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Per i lavoratori poveri va ripensato tutto il sistema di sostegno

La mancanza di strumenti di sostegno al reddito non contributivi per i lavoratori poveri espone molti di loro a una condizione di forte disagio economico e sociale. Una riforma sul modello francese ridurrebbe anche i costi del reddito di cittadinanza.

Reddito di cittadinanza e lavoro

In un recente contributo su lavoce.info Massimo De Minicis e Marco Marucci affermano che poiché molti percettori del reddito di cittadinanza sono difficilmente attivabili, il dibattito sulla riforma della misura non dovrebbe concentrarsi troppo su come migliorarne l’efficienza in termini di attivazione al lavoro ma, semmai, su come migliorare la condizione economica e sociale dei percettori che già hanno un lavoro. La constatazione è assolutamente condivisibile nella misura in cui il focus è appunto sui tanti (la maggior parte) percettori di reddito di cittadinanza che, per le loro caratteristiche sociali, economiche e familiari, sono appunto difficilmente attivabili.

Per i percettori di Rdc che sono invece attivabili – De Minicis e Marucci mostrano in effetti come un significativo 33 per cento dei percettori nel 2020 avesse estratti contributivi nel 2019 – è utile agire lungo le seguenti direttrici:

  • potenziare il sistema di attivazione pubblico-privato mediante la definizione di percorsi di re-inserimento professionale adeguati alle caratteristiche particolari dei percettori di Rdc (si vedano ad esempio i punti 6 e 7 della proposta di potenziamento del Rdc formulata dall’Ocse);
  • potenziare i meccanismi incentivanti previsti dal programma Rdc (ad esempio aumentando ed estendendo la durata degli earnings disregards, come descritto recentemente da Pacifico e Scarpetta su questo sito).

Rimane tuttavia aperto il problema di come favorire una vita dignitosa ai percettori di reddito di cittadinanza che dovessero eventualmente trovare un’occupazione. Infatti, secondo il rapporto Inps 2021, la retribuzione media dei percettori di Rdc è pari solamente al 12 per cento di quella media nel settore privato e, nella maggior parte dei casi, l’occupazione dura meno di quattro mesi durante l’arco dell’anno. In altri termini, molti (dei pochi) percettori del Rdc che trovano una occupazione rimangono sotto la soglia di povertà economica.

Lavoratori poveri, ma senza Rdc

Come giustamente sostengono De Minicis e Marucci, il problema del lavoro povero è in effetti centrale quando si parla percettori di Rdc attivi. Tuttavia, a nostro avviso, il dibattito sull’argomento dovrebbe essere esteso anche ai tanti altri lavoratori poveri che, per un motivo o per l’altro, in Italia non percepiscono il sostegno. In effetti, solo il 50 per cento dei “working poor” (definizione Eurostat) in Italia percepisce prestazioni di sostegno al reddito, un valore molto inferiore rispetto alla media Ue (65 per cento) e superiore solo a Spagna, Portogallo, Croazia e Repubblica Ceca.

Le caratteristiche del lavoro povero in Italia sono state analizzate ampiamente in un recente rapporto dell’Unione europea sui “Working Poor”. Le conclusioni suggeriscono che l’elevato rischio di povertà lavorativa in Italia, il terzo paese Ue per incidenza del fenomeno (figura 1 – marker circolari misurati sull’asse destro), dipende principalmente dall’interazione di due fattori, uno individuale, ovvero i bassi salari ricevuti da una quota crescente di lavoratori “non standard” (autonomi, part-time e precari), e uno “familiare”: il basso numero di lavoratori in famiglia e la presenza di figli a carico.

Sulla base di queste considerazioni, la strategia per ridurre il fenomeno dei lavoratori poveri non può che essere improntata alla multidimensionalità, con interventi volti a migliorare:

  • la qualità del lavoro (in termini di stabilità lavorativa e di contratti a tempo pieno);
  • la remunerazione del lavoro (in particolare quello poco qualificato);
  • la partecipazione al mercato del lavoro (soprattutto femminile e per le famiglie con un solo percettore).

Esistono chiaramente diversi modi per sviluppare nel concreto queste indicazioni (si veda anche il rapporto Eurofound per raccomandazioni simili). Si dovrebbe, in particolare:

  • investire maggiormente sulla formazione permanente e nel potenziamento di percorsi (certificati) di riqualificazione professionale (per quei lavoratori poveri che hanno bassi livelli di istruzione, perché in realtà una fascia non trascurabile di loro non si trova in questa condizione);
  • incentivare il ricorso a contratti a tempo indeterminato;
  • adeguare le regole sui minimi retributivi alla dinamica della produttività (De Vincenti e Fanfani);
  • fornire maggiori strumenti di lavoro flessibile;
  • favorire l’accesso a servizi territoriali (di qualità) per l’infanzia e per la cura di persone non autosufficienti.
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Come è facile immaginare, tutti questi interventi richiedono tempi lunghi per la loro definizione e attuazione. Sono tuttavia interventi fondamentali se si vuole ridimensionare il problema del lavoro povero. Nell’immediato, le opzioni che possono migliorare la condizione economica dei lavoratori poveri rimangono principalmente tre:

  • un salario minimo legale;
  • un “in-work benefit” rivolto alle famiglie di lavoratori che si trovano in una condizione di particolare disagio economico.
  • un “assegno sociale di disoccupazione” (simile all’Asdi abolita nel 2018) rivolto ai lavoratori poveri che hanno perso il lavoro, ma che non hanno accesso ad altri ammortizzatori sociali.

Analizziamo brevemente questi tre aspetti.

Il salario minimo

Nonostante ci sia un certo accordo tra gli addetti ai lavori sulla necessità di istituire anche in Italia un salario minimo legale (Boeri e Poretti, Inps) e nonostante anche in parlamento ci sia una certa maggioranza a favore dello strumento (Garnero e Giannetto), la nostra opinione è che il salario minimo legale non risolva effettivamente il problema dei lavoratori poveri. Infatti, il fenomeno non riguarda solo i dipendenti, ma una fascia molto più ampia di lavoratori che non beneficerebbero dell’istituzione di un minimo salariale. Si pensi ad esempio al vasto mondo del lavoro autonomo nelle sue sfaccettature di consulenti, lavoratori stagionali, attori e artisti non dipendenti, lavoratori agricoli autonomi, professionisti, e via dicendo. Secondo il rapporto Ue sui working poor, se in Italia il rischio di essere un lavoratore povero per un dipendente è già tra i più alti al 12,5 per cento (rispetto alla media Ue del 9,4 per cento), per un lavoratore autonomo il rischio sale addirittura al 19,5 per cento.

L’in-work benefit

L’unico modo per raggiungere tutte le tipologie di lavoro povero è di istituire un assegno rivolto a tutte le famiglie di lavoratori a basso reddito simile al Prime d’Activité francese o all’Earnings Tax Credit negli Stati Uniti. Questo strumento è stato proposto dall’Ocse nell’ambito della riforma del reddito di cittadinanza (Pacifico e Scarpetta) proprio in considerazione dei seguenti elementi:

  • beneficerebbero del sussidio anche i lavoratori poveri non percettori di Rdc;
  • l’assegno raggiungerebbe anche i lavoratori che non beneficerebbero dell’eventuale istituzione di un salario minimo;
  • l’assegno terrebbe in opportuna considerazione la dimensione familiare del lavoratore (mediante una graduazione dell’assegno definita sulla base del numero di figli a carico), un aspetto da cui non si può prescindere quando si parla di povertà.

La figura 2 illustra il funzionamento del Primé d’Activité francese, mostrando come variano le componenti di reddito disponibile familiare al variare del reddito da lavoro per una famiglia che vive in affitto con un solo occupato e due figli minori a carico. Per semplicità, riportiamo anche la figura per l’Italia mostrata da Pacifico e Scarpetta. Come si può notare, il Prime d’Activité (area celeste) aumenta fino a un certo ammontare e poi si riduce fino ad azzerarsi per livelli di reddito attorno al salario medio del settore privato (linea verticale tratteggiata). Tale design è stato studiato al fine di incentivare il percettore a produrre un reddito da lavoro prossimo alla soglia di povertà (linea orizzontale tratteggiata). Il lungo decalage del Prime d’Activité fino al suo azzeramento serve invece per evitare aliquote marginali effettive elevate per i beneficiari che nel tempo dovessero migliorare la loro posizione retributiva. Si noti inoltre come il disegno della misura consenta al reddito disponibile familiare di crescere quando aumenta il reddito da lavoro, mentre in Italia il reddito disponibile della famiglia è “piatto” per livelli di reddito lordo tra 0 e 12 mila euro (per questa tipologia familiare), riducendo così (se non addirittura azzerando) l’incentivo a cercare attivamente lavoro in questo intervallo.

Figura 2 – Variazione delle componenti del reddito disponibile familiare al variare del reddito da lavoro.

Coppia monoreddito in affitto con due figli a carico

Fonte: elaborazioni degli autori mediante il modello tax-benefit dell’Ocse. I redditi percepiti dalla famiglia sono stati prima divisi per la scala di equivalenza Ocse e poi per la mediana del reddito disponibile nazionale. Il valore del salario medio si riferisce al settore privato per un lavoratore full-time. Il contributo per l’affitto (area verde) è calcolato assumendo un affitto pari al 20 per cento del salario medio.

Il confronto con l’Italia mostra altri due aspetti chiave per il dibattito sui lavoratori poveri:

  • nonostante in nessuno dei due paesi i programmi di reddito minimo nazionale – il Rdc in Italia e il Revenue Solidarité Active in Francia (le aree gialle del grafico) – consentano alla famiglia beneficiaria di superare la soglia di povertà Ocse per livelli di reddito da lavoro uguali o prossimi a zero, in Francia la soglia è superata grazie al Prime d’Activité a un livello di reddito da lavoro pari a circa 12 mila euro lordi (per questa tipologia familiare, prima di tasse e contributi sociali). In Italia, al contrario, la minore generosità dei trasferimenti ricevuti dal lavoratore mantiene la famiglia sotto la linea di povertà fino a livelli di reddito da lavoro pari a circa 17 mila euro;
  • in Francia, la linea di povertà sarebbe comunque superata attorno ai 12 mila euro anche da quei lavoratori che non percepiscono il Revenue Solidarité Active ma che possono tuttavia contare sul contributo per l’affitto (Allocations Logement – area verde). Infatti, in Francia i programmi Rsa e Al sono indipendenti, a differenza dell’Italia, dove solo i percettori di Rdc possono ricevere il contributo per l’affitto.
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L’assegno sociale di disoccupazione

L’in-work benefit tutela i lavoratori poveri quando lavorano, mentre l’assegno sociale di disoccupazione offrirebbe un sostegno nei periodi di disoccupazione qualora il lavoratore non abbia accesso ad altre forme di sostegno al reddito di tipo assicurativo, ad esempio per via di mancanza di contributi o giorni di lavoro sufficienti, o semplicemente perché ha esaurito il diritto alla prestazione. Infatti, attualmente, questi lavoratori poveri “senza tutele”, molti per via del crescente numero di carriere discontinue, non hanno accesso ad altre forme di sostegno al reddito se non il Rdc, ovvero un programma che solo in minima parte dovrebbe avere come obiettivo quello di favorire la ricollocazione lavorativa. Inoltre, la complicata procedura per richiedere il Rdc e i suoi criteri di accesso molto stringenti, ad esempio le soglie patrimoniali elevate e la residenza in Italia da almeno 10 anni, impediscono di fatto l’accesso al sussidio a molti lavoratori poveri che rimangono per un certo periodo di tempo senza occupazione (si pensi agli stagionali).

Il confronto con gli altri paesi europei in termini di prestazioni di sostegno al reddito ricevute dai lavoratori poveri (figura 1) e in particolare il confronto con il modello francese (figura 2) mostra come la mancanza di strumenti di sostegno al reddito non contributivi rivolti ai lavoratori poveri (sia durante l’attività lavorativa che nei periodi intermedi di disoccupazione) esponga molti di loro, in particolare quelli con figli a carico, a una condizione di forte disagio economico e sociale.

Per far fronte a questa carenza, si potrebbe cogliere l’occasione della prossima riforma dell’assegno unico ai figli e degli ammortizzatori sociali per introdurre nel nostro sistema di protezione sociale due prestazioni di tipo non contributivo simili a quelle descritte e rivolte esplicitamente a combattere il fenomeno della crescente povertà lavorativa. Nel concreto, l’assegno unico potrebbe riprendere, nel suo disegno, alcune caratteristiche del Prime d’Activité francese (o della Eitc americana o della Universal Credit del Regno Unito – si veda  Bulman et al. 2020 per una proposta organica e concreta di riforma degli assegni familiari e del sostegno ai lavoratori poveri in Italia), mentre la riforma degli ammortizzatori sociali potrebbe prevedere un assegno sociale di disoccupazione temporaneo per coloro che, per un motivo o per l’altro non hanno accesso (o hanno esaurito il diritto) alla Naspi o all’Iscro. Entrambi gli strumenti ridurrebbero subito il costo del Rdc e contribuirebbero a ridefinirne il ruolo come strumento fondamentale di lotta alla povertà e all’emarginazione sociale.

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  1. Savino

    Gli inoccupati e i disoccupati sono nella categoria dei lavoratori, cioè di quelli in età di lavoro, mentre per fare una tessera sindacale devi avere prima un lavoro e, poi, la tutela. Queste non sono sottigliezze, a livello di tutela sindacale e, quindi, anche di welfare è un errore madornale tenere fuori intere categorie creando cittadini di serie A e di serie inferiori. Aggiungo anche che, per il sindacato, ciò è sinonimo di corporativismo e per chi vuole scacciare i fascisti non mi pare appropriato.

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