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Perché il salario minimo non basta

È un’illusione pensare che il salario minimo risolva il problema dei redditi da lavoro bassi. Andrebbe invece ripensato il sistema di contrattazione collettiva per adeguare le regole sui minimi retributivi alla dinamica della produttività delle imprese.

Dieci anni di salari in Italia

In questi mesi si è riaperto il dibattito sull’opportunità di introdurre un salario minimo orario nella legislazione italiana. Si tratterebbe di una proposta meritoria se diventasse un efficace argine allo sfruttamento per quelle fasce della forza lavoro attualmente non coperte dalle garanzie dei contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl). Occorre però evitare di illudersi che un salario minimo garantisca necessariamente redditi da lavoro più alti.

Se prendiamo in considerazione i lavoratori dipendenti, la porzione numericamente più rilevante della forza lavoro italiana, i cui salari minimi sono già garantiti dai Ccnl, negli ultimi anni le retribuzioni giornaliere sono state relativamente stabili o leggermente crescenti in termini reali. La tendenza è presente sia a livello medio che al decimo percentile, vale a dire considerando un segmento di lavoratori a retribuzione relativamente bassa (figura 1). Eppure, non si può certo dire che complessivamente il reddito da lavoro annuale dei dipendenti abbia avuto una dinamica altrettanto stabile durante gli stessi anni: per il decimo percentile se ne calcola una riduzione di circa il 20 per cento in termini reali tra il 2006 e il 2016.

L’apparente contraddizione si può spiegare ponendo l’attenzione sul vero problema che caratterizza l’Italia: quello della mancanza di lavoro. Sono stati infatti fenomeni come la disoccupazione e la sotto-occupazione (per esempio, il part-time involontario) ad aver fatto crollare il reddito da lavoro, non la dinamica delle retribuzioni per unità di lavoro, vale a dire per giornata o ora lavorata.

In questo contesto, pensare che il problema di bassi redditi da lavoro possa essere risolto con l’introduzione di un salario minimo è semplicemente illusorio. Occorre piuttosto perseguire un costante ammodernamento del nostro mercato del lavoro, incoraggiando la creazione di maggiori opportunità d’impiego. Più che concentrarsi sul solo salario minimo, occorrerebbe ripensare il sistema della contrattazione collettiva per rendere le tante regole sui minimi retributivi che già esistono più coerenti con la dinamica della produttività delle imprese. Un simile processo di riforma fu introdotto in Germania negli anni Novanta, e oggi non pochi economisti attribuiscono il buon andamento economico tedesco alla presenza di un sistema di relazioni industriali capace di ben adattarsi al contesto di riferimento.

Politiche salariali e produttività

Grazie alle informazioni congiunte sui salari e sul valore aggiunto per lavoratore delle imprese italiane nell’ambito del programma VisitInps, abbiamo studiato l’andamento della correlazione tra salari e produttività, dividendola in due componenti. Una parte è dovuta al fatto che la produttività tende a essere più alta in imprese la cui forza lavoro ha maggiori competenze e abilità (fenomeno indicato col nome di sorting). Un secondo elemento è legato alla tendenza delle imprese a più alto valore aggiunto per lavoratore di pagare stipendi maggiori, in quanto dotate di maggiori risorse (fenomeno indicato col nome di rent-sharing). Se consideriamo l’andamento temporale dei due parametri, si nota come il sorting abbia una dinamica crescente, mentre la componente di rent-sharing della relazione tra salari e produttività ha avuto un andamento leggermente decrescente (figura 2).

Questi risultati ci dicono che da una parte, alla luce della crescita del sorting, si è stabilita una relazione più diretta tra competenze dei lavoratori e andamento delle imprese. Si tratta forse di un primo timido dividendo degli sforzi di riforma del mercato del lavoro degli ultimi anni. Più dubbio invece che il trend si manifesti solo in virtù degli anni della crisi (che avrebbero “spazzato via” tanto le imprese quanto i lavoratori a bassa produttività), dato che si manifesta in maniera quasi lineare su un periodo di dieci anni. D’altro canto, alla luce della relativa diminuzione del parametro di rent-sharing, emerge che le politiche salariali delle imprese hanno avuto un andamento sempre meno legato a quello della produttività. E’ un risultato non esattamente in linea con la retorica di tante recenti intese tra le parti sociali, e presumibilmente denota che in questi anni si è fatta meno contrattazione di secondo livello (aziendale o territoriale) di quanto non fosse auspicabile, e meno ancora contrattazione “di qualità”, ovvero proprio quella in grado di attivare un circolo virtuoso tra salari e produttività nei luoghi di lavoro. L’evidenza sul rent-sharing è in generale indice di una maggiore prudenza delle aziende con più risorse nel premiare i propri dipendenti, ma anche della presenza di restrizioni alle dinamiche salariali per le molte altre che hanno visto peggiorare i risultati negli ultimi anni. Un contesto di relazioni industriali più dinamico e flessibile limiterebbe lo scostamento tra politiche salariali d’impresa e produttività. Concedendo più margini alle aziende per correggere i salari se la produttività fosse inferiore alle attese, esse potrebbero diventare meno prudenti nell’elargire premi di risultato e nel creare posti di lavoro.

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  1. pb

    Interessantissimo. Sarebbe forse opportuno distinguere trend di sorting e rent-sharing all’interno del mercato del lavoro primario versus secondario (lavoro precario). Mi aspetterei trend calanti nel secondario e forse meno divaricazione nel primario.
    (esiste un WP consultabile?)

  2. Andrea Werner Mondazzi

    Viene il dubbio che se le aziende avessero maggiori margini per correggere i salari in caso di produttività sotto le attese, potrebbero sfruttarli per generare produttività cost-driven invece che investment-driven.

    Peraltro, il contributo stesso richiama la scarsità di domanda di lavoro in Italia, quindi ci si deve domandare cosa succederebbe ai salari in questo contesto se esistessero maggiori margini di correzione delle retribuzioni.

    Poiché molto spesso la bassa produttività è spiegata da insufficienti investimenti, sembra quasi che la proposta che chiude il contributo sia un endorsment ad un sistema sistematicamente sottocapitalizzato.

    Infine, l’articolo non affronta minimamente l’effetto positivo che una maggiore rigidità dei salari al ribasso potrebbe produrre quale incentivo per gli imprenditori a ricorrere agli investimenti per alimentare la produttività, invece che a rincorrerla riducendo i salari.

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