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Assegno unico per i figli: qualche dubbio sull’equità

L’assegno unico per i figli partirà a marzo 2022. È una razionalizzazione del supporto pubblico alle famiglie con figli. Ma rimangono alcune criticità. In particolare, suscita dubbi la scelta di garantire il contributo anche a chi non presenta l’Isee.

Arriva l’assegno unico e universale

Con l’approvazione del decreto legislativo da parte del Consiglio dei ministri del 18/11/2021 è stato istituito l’assegno unico e universale (Auu), in attuazione della delega conferita al governo ai sensi della legge 46 del 1° aprile 2021.

Come più volte analizzato su lavoce.info si tratta di un atto significativo verso la razionalizzazione nel supporto pubblico alle famiglie con figli in Italia, fino a oggi destinatarie di misure poco generose, disomogenee e categoriali. Tuttavia, a un esame preliminare del decreto legislativo, permangono alcune criticità evidenziate nei mesi passati.

Da marzo 2022, l’assegno andrà a beneficio dei figli minorenni o fino al compimento del 21° anno se impegnati in attività scolastica, professionale o lavorativa con un reddito inferiore a 8 mila euro l’anno oppure se disoccupati e in cerca di lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego. L’assegno è riconosciuto senza limiti di età per i figli con disabilità.

Il valore massimo e costante dell’assegno sarà di 175 euro al mese per ciascun figlio per le famiglie con Isee fino a 15 mila euro, fascia in cui si colloca il 50 per cento dei nuclei famigliari con figli. Per i figli dal terzo in poi l’ammontare è pari a 260 euro. Sopra i 15 mila euro di Isee il valore spettante per ogni famiglia diminuisce al crescere della condizione economica. Maggiorazioni fisse sono previste per i figli disabili (da 100 a 50 euro a seconda del livello di disabilità e dell’età), per le madri under 21 (20 euro), per le famiglie in cui entrambi i genitori lavorano (30 euro a scalare, ma solo per Isee fino a 25 mila). Oltre i 15mila euro di Isee l’importo scende gradualmente fino a 50 euro a figlio per un’Isee pari o superiore a 40 mila euro. Chi avrà un’Isee superiore a 40 mila euro l’anno o chi deciderà di non presentarlo riceverà la quota universale riconosciuta a tutti (50 euro al mese a figlio). Dai 18 ai 21 anni di età la cifra è dimezzata. Le famiglie con più di quattro figli beneficeranno di 1.200 l’anno, un forfait che di fatto corrisponde all’attuale detrazione Irpef per famiglie di questo tipo.

Il reale vantaggio in termini economici deve tuttavia essere valutato rispetto alla situazione esistente, in quanto l’assegno sostituisce una pluralità di strumenti oggi presenti: le detrazioni Irpef per figli a carico (che permangono per i figli a carico di età superiore ai 21 anni), la detrazione Irpef per famiglie con più di quattro figli, l’assegno al nucleo familiare, l’assegno per il nucleo familiare con tre figli minori, il bonus bebè\assegno natalità e il bonus mamma domani. Ai percettori del reddito di cittadinanza, l’assegno unico e universale è corrisposto automaticamente sottraendo la quota del reddito di cittadinanza corrispondente ai figli minori.

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Prime valutazioni

In attesa di conoscere il testo del decreto legislativo che dovrà passare al vaglio delle Commissioni parlamentari, si evidenziano alcune criticità.

Rispetto alle bozze circolate nei mesi scorsi, il governo ha voluto introdurre una componente a tutti gli effetti universale e non selettiva, con un trasferimento minimo (50 euro al mese) a ogni figlio, riconoscendo un diritto individuale, indipendentemente dalla condizione economica della famiglia. L’universalità dell’assegno unico va quindi accolta come un grande e positivo cambiamento rispetto alla situazione attuale, laddove la detrazione Irpef non dipende dalla categoria  del contribuente (lavoratore dipendente o autonomo), ma non viene versata agli incapienti e decresce al crescere del reddito dichiarato fino ad azzerarsi, mentre l’assegno al nucleo familiare è riservato a lavoratori dipendenti e pensionati che lo finanziano versando i contributi alla Cuaf (cassa unica assegni familiari). L’introduzione di una quota fissa a prescindere dal reddito della famiglia è positiva, perché migliora l’efficienza del sistema e aumenta l’equità (orizzontale) complessiva. Averlo fatto a costo complessivo costante, ossia senza destinare ulteriori risorse rispetto ai 6-7 miliardi aggiuntivi previsti inizialmente, tuttavia, è un togliere ai bisognosi per dare a chi di bisogno ne ha molto meno, con un costo non indifferente in termini di distribuzione delle risorse. Robin Hood al contrario, una misura chiaramente regressiva.

La distribuzione delle risorse messe a disposizione e la valutazione di chi ci guadagnerà effettivamente non è immediata né ovvia. Rimandiamo a un futuro approfondimento la quantificazione degli effetti distributivi. Oggi, il sostegno alla famiglia attraverso l’Irpef è nullo per i contribuenti incapienti (ossia chi non ha sufficiente imposta lorda per scontare le agevolazioni fiscali previste), quello che passa per l’assegno al nucleo familiare è nullo per gli autonomi (dal momento che è finanziato con la Cuaf). Tuttavia, la generosità dell’assegno, soprattutto per le fasce più deboli, viene limitata rispetto alle previsioni iniziali perché, a parità di risorse stanziate, almeno un miliardo di euro è destinato alle famiglie con Isee superiore ai 40 mila euro all’anno o che non lo presentano. Oggi un lavoratore dipendente con un figlio a carico e a basso reddito percepisce detrazioni e Anf per un ammontare superiore ai 200 euro al mese, che salgono di altri 20 euro se il figlio ha meno di tre anni (in virtù della maggiorazione delle detrazioni) e di altri 80 euro se il figlio ha meno di un anno e quindi percepisce il bonus bebè. Il confronto è ancora più penalizzante se si considera il secondo semestre 2021 quando il governo ha introdotto il trasferimento ponte per i soggetti che non avevano diritto agli Anf e la maggiorazione degli Anf che ha garantito ai dipendenti ulteriori 37,5 euro a figlio.

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Rimane anche aperta la questione del (parziale) finanziamento dell’assegno unico e universale. Oggi i lavoratori dipendenti, tramite il datore di lavoro, sono soggetti a un’aliquota contributiva dello 0,68 per cento per finanziare la Cuaf. In aggregato si tratta di un contributo di circa 3 miliardi di euro all’anno che grava solo sui dipendenti e che, oltre a incidere in modo significativo sul costo del lavoro, risulta anacronistico e iniquo se l’assegno diventa universale; come tale, dovrebbe essere a carico della fiscalità generale e non finanziato solo da alcuni beneficiari.

Clausola di salvaguardia e presentazione Isee

Due questioni fondamentali minano la reale spinta riformista della misura.

Di fronte al rischio che i dipendenti a medio e basso reddito possano rimetterci rispetto alla situazione attuale, il decreto legislativo introduce una clausola di salvaguardia che prevede una compensazione in automatico per almeno tre anni. Nei dettagli si dovrà capire se la clausola di salvaguardia riguarderà la situazione previgente a inizio 2021 o considererà anche la maggiorazione degli Anf introdotta a partire da luglio di quest’anno. Introdurre la clausola di salvaguardia denota tuttavia il timore di non riuscire a bilanciare lo scontento di chi ci perderebbe con la soddisfazione di chi ci guadagnerebbe, oltre a esser un metodo per rimandare di qualche anno decisioni scomode.

Inoltre, prevedere la possibilità che anche chi non presenta dichiarazione Isee possa ottenere l’assegno ci lascia molto perplessi. L’utilizzo dell’Isee, per quanto non esente da criticità, permette di valutare le risorse di una famiglia nella sua interezza, tenendo conto della consistenza del patrimonio e non solo dei redditi che, quando non dichiarati da un sostituto di imposta, potrebbero essere in tutto o in parte evasi. L’universalità dell’assegno può essere garantita chiedendo a tutti i percettori la dichiarazione Isee e garantendo l’importo minimo al di sopra di una certa soglia: con un minimo impegno richiesto alle famiglie (l’Isee è disponibile per l’autocompilazione online e richiede pochi minuti) si garantirebbe una maggiore equità, lasciando la libertà a chi lo preferisce di non dichiarare il proprio reddito e il proprio patrimonio attraverso l’Isee, ma al costo di non ricevere risorse che sarebbero meglio spese a vantaggio di chi ne ha più bisogno.

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  1. Savino

    Non c’è universalità nel momento in cui non sono comprese tutte le categorie di lavoratori solo apparentemente autonomi, quelli effettivamente autonomi, ci sono limiti più o meno morbidi tra i dipendenti, non è compreso l’universo mondo dei potenzialmente attivi sul mercato del lavoro, non sono considerati gli studenti universitari e sui 21enni ci sarebbe da aprire un capitolo a parte essendo essi sia soggetti attivi come potenziali genitori che soggetti passivi, come figli, della misura in oggetto.
    Direi che non c’è proprio niente di universale, che non si tenga conto per niente dell’emergenza demografica in atto e che tutto ciò sia sulla falsariga del welfare italiano, che concede poco e neanche a tutti gli onesti, al contrario tutto ai furbetti dell’ISEE, delle false residenze e delle false separazioni familiari.

  2. Marco

    Capisco che ci possa essere una discussione sul fatto di dare 50 euro al mese a chi non ne abbia effettivamente bisogno. Ritengo comunque che in una società dove il tasso di natalità si mantiene a livelli estremamente bassi, anche questo possa aiutare. Non vedo invece a cosa possa servire redarre l’ISEE per un contributo che in ogni caso si riceverebbe, se non andare ad aumentare ulteriormente quel carico burocratico che abbiamo in Italia. Oltretutto, sono dati che per la maggior parte (se non totalmente) lo stato già possiede, quindi a norma di legge sarebbe tenuto a non richiederli. Se vogliamo veramente iniziare a diventare un paese moderno, bisogna imparare a combattere la burocrazia prima che si formi. Sappiamo ormai che sforbiciare dopo diventa praticamente impossibile. E dunque vorrei che si smettesse di considerare ogni aspetto della burocrazia vedendolo come “minimo imegno”. E’ proprio la somma di tanti “minimi impegni” che forma la giungla. Per ogni minimo impegno io contribuente mi devo ricordare la scadenza, ricordarmi come si compila, ristudiarmelo tutti gli anni se voglio evitare errori, c’è il rischio che commetta errori e che dunque debba attivarmi per correggerli…. e tutto questo per una cosa inutile.

  3. Massimo Calvi

    Analisi molto utile e interessante. Mi permetto alcune considerazioni. 1) La valutazione di una misura dovrebbe essere fatta in relazione al suo scopo. L’AUU ha un obiettivo sociale e di redistribuzione o di sostegno alle scelte genitoriali anche in chiave di risposta alla (insostenibile) crisi demografica? 2) La decisione di limitare a 175 euro la cifra massima non è il prezzo da pagare all’universalità della misura, ma a una discutibile scelta di uniformare l’assegno sotto i 15.000 Isee, dove si concentra ben il 50% delle famiglie; 3) L’equità dell’assegno sarebbe stata meglio garantita con un maggiore stanziamento di risorse, non ponendo limiti alle prestazioni; 4) Una cifra universale più alta spingerebbe tanti a rinunciare alla complicazione dell’Isee, accettando un assegno ridotto, con risparmi notevoli; 5) Nei Paesi con un welfare familiare più avanzato l’assegno in quota universale è molto più consistente e (quasi sempre) non legato alla prova dei mezzi, tantomeno a un discutibile indicatore patrimonale; 6) Sempre in tema di equità, qualora i redditi più alti fossero esclusi dall’assegno (decisione che potrebbe essere sensata) andrebbe riformato il sistema fiscale consentendo deduzioni legate ai figli, mentre l’assegno oggi è rimasto l’unico strumento di equità orizzontale, peraltro insignificante da questo punto di vista; 7) espando il punto 1: una misura come il nuovo AUU a mio parere andrebbe valutato in rapporto a strumenti della stessa natura (child benefit), non applicando chiavi di lettura che si riferiscono ad altri tipi di intervento (es: il Reddito di cittadinanza non si giudica sulla capacità di rilanciare il mercato delle ristrutturazioni edilizie, il bonus-terme non ha obiettivo redistributivo… etc. Così non è la selettività a garantire l’equità degli assegni-figli). In conclusione: una diversa definizione degli importi e delle fasce Isee, con selettività moderata, avrebbe garantito un risultato migliore per tutti. Un cordiale saluto.

  4. Matteo Rizzolli

    Scusate il commento franco ma trovo surreale la questione della presunta regressività dell’assegno.

    Una misura di sostegno ai figli dovrebbe essere universale (uguale per tutti i bambini), altrimenti viola il principio di equità orizzontale. La progressività della tassazione la otteniamo modulando le aliquote irpef, non l’assegno.
    Siamo tutti d’accordo che due individui che guadagnano50.000€ ciascuno siano tassati con un’aliquota marginale alta (più alta di due individui che guadagnano 10.000€ ciascuno), ma se quei due individui hanno dei figli, il loro carico familiare va loro riconosciuto, esattamente come se ne guadagnassero 10.000 ciascuno.
    Una famiglia benestante con figli a carico va trattata diversamente da una famiglia benestante senza figli.

    Altrimenti diciamo che l’assegno è una nuova politica di contrasto alla povertà con tanti saluti all’equità orizzontale ed alla costituzione.

    La cosa che mi fa sorridere è che questo (che i trasferimenti ai figli non debbano decrescere dal reddito dei genitori) è pacifico ovunque, tranne che da noi. In tutta Europa -tutta- (si veda la tabella 3.3 compilata in Di Censi et al 2018) le politiche familiari si fanno con una combinazione di agevolazioni fiscali e/o assegni familiari. Nei paesi dove ci sono assegni familiari con la prova dei mezzi (come da noi con il AUU) ci sono sempre -SEMPRE- le misure fiscali a compensare la diminuzione dell’importo dell’assegno. Dico sempre ma in effetti c’è un eccezione: la Danimarca infatti ha un assegno selettivo come il nostro e ma comincia a scalare con l’assegno per redditi superiori ai 100.000€ per ciascun coniuge. (200.000€ di reddito, non 15,.000 ISEE).

    Solo noi perduriamo nell’equivoco di scambiare una misura di politica familiare e di incentivo alla natalità con una misura di contrasto alla povertà. Non a caso abbiamo il tasso di fertilità più basso d’Europa o quasi.

  5. Mirko

    Quanto scritto da Matteo Rizzolli lo trovo sacrosanto, e mi stupisce che molti lettori oltre all’articolista non vedano quanto è uso nel resto d’europa, dove il contributo alla natalità è universale, e lo scopo è aiutare chi fa figli, non chi è povero. Per questi ci sono altre misure.
    Ho due figli, io e mia moglie entrambi dipendenti. Ho fatto una simulazione isee e siamo di qualche migliaio di euro sopra l’ultimo scaglione. Assicuro che da qui ad essere benestanti ne passa. Avremo 50 euro a figlio, quindi 100 euro al mese, più o meno come le detrazioni figli già presenti nelle busta paga attuali. Dico, sarebbe questa la politica di supporto per chi ha figli? Quando paghiamo 700 euro al mese per il nido? Ma chissenefrega! Il primo vero grande supporto sarebbe il nido gratis per tutti, così come la materna, dove si pagano i pasti e le ore in più il pomeriggio, essenziali per noi che lavoriamo con orari normali. Che poi avrebbe anche l’effetto secondario di consentire il rientro al lavoro dalla maternità a molte donne che ritengono più conveniente rimanere a casa, un altro dei grandi obiettivi sbandierati ma mai che questa cosa semplice lineare ed ovvia sia mai stata attuata.

  6. GIORGIO DE VARDA

    Concordo solo in parte su quanto detto nell’articolo mentre condivido pienamente il commento di Matteo Rizzoli e di Mirko, in quanto credo che sia pienamente costituzionale che a parità di redditi, anche in quelli medio-elevati, una coppia con figli debba pagare di meno di una senza. L’Assegno unico In pratica per milioni di famiglie costituisce anche una piccola riforma del fisco, in quanto a conti fatti alleggerisce, o purtroppo in alcuni casi appesantisce, la pressione fiscale. Infatti a €40.000 circa di ISEE l’assegno unico compensa grossomodo le detrazioni Irpef ma nel caso di lavoro dipendente è come se appesantisse la pressione fiscale perché praticamente spariscono gli assegni familiari che che incrementavano il reddito per ogni figlio di circa €40, assegni familiari che ora spariscono e non sono compensati assolutamente dell’Assegno unico in questa zona. Oltretutto noi non disponiamo di statistiche complete, almeno a mia conoscenza, sulla distribuzione dell’ISEE delle famiglie italiane, oltre a quella del 20% che ha fatto la dichiarazione ISEE, che si riferisce in genere alle famiglie meno abbienti e quindi riesce difficile valutare ora, al di là dell’Inps che ha tutte le informazioni necessarie, quante famiglie vengono penalizzate dalla misura dell’assegno unico che in una comunicato precedente del dell’INPS si stimavano addirittura pari al 32%. Sulla valutazione dell’Isee pesa moltissimo anche il patrimonio e quindi potremmo vedere la riforma come una mini patrimoniale. Concludo che una riforma preziosa per il contrasto alla povertà è rimasta incompleta per mancanza di soldi, perché credo che la stessa cifra dovrebbe essere distribuita, come in altre nazioni, a tutti indipendentemente dal reddito perché nelle famiglie con reddito medio elevato sarebbe una compensazione fiscale doverosa. In genere credo che tutte le detrazioni decrescenti col reddito siano poco costituzionali e forse questo non è stato capito dalla dal pubblico, ma il messaggio che emerge, che dovrebbe incentivare la natalità, rimane per gran parte della popolazione, contraddittorio e in alcuni casi addirittura negativo.

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