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Esodo dall’Ucraina: dalla crisi umanitaria all’integrazione

L’Europa ha risposto alla crisi umanitaria causata dalla guerra in Ucraina in modo unitario e solidale, con un piano in dieci punti per la gestione dei rifugiati. Ora tocca al sistema di accoglienza far sì che l’emergenza si trasformi in integrazione.

La risposta europea alla crisi umanitaria ucraina

La fuga di massa dall’Ucraina ha proiettato l’Europa in una delle peggiori tragedie umanitarie dalla fine della seconda guerra mondiale. Finora più di 4 milioni di persone si sono riversate nei paesi vicini, ma, finché la guerra continuerà, l’esodo è destinato ad allargarsi. Il flusso di rifugiati dall’Ucraina ha già di gran lunga superato il numero di richiedenti asilo dalla Siria, Afghanistan e Iraq, che sono arrivati in Europa subito dopo il 2015, sconvolgendo la politica europea.

A differenza del 2015, tuttavia, l’Europa ha risposto alla crisi umanitaria degli ucraini in modo unitario e solidale. Il Consiglio europeo ha deciso all’unanimità di introdurre una protezione temporanea “automatica” (della durata di massimo tre anni), che dà diritto di soggiorno immediato e collettivo, oltre a garantire ai rifugiati una serie di diritti armonizzati in tutta l’Ue. Tra questi, l’accesso al mercato del lavoro e agli alloggi, l’assistenza medica e l’accesso all’istruzione per i minori, tutti diritti che sicuramente influenzeranno positivamente il percorso di integrazione o ritorno dei profughi. La reazione di grande assistenza e solidarietà nei confronti dei rifugiati è stata sostenuta concretamente anche dai cittadini europei: i profughi ucraini sono stati accolti nella case di migliaia di famiglie in tutta Europa (soprattutto nei paesi finora più contrari all’accoglienza dei rifugiati, come la Polonia).

L’investimento dell’Europa

Al di là delle ragioni umanitarie, tuttavia, l’accoglienza è un percorso che prevede un investimento iniziale capace di ripagarsi nel tempo – attraverso sia l’integrazione dei rifugiati sia le esternalità positive nel contesto in cui sono inseriti – solo se gestito in modo accurato. Si tratta, infatti, di un investimento in “capitale umano” e i benefici sono tanto maggiori quanto più elevata è la qualità dell’investimento iniziale. Da anni manca all’Ue una visione lungimirante nella gestione delle politiche di asilo e di accoglienza dei rifugiati (con alcuni paesi, o governi, che, più di altri, hanno osteggiato una politica coordinata di accoglienza diffusa) e la crisi attuale può rivelarsi un’opportunità di miglioramento.

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La Commissione europea, infatti, ha varato un piano in 10 punti per la gestione dei rifugiati dall’Ucraina, che prevede passi in avanti importanti in merito al rafforzamento del sistema di accoglienza nei paesi dell’Unione. Il piano beneficia di fondi europei (per il momento 17 miliardi di euro) da assegnare ai paesi ospitanti, ma anche come incentivi per il ricollocamento volontario e come contributo diretto ai rifugiati. Inoltre, è prevista la creazione di una piattaforma comune per la registrazione delle richieste di protezione temporanea e la mappatura dell’accoglienza in tutti i paesi, con la creazione di un indice che misura il grado di dispersione dei rifugiati (ovvero il numero di rifugiati accolti in ogni paese). Il piano include poi un sistema per contrastare il traffico di esseri umani, perché l’esodo in massa, soprattutto di donne e bambini, incentiva le infiltrazioni della criminalità organizzata.

C’è un cambio di passo, quindi, nel coordinamento di un piano comune per l’accoglienza a livello europeo, che forse permetterà di superare alcune “barriere culturali” del passato, ma che, senza dubbio, dimostra che l’accoglienza è politicamente e materialmente possibile in tutta Europa.

Cosa cambia in Italia

In linea con questi mutamenti, alcune modifiche al sistema di accoglienza sono già state apportate anche in Italia, dopo che una visione ostinatamente miope rispetto a quello che accade attorno all’Europa ha visto per molti anni ridurre le risorse e limitare i diritti relativi alla protezione umanitaria. Le principali novità di fronte alla crisi Ucraina includono l’ampliamento dei posti del sistema Sai, ovvero il sistema pubblico ordinario, incentrato sull’accoglienza diffusa con il coinvolgimento diretto degli enti locali e l’attenzione per l’inclusione socio-economica.

Inoltre, è previsto uno snellimento delle procedure per l’affidamento sia dei Sai sia dei contratti per i centri Cas (fino a 15mila posti saranno allocati tramite affidamento diretto al terzo settore). Aumenta il contributo per rifugiato (33 euro al giorno), dopo i tagli del passato, per chi viene accolto nel sistema Sai o Cas, mentre sono previsti 300 euro al mese per i rifugiati che trovano una sistemazione autonoma.

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Sebbene siano importanti cambiamenti, che riconoscono i limiti del sistema vigente, sulla base dell’evidenza empirica rimangono ancora alcuni punti critici del sistema di accoglienza in Italia, su cui è necessario concentrarsi per evitare che l’investimento sia vanificato. Riguardano essenzialmente tre aspetti: l’eterogeneità dei richiedenti asilo, quella degli operatori dell’accoglienza e anche del nostro stesso territorio.

È importante che il sistema di accoglienza e l’attenzione alla qualità del percorso di integrazione siano uguali per tutti i richiedenti asilo e rifugiati. Invece, l’interpretazione italiana della protezione temporanea è estesa ai soli ucraini e non agli stranieri che si trovavano in Ucraina o agli ucraini che sono arrivati in Italia prima del 24 febbraio. In generale, i principi su cui si fonda la politica di dispersione sul territorio, il rafforzamento dei diritti e la sottrazione dei rifugiati alla criminalità organizzata e allo sfruttamento devono applicarsi a tutti i richiedenti asilo che scappano da tutte le guerre e le situazioni di rischio, anche al di fuori dell’Ucraina.

È poi necessario che i servizi all’accoglienza siano affidati a operatori qualificati, presenti in modo stabile e omogeneo all’interno del paese al fine di garantire un percorso di integrazione efficace. Infine, è importante considerare le differenze fra i territori e il contributo che alcuni contesti locali, più di altri, possono offrire all’integrazione dei rifugiati o richiedenti asilo. Per far ciò è necessario prevedere una maggiore condivisione delle risorse per l’accoglienza anche con la popolazione locale e valorizzare i servizi preposti come un’opportunità a disposizione dei territori. In tempi di guerra, investire nell’accoglienza vuol dire investire nelle persone, nella coesione sociale e nella pace.

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Il Punto

  1. marco verna

    Direi che è ovvio che il percorso sia diverso tra chi – gli ucraini- fugge da una guerra alle porte dell’ Europa ( o anche: in Europa) , ma ha intenzione di ritornare a casa e chi – molti immigrati provenienti da Africa e Asia- cerca di migliorare le proprie condizioni di vita scegliendo di di vivere per un lungo periodo o per sempre in Europa. E’ presto per capire che cosa succederà in Ucraina e indovinare come e quando la guerra finirà. Sarebbe un grave errore ora attivare percorsi di “Integrazione” tout court o peggio di “Asilo/Protezione internazionale”, percorso quest’ultimo che tra l’altro prevede di non rientrare in patria. Quindi mi pare ottimo il permesso di Protezione Temporanea, che permette di avere sostegno per l’alloggio, assistenza sanitaria, di lavorare e studiare, ma che è per l’appunto Temporaneo.
    Gli ucraini vivono una situazione di profondo disagio per il brusco sradicamento, la distruzione che vedono nelle proprie città ed il timore per i propri cari che sono rimasti, ma vogliono tornare a casa, salvo poche eccezioni. Molti temono di denunciare la propria presenza e quella dei bambini affidati informalmente, nella fretta di partire, a zie, nonne e educatori, per cui la legge italiana prevede la nomina di un tutore, perchè temono di essere divisi. E’ una situazione affatto diversa, in generale, dalle migrazioni ordinarie di tipo “economico”. E diversissima dall’Asilo, che
    diciamolo, è diventato il canale strumentale per arrivare e rimanere in Europa, senza quasi più legami con le motivazioni originali che lo hanno originato.
    D’accordo invece sulla qualificazione del personale sociale ed educativo, questa è una cosa da cercare e perorare sempre.

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