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Next Generation, chi ci guadagna e chi ci perde

L’Italia sarà l’unico contribuente netto del bilancio Ue a diventare beneficiario netto delle sovvenzioni. Ma in cambio i paesi cosiddetti “frugali” ottengono degli sconti di bilancio. Ora la palla passa agli organi preposti a valutare i piani di spesa nazionali.

Dopo giorni di accese discussioni, il Consiglio europeo ha raggiunto l’accordo su un pacchetto da 750 miliardi di euro (Next Generation Eu) per sostenere la ripresa post Covid-19. Si tratta di un evento storico e importante per l’integrazione europea, ma la strada è ancora lunga. Le dimensioni del pacchetto restano invariate rispetto alla proposta originale della Commissione, ma la componente delle sovvenzioni è ridotta da 500 a 390 miliardi di euro, mentre i prestiti aumentano da 250 a 360 miliardi.

Nel complesso, i tagli alle sovvenzioni si sono concentrati su quei programmi (come Horizon Europe, o InvestEu) che sarebbero stati gestiti a livello centrale e avrebbero finanziato beni pubblici a livello genuinamente europeo. Visto che Next Generation sarà finanziato con emissioni comuni di debito, sarebbe stato un importante segnale se una parte di queste emissioni fossero state destinate a finanziare programmi Ue con un orizzonte di lungo termine. Questo avrebbe inoltre potuto facilitare la transizione da questa iniziativa – che per ora è presentata come temporanea – a un sistema di emissioni comuni Ue permanenti.

Chi guadagna e chi perde

Italia e Spagna saranno i principali beneficiari delle sovvenzioni, ricevendo rispettivamente 80 e 78 miliardi. Per calcolare il trasferimento fiscale netto, assumiamo che ciascun paese sia tenuto a rimborsare in base alla propria quota nel bilancio dell’Ue. Si tratta di un’ipotesi conservativa, perché il rimborso finale dipenderà soprattutto dal raggiungimento o meno di un accordo sull’aumento delle risorse proprie dell’Ue, che ridurrebbe il contributo nazionale. Inoltre, l’allocazione di 30 per cento delle sovvenzioni sarà rivalutata nel 2022 sulla base della perdita in termini di Pil reale osservata nel corso del biennio 2020-21, che potrebbe ulteriormente beneficiare i paesi più colpiti dalla pandemia e con lockdown più restrittivi.

Il grado di solidarietà fiscale implicito nel pacchetto Next Generation Eu è esemplificato dalla posizione dell’Italia. Il nostro paese ha infatti diritto a circa 80 miliardi di sovvenzioni ma – nella nostra ipotesi conservativa – dovrà contribuire in base alla sua quota del bilancio Ue solo 50 miliardi, ottenendo quindi un trasferimento netto di sussidi di circa 30 miliardi. Per mettere le cifre in prospettiva, è come se ci venissero restituiti circa 7 anni di contributi netti versati nel bilancio dell’Ue. Inoltre, l’Italia è l’unico paese contribuente netto del bilancio europeo ad essere un beneficiario netto delle sovvenzioni di Next Generation Eu.

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A fare da contraltare, tuttavia, c’è l’aumento degli sconti di bilancio per Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia, mentre lo sconto tedesco è rimasto invariato. Nel prossimo ciclo di bilancio, gli sconti ammonteranno in totale a 53 miliardi. In passato Francia, Italia e Spagna hanno coperto rispettivamente il 30, 22 e 15 per cento degli sconti. Se le cose rimanessero invariate, Italia e Spagna potrebbero doversi fare carico rispettivamente di 11 e 8 miliardi, il che ridurrebbe l’effettivo trasferimento netto. Più in generale, il compromesso sugli sconti conferma un aspetto problematico delle negoziazioni di bilancio pluriennale, che risale a molto prima di questo ciclo di bilancio.

Chi eroga i fondi e come

Per ottenere i fondi i paesi dovranno presentare piani di spesa nazionali che verranno valutati dalla Commissione e approvati dal Consiglio a maggioranza qualificata, che richiede 15 paesi rappresentanti almeno il 65 per cento della popolazione. Si dovrà finalmente iniziare a prestare attenzione alle Country specific recommendations (Csr) della Commissione, che finora sono state in gran parte ignorate. Queste infatti costituiranno il riferimento per la valutazione dei piani di spesa nazionali, con particolare attenzione a riforme che migliorino il potenziale di crescita, occupazione e resilienza economica e sociale.

La governance dell’erogazione dei fondi è stata una delle questioni più spinose e difficili nelle negoziazioni dell’accordo. La proposta iniziale della Commissione prevedeva un processo molto snello che avrebbe assegnato il ruolo centrale alla Commissione stessa. Nel compromesso finale, la Commissione produrrà una valutazione del “soddisfacente raggiungimento degli obiettivi” del piano nazionale, ma il Comitato economico e finanziario (l’organo di tecnici dei ministeri delle Finanza nazionali) sarà consultato. Ci sarà la facoltà per uno o più membri di chiedere che la valutazione della Commissione sia discussa anche dal Consiglio. Questo “freno di emergenza” è stato introdotto per colmare il divario tra la proposta iniziale e la richiesta olandese di un veto. Il freno potrà rallentare l’erogazione fino a 3 mesi, ma non bloccarla del tutto perché alla fine prevarrà comunque la valutazione della Commissione.

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Nel complesso, l’accordo è simbolicamente un passo enorme per l’Ue perché finalmente supera due tabù storici dell’integrazione europea: l’opposizione all’emissione comune di debito Ue in quantità significativa e l’opposizione a trasferimenti fiscali espliciti tra paesi (anche se temporanei). Crea inoltre un contraltare politico all’azione massiccia della Bce e pone le basi per una discussione sull’aumento delle risorse proprie dell’Ue. Questo sarà l’inizio di una serie di negoziati molto difficili nei prossimi mesi, in cui sarà fondamentale per Francia e Germania preservare l’allineamento di vedute e l’ambizione che hanno dimostrato a maggio, quando hanno dato il via a questa rivoluzione. Se lo faranno, da qui a qualche anno probabilmente ricorderemo il 2020 come un annus mirabilis per l’integrazione europea.

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  1. Henri Schmit

    L’articolo fornisce una sintesi precisa evitando la routinaria retorica falsamente europeista dei governi incapaci (più solidarietà, più debiti, meno burocrazia UE, meno egoismi nazionali). Il calcolo del beneficio netto per paese dovrebbe tener conto del vantaggio temporale: i trasferimenti NGEU (80) sono immediati (3-4 anni), mentre la partecipazione al rimborso (50) sarà fra il 2028 e il 2058. L’autrice sembra avallare la contrapposizione illusoria fra risorse proprie e contributi degli stati che sono esattamente la stessa cosa. Praticamente tutte le risorse proprie sono contributi degli stati prelevati sui loro contribuenti. Non solo i contributi calcolati sul GNI (più delle metà delle risorse), ma anche la quota IVA (tassa uniforme regolamentata dall’UE, a parte le aliquote e i regimi di incasso; 12% delle risorse; ridotta a un misero 0,3%) e addirittura i dazi (15% delle risorse) perché sono prelevati nei paesi dove avviene l’importazione (il porto di Rotterdam), i quali trattengono una quota aumentata al 25%. La stessa considerazione varrà per future tasse, plastic tax (1.1.2021), web tax e financial transaction tax. L’unica risorsa non propria è il debito obbligazionario (750) che sarà emesso dal 2021 al 2024. Gli sconti, una correzione dell’effetto ridistributivo delle politiche europee, sono raddoppiati rispetto al periodo precedente. Si tratta di un errore colossale della trattativa italiana improntata sul “senza condizioni” e non sugli interessi reali del paese.

    • Piero

      Prossima crisi finanziaria partirà da settore bancario europeo e sarà sistemica. Nulla di paragonabile a 2010/11 e 2015/16. Bce monetizzerà “a forza di panico” non solo debiti publ nazionali e corporate bond ma pure questo embrione di Eurobond mascherato dal Covid. La monetizzazione è e sarà mondiale di un deb aggregato publ + priv ormai al 350% del Gdp ed è quasi raddoppiato rispetto agli anni 90: è materialmente irrimborsabile. Tutti sti calcoli sui rimborsi grants/debt o su Iva e Dazi di Rotterdam verranno spazzati via come neve nel Shara. È normale che un salto di paradigma di questa portata oggi sia considerato impossibile o pura follia. Ma questo ê ciò che avverrà.

      • Henri Schmit

        Non so quanto sia probabile questo scenario catastrofico. In ogni caso l’ipotesi merita attenzione. Le certezze sono 1. che il debito complessivo è altissimo e che tutti fanno fatica a trovare un equilibrio sostenibile fra da un lato la gestione e la riduzione del debito e dall’altro gli investimenti, la crescita, l’occupazione e i serivzi sociali, e 2. che l’Italia è messa peggio di tutti non tanto perché ha il debito più alto, ma perché da almeno 25 anni continua a mostrarsi incapace di concepire e di implementare politiche economiche e finanziarie costanti coerenti con gli obiettivi sub 1. A più forte ragione bisognerebbe finalmente accettare le raccomandazioni della Commissione (e dell’OCSE e del FMI) in materia fiscale, invece di insistere sul falso sovranismo dei demagoghi che crescono sopratutto nei paesi debitori che stanno scavando la fossa dei loro figli e nipoti.

  2. Roberto

    Ho qualche quesito sull’articolo. I valori della figura 1 sono annuali? Il contributo di 50 miliardi che l’Italia dovrà dare per il Next Generation Eu è suddiviso in rate annuali fino al 2027? Infine chiedo all’autrice un commento su quali cambiamenti potrà apportare il parlamento europeo sul bilancio e in caso di modifiche se ci dovrà essere una nuova approvazione da parte del consiglio europeo. Ringrazio in anticipo per le risposte.

    • Henri Schmit

      Non rispondo per l’autrice, ma aggiungo due osservazioni. Il Parlamento europeo e tutti i parlamenti nazionali devono approvare, a meno che gli ultimi abbiano dato carta bianca al loro governo, una cosa che succede di solito solo in Ungheria e in Polonia…. Se un paese sperasse di trarre qualche vantaggio ponendo condizioni, sarebbe un grave colpo all’intero Accordo, ma una salutarla lezione di democrazia per l’UE. Il grafico illustra una posizione netta zoppa perché non può tenere conto dello sfasamento temporale. Questa parte dell’Accordo è un immenso vantaggio per l’Italia. Gli svantaggi pesanti fanno parte di un altro registro, astutamente taciuto (dai politici). Manca una discussione seria, manca la trasparenza di fronte all’opinione pubblica. La colpa non è solo dei politici!

  3. Henri Schmit

    La governance dell’approvazione dei piani nazionali d’investimento e dell’erogazione progressiva dei fondi (art. 19 dell’accordo ancora da ratificare) è ben descritta nell’articolo. Conviene insistervi perché finora si rivendicava l’assenza di condizioni. 1. I singoli piani d’investimento devono essere in linea a. con le condizioni del Recovery fund (NGEU), contribuire allo sviluppo digitale e ecologico, b. con il piano nazionale annuale di riforme (PNR) e c. con le raccomandazioni della Commissione per far convergere le politiche economiche e fiscali per sostenere crescita, occupazione ed equilibrio sociale. 1.1. La Commissione valuta la conformità 1.2. ma l’approvazione SPETTA AL CONSIGLIO che decide a MAGGIORANZA QUALIFICATA. 2. Poi parte l’investimento con la prima erogazione. Le successive erogazioni richieste dallo Stato beneficiario dipendono da una valutazione concreta del rispetto degli obiettivi intermedi, simili agli stati di avanzamento dei lavori di un cantiere che devono essere conformi al capitolato. La Commissione chiede 2.1 il parere del Comitato economico e finanziario (i ministri delle finanze) che si esprime ALL’UNANIMITÀ. 2.2. La Commissione infine autorizza l’erogazione. 2.3. Se uno stato membro dissente, può rinviare la questione al 2.4. prossimo Consiglio il quale si esprime entro tre mesi dall’inizio dell’intera procedura (la richiesta di parere al Comitato Ecofin). Dopo la delibera del Consiglio, 2.5. è la Commissione che prende la decisione finale.

  4. Firmin Garzon

    Non capisco e non mi adeguo. I frugali hanno ottenuto una trentina di miliardi di rebates perpetui che, ai loro tassi, forniscono risorse per remunerare prestiti attorno ai 3000 miliardi. Se anche noi avessimo ottenuto solo un paio di miliardi di sconti li avremmo potuti impiegare per emettere titoli a lungo termine per almeno 40 miliardi ad un tasso da usura del 5%, senza condizioni e senza troppe trattative. Invece, secondo i conti del UPB avremo un beneficio netto inferire ai 50 mld. Capisco il valore simbolico di un debito comune europeo…ma pagarlo 3000 miliardi mi sembra troppo.

    • Henri Schmit

      Condividi questa critica che vale 1. per l’accordo (fino all’inizio dell’anno sembrava assodato che dopo la Brexit non ci sarebbero più régates), 2. per la trattativa italiana (che demagogicamente preferisce insistere sull’importo dei trasferimenti e sull’assenza di condizioni), 3. per la stampa e gli analisti italiani, ivi inclusa l’autrice dell’articolo non degna di risponde a nessuna delle osservazioni fatte nei commenti). L’importo complessivo dei rebates passa, secondo i miei calcoli, da € 3,5 miliardi l’anno a € 8 miliardi, quindi da € 25 miliardi in 7 anni a 56, più un paio di miliardi one shot per alcuni paesi fra cui spicca la Repubblica Ceca. La partecipazione dell’Italia (prima dei rebattes) al bilancio essendo di un ottavo, gli sconti costano al paese € 1 miliardo l’anno, 7 per il periodo settennale. I rebates sono l’espressione del peggior mercanteggiare e testimoniano dell’incapacità dell’UE di definire politiche razionali, valide per tutti e della scarsa attenzione del governo italiano (e degli esperti e opinionisti) per gli interessi veri del paese.

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