso variabile. Nel primo caso, si sa quanto si paga, ma non quanto guadagna la banca (a seconda che i tassi di mercato siano più alti o più bassi del tasso fisso, può guadagnare o perdere). Nel secondo caso so quanto guadagna la banca (lo spread, le commissioni) ma non esattamente quanto pago. Scegliere di riconoscere il costo standard ex ante, come ha fatto l'AEEG, serve proprio a premiare la capacità industriale: se sei bravo, riuscirai a stare sotto il benchmark e a guadagnare, altrimenti ci perderai. Se il benchmark è calcolato bene, le aziende di efficienza media non guadagneranno nulla, copriranno solo i loro costi, quelle più efficienti della media guadagneranno. Se invece si sceglie di riconoscere il costo effettivo ex post, il gestore potrà coprire qualunque finanziamento a qualunque tasso. Sono io a stupirmi del fatto che lei preferisca pagare di più pur di non far guadagnare chi se lo merita. A meno che lei non sia un banchiere: saranno infatti i banchieri gli unici a guadagnare da una simile prospettiva.
    • Massimo Matteoli Rispondi
      Forse, anzi sicuramente, "rendimento" è un termine tecnicamente impreciso ma rimane il fatto che si vuol garantire un'entrata a carico dei clienti-utenti calcolata sul capitale investito e non sull' efficienza della gestione. Insisto a dire che i primi a ribellarsi ad una simile stortura dovrebbero essere i paladini del liberismo. Se non ho capito male, poi, tale "costo" è legato alla quota di capitale investito, e quindi fisso nel tempo e senza scadenza (confesso, però che di questo non ho certezza obiettiva ed accetto volentieri correzioni o precisazioni) mentre gli interessi sui mutui vengono a cessare, diminuendo via via che si pagano le rate, alla scadenza del finanziamento. Se fosse così non riesco a capire, con tutta sincerità, dove sia il vantaggio per i consumatori che ci vorrebbero farci credere.
  3. Massimo Matteoli Rispondi
    Prima del referendum il rendimento garantito, quale fosse l'efficacia della gestione, era il 7% sul capitale investito. Di fatto si vuol riproporre il solito sistema e mi stupisce che non siano gli stessi assertori dei valori liberali ad insorgere per primi contro quella che è, nè più nè meno, che una rendita totalmente slegata dalla capacità industriale. Non capisco poi delle preoccupazioni per i consumatori, poiché per loro cambia ben poco o nulla che gli investimenti siano finanziati con un mutuo invece che con conferimenti di capitali, visto che saranno sempre loro a ripagarli con le bollette.
  4. Sergio Ascari Rispondi
    Caro Antonio, cari economisti e cari regolatori, state invecchiando e state diventando testardi e noiosi, ripetete sempre le stesse cose. Vi scrivo casualmente dall'Egitto, dove sono a fare tariffe, e mi è capitato naturalmente di chiedermi se si potrebbero fare tariffe regolate in un contesto di finanza islamica, che come noto non ammette l'interesse. In un certo senso l'esito del referendum chiede la stessa cosa: che non sia garantito un ritorno al capitale investito. Eppure c'era un metodo semplice per evitare i ricorsi, bastava seguire l'esempio della stessa Aeeg, che quando ha voluto ridurre le interruzioni elettriche ha predisposto un sistema di incentivi (e punizioni) basati sui risultati, invece che sulla remunerazione degli investimenti in quanto tali. Bastava trovare adeguati parametri di qualità del servizio idrico e collegare gli incentivi a quelli. Poi per fare ovviamente le imprese investiranno, il regolatore si informerà su quanto costa ottenere certi risultati in modo da tarare gli incentivi, e qualcuno ci farà anche un margine (insh'allah): ma quel che conta è il risultato. Senza premiare l'investimento a mo' di rendita: fare un ricorso contro un meccanismo simile è molto più difficile! Se non vi piace la finanza islamica (che peraltro va molto bene nel mondo), chiamatela performance based regulation. Tra parentesi, in Egitto con la restaurazione laicista nessuno critica gli interessi, e sto facendo una noiosa tariffa (di trasporto gas) con tanto di WACC.
    • Alice Rispondi
      Ho 2 obiezioni: 1) nel costo dell'energia elettrica sono comunque compresi anche gli investimenti e non credo (ditemi se sbaglio) che il loro costo sia considerato al netto della remunerazione del capitale con cui sono stati finanziati; 2) il fatto che venga fissata una tariffa che includa la remunerazione del capitale non esclude che possano esserci penalità se il servizio non raggiunge determinati standard di qualità.
    • Antonio Rispondi
      In base a quel poco che so (ammetto) di finanza islamica, mi risulta che questa non ammette l’interesse, ma ben ammette il profitto. E infatti i banchieri islamici, per poter prestare a interesse facendo finta di non farlo, si inventano transazioni collaterali con il debitore in cui comprano qualcosa a poco e gliela rivendono a molto. I comitati referendari, al contrario, dicono: interesse sì, profitto no (ossia il contrario). Dunque, temo che la tua proposta non li accontenterebbe. Già che sei in Egitto, prova un po’ a vedere se trovi qualcosa sul metodo utilizzato dai faraoni. Dopotutto, le infrastrutture idriche le hanno inventate loro! A bientot