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  1. Patrizio Dimitri Rispondi
    Da molti anni, i docenti bocconiani, Giavazzi, Perotti, Alesina & company, attaccano a tutto spiano l’Università e la ricerca pubblica in Italia. Ricordo il titolo aggressivo di un convegno organizzato dalla Bocconi nel 2013 “La ricerca in Italia. Cosa distruggere, come ricostruire”. Informo gli autori che considerando la produttività, ovvero il rapporto tra i fondi ricevuti (pochi) e la produzione scientifica (numero di pubblicazioni su riviste internazionali e citazioni ricevute), l’Italia già dal 2012 era ai primi posti davanti ad altri paesi europei. Il CNRS l’ha definito il paradosso italiano. Con buona pace di Perotti che scrisse che “L’Università italiana non ha un ruolo significativo nel panorama della ricerca mondiale (Perotti, L’Università truccata. 2008). Proprio gli interventi indicati dai nostri bocconiani e attuati dai governi di cui sono stati e sono ancora suggeritori, hanno penalizzato con spending review, non solo università e ricerca pubbliche, ma anche la sanità e ne paghiamo le conseguenze. Infine, gli autori dimenticano che la VQR costruita dall’ANVUR è un sistema quantitativo che non indentifica necessariamente la qualità della ricerca, dove prevale l’automatismo della bibliometria e si ricorre al peer-review solo in casi estremi. Detto questo, la ricerca non è solo eccellente (termine abusato), esistono vari livelli di qualità, tutti degni di considerazione. Il progresso scientifico e tecnologico non è solo il risultato dell’opera dei premi Nobel!
  2. NICOLA ARCOZZI Rispondi
    (1) La VQR non è se non in alcune sue componenti accessorie una peer review e che misuri la qualità della ricerca è assai dubbio. (2) La concentrazione delle risorse in pochi "centri di eccellenza" passerebbe per un transitorio in cui buona parte delle linee di ricerca italiane sarebbero cancellate, essendo molte di esse condotte anche negli atenei più piccoli. Distruggere è facile, costruire chiede i decenni. (3) Perché non invece puntare sulle forme collaborative. Come il grande centro di calcolo accessibile a tutti coloro che hanno progetti validi? Notare che è già così per telescopi, satelliti, acceleratori di particelle... Non darei invece un telescopio di una certa importanza in mano a una singola università. Sarebbe uno spreco assurco.
  3. Ileana Steccolini Rispondi
    In questo articolo parlate di fondi, ma immagino che nelle vostre intenzioni questo faccia parte di una riflessione più ampia di cui l'università italiana ha bisogno? L'Italia spesso non partecipa a programmi e consorzi di ricerca internazionali (non esistono solo Horizon 2020 o ERC! Gli altri paesi, europei e non, sono attivi nel disegnare alleanze di ricerca in cui l'Italia sistematicamente non è presente). Il sistema delle assunzioni e promozioni è ancora dominato da logiche medievali che tengono in Italia spesso i deboli (purché controllabili) e mandano all'estero i bravi. La mobilità fra atenei non esiste, o è decisa a tavolino da "club" di baroni. In Gran Bretagna le università hanno "uffici ricerca" che in Italia non trovano nulla di lontanamente paragonabile. E il sistema di valutazione della ricerca britannico è talmente incisivo da guidare le decisioni giornaliere delle università e di ogni singolo accademico che vi opera. Quello britannico è anche un sistema culturalmente molto differente, in cui ad esempio le battute sessiste o razziste, che ancora si sentono nella realtà italiana, non sono neanche concepibili. Insomma, non basta rivedere come si attribuiscono i fondi, bisogna anche rivedere tanti altri sistemi e processi di "funzionamento" delle università (selezione, gestione e motivazione delle persone, mobilità, difese contro bullismo, razzismo e sessismo negli atenei) e sicuramente ri-bilanciarne i sistemi (impliciti) di potere. Buona fortuna!
  4. Aram Megighian Rispondi
    Università è Didattica, Ricerca e Cultura. Se facciamo solo Ricerca, siamo solo un Ente di Ricerca. Se facciamo solo Didattica (magari a distanza e digitalmente e ripetuta) siamo solo una delle tante Scuole di Insegnamento Superiore. Se facciamo solo Cultura siamo un Circolo. Università è tutte e tre le cose assieme ed è, soprattutto, laboratorio di discussione e creazione di nuove idee. Le nuove idee nascono dalla discussione e dall'interazione intellettuale libera. La costrizione dell'Università in un sistema di algoritmi aziendali oltre a non poter portare ad alcuna valutazione assoluta, ma sempre adattata, proprio per la natura stessa del sapere Universitario, conduce a minare il libero scambio intellettuale all'interno dell'Università. E conseguentemente mina alle fondamenta il concetto stesso di sapere universitario, trasformando l'università in un sistema aziendale che non è. Le analisi riferite nell'articolo possono essere giuste e corrette, ma sono avulse dal chiedersi se sono utili a sviluppare il sapere universitario come sopra definito. Sono utili in quest'ottica a stimolare la libera circolazione di idee all'interno dell'Università e quindi a dare a questa quell'essenziale valore all'interno della Società come fucina di idee e di laureati preparati in prospettiva futura ? Oppure vogliamo, appunto, un sistema aziendalistico che prepari degli ottimi laureati per le aziende del presente ?
  5. Ezio Pacchiardo Rispondi
    Il tema della ricerca non può essere disgiunto da un modello di sviluppo che si può identificare in una struttura così composta: 1 - cosa ricercare, ovvero chi promuove l'idea della ricerca da condurre; 2 - chi è più qualificato o volenteroso per approfondire e condurre la ricerca; 3 - quanto è previsto essere il costo della ricerca, chi lo finanzia ed a quali condizioni di risultati conseguiti e di tempo speso; 4 - quale valore ha la ricerca e chi è disposto ad acquistarla pagandola al termine, oppure partecipare e condividerne la realizzazione ed i benefici di conseguenti progetti industriali. In tutto questo percorso non si deve trascurare di stabilire dei check point per valutare la validità di proseguire nel progetto e per deliberare la successiva quota di finanziamento, che è bene sia progressiva e condizionata ai risultati raggiunti. In sintesi una ricerca mirata ed efficace industrialmente.
  6. Alessandro Rispondi
    Non ci siamo, è la stessa ricetta iper-liberista di Tremonti-Gelmini, tanto amata anche dal renzismo, che tanto ha scassato il sistema universitario. Ricordiamoci l'IIT. Gli economisti mi sembrano sempre avulsi dalle altre realtà, non solo le scienze dure, molto più esatte dell'Economia, come Chimica, Fisica, Matematica, Ingegneria, ma anche tutte quelle di area biomedica, senza dimenticare gli ambiti umanistici. Tutte realtà dove mancano gli strumenti di base!!! Come fai a competere col resto del mondo se non ci menti gli strumenti? Risultato1: sopravvive il più scaltro, che, superato il dettato costituzionale, rende la ricerca (e la didattica) libera solo perché si riesce a far finanziare da fuori le proprie attività, sia con bandi regionali/nazionali/europei che con privati, dreagliando dalla ricerca di base, ma sfruttando anche la forza dei territori. I fondi dello Stato NON BASTANO! Altro che pioggia non premiale! Attenzione al deserto industriale e culturale che la concentrazione produrrebbe. Risultato2: quelli che rimangono lo fanno perché cresciuti in una culla già lanciata e che ora drena risorse ai più deboli (non di intelletto o capacità), non per la loro indipendenza o eccezionalità. Solo quando lo Stato garantirà a tutti gli strumenti indispensabili per una libera ricerca guidata dalla curiosità, capace di confrontarsi con il mondo, allora si potrà ragionare su indici e premialità del singolo, per il suo contributo allo sviluppo dello specifico filone.
  7. PAOLO BARBIERI Rispondi
    E se, per cominciare, si incentivassero i singoli ricercatori a spostarsi? Incentivi individuali (ad es. possibilità di portarsi appresso il proprio "finanziamento" in POE) sarebbero forse meno politicamente problematici ma alla lunga favorirebbero una 'naturale' concentrazione di chi fa ricerca in certi dipartimenti. SE i dipartimenti di "origine" (quelli da cui si va via) fossero penalizzati se perdono ricercatori e quelli di "Destinazione" fossero invece premiati... alla lunga avremmo (pochi) centri numerosi che fanno ricerca ben fatta e (giocoforza) centri dove si fa (solo/prevalentemente) teaching. Il costo dell'operazione si scaricherebbe sui singoli (mobilità) ma almeno qualcosa si smuoverebbe.
  8. Piero Torelli Rispondi
    Salve, vorrei portare all’attenzione degli autori la tematica delle infrastrutture di ricerca che purtroppo quando si parla di qualità delle ricerca del sistema paese e’ spesso assente. Personalmente lavoro in uno di questi centri ed ho potuto toccare con mano come dal 2008 ad oggi molti gruppi universitari abbiano mancato la possibilità di sfruttare queste installazioni, disperdendo importanti capitali di competenze e di risorse, nel cercare di mantenere in vita laboratori “fuori mercato” nelle mutate condizioni economiche. Curiosamente il motivo di questa occasione persa ha spesso origini “culturali” in particolare nei meccanismi di promozione dei dipartimenti universitari che tendono a premiare il lavoro “locale” anche se non di altissimo livello. Come giustamente menzionato dagli autori il next generation eu sarebbe l’occasione per rivitalizzare il nostro sistema ricerca e sarebbe grave se anche questa volta si perdesse l’occasione di sfruttare appieno l’occasione rappresentata dalle infrastutture (in particolare come giustamente sottolineato dagli autori nel campo delle scienze dure dove l’investimento in strumentazione ha costi importanti). Siccome come dicevo un freno allo sviluppo di queste attività (con mutuo danno delle infrastrutture e delle università) ha, in primis, origini culturali mi piacerebbe che chi come gli autori ha un impatto sul dibatto pubblico inserisse anche questa tematica nella discussione sul futuro della ricerca in Italia. Piero Torelli (CNR)
  9. Daniel Remondini Rispondi
    Il problema mi sembra a monte: i fondi sono cosí pochi nel totale che anche la quota premiale non produrrebbe alcun effetto significativo. I finanziamenti ai singoli professori in UK di provenienza nazionale (forse solo nelle universitá piú prestigiose) differiscono almeno di un fattore 10 rispetto ai nostri (credo anche di piú).
  10. Max Rispondi
    Articolo interessante. Sui risultati, a parte i fattori correttivi previsti sulla quota premiale in modo che non generi troppa disuguaglianza (che credo influenzino non poco il risultato finale in termini di Gini), sollevo un ulteriore spunto di riflessione. Eccezion fatta per i Dipartimenti di Eccellenza non mi risulta che ci sia nessun meccanismo che leghi il contributo di un dipartimento al risultato finale in termini di VQR e quindi di quota premiale ai fondi che riceve dall'Ateneo. Al contrario molti atenei credo distribuiscano in maniera più o meno equilibrata la quota premiale ai dipartimenti in base ad algoritmi che spesso premiamo la numerosità delle teste (dopo tutto i voti contano uno e non pesano per dove pubblichi). Per cui non solo tutti gli Atenei ricevono più o meno lo stesso, ma anche i dipartimenti dentro gli Atenei ricevono più o meno lo stesso. Non si vede allora come questo possa motivare o contribuire alla qualità della ricerca. Problema maggiore in Atenei dove vi sono Facoltà molto diverse (Umanistiche, Scienze dure, Scienze Sociali, ecc. ecc.) o dipartimenti di qualità molto diversa, per cui spesso c'e' in pratica cross-subsidization.
  11. Leonardo Tagliente Rispondi
    Interessante l'approccio e le evidenze emerse. Forse spunto per un'ampliamento dello studio su una base geograficamente più ampia e maggiormente rappresentativa di esperienze diverse. Forse l'approccio premiale sarebbe più opportuno indirizzarlo non solo verso le università aventi un livello "stock" di qualità elevato, ma anche a quelle che registrano in un determinato periodo di tempo un'evoluzione del proprio livello di qualità della ricerca. In questo modo si incentiverebbero le università meno "virtuose" ad impegnarsi maggiormente nel miglioramento del livello di performance della propria ricerca, motivando i docenti a restare in quelle università e consentendo loro di beneficiare di risorse aggiuntive per consolidare un metodo potenzialmente valido ma scarsamente prolifico a causa della mancanza di risorse.
  12. Roby T Rispondi
    Mi sembra un'analisi che non evidenzia l'elefante nella stanza. La quota di finanziamenti ricavata dalle rette universitarie è molto più alta in Inghilterra (e sanno tutti benissimo che frequentare l'università in UK è molto più costoso che in Italia). A causa di questa differenza, gli atenei italiani dispongono della metà delle risorse per docente, nonostante i finanziamenti pubblici alla ricerca siano quantitativamente identici nei due paesi. In questo contesto, i "finanziamenti alla ricerca" in Italia servono anche a supplire ad una cronica mancanza di risorse, e per questo sono distribuiti più a pioggia, altrimenti senza accesso a queste risorse gli atenei minori avrebbero serie difficoltà nel far quadrare i conti e continuare a funzionare. Detto per inciso, in questo contesto la proposta di "taglio delle rette universitarie" caldeggiata a fasi alterne da certa sinistra, senza mai spiegare da dove si prenderebbero le risorse addizionali per finanziare l'università, sembra decisamente fuori luogo.
  13. Savino Rispondi
    I nostri talenti giovani non riescono neanche a fare gli spazzini in Italia, nè inseriti all'Università, nè nella P.A. Il virus ci ha fatto notare quante cantonate prendono i seniores che escludono i nostri giovani nel momento in cui c'è da prendere decisioni, laddove incompetenza e disorganizzazione la fanno da padroni.