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Senza industria non si cresce. E senza crescita niente lavoro

Il 2019 è finito male per l’economia, con Pil, industria e occupati in contrazione. La “verifica di governo”, se vuole servire a qualcosa oltre che alla sopravvivenza dell’esecutivo, deve mettere al centro come fare impresa e industria in Italia.

Senza industria niente crescita

Il 2019 si è chiuso con una doccia fredda di dati congiunturali. Il Pil del quarto trimestre è sceso dello 0,3 per cento rispetto al trimestre precedente, con il dato per tutto il 2019 rispetto a tutto il 2018 che si attesta a un deludente +0,2 per cento. In questo rallentamento c’è qualcosa di importato: anche l’Eurozona fa segnare un +0,1 per cento, con la Francia inaspettatamente in contrazione e la Germania probabilmente vicina a zero (il dato tedesco sarà diffuso solo a metà febbraio), mentre a macinare punti di Pil rimane solo la Spagna (+0,5 per cento sul trimestre, +1,8 rispetto allo stesso mese del 2018).

Il calo del quarto trimestre arriva dopo qualche trimestre di crescita allo “zero virgola” dell’economia italiana che non riesce proprio a schiodarsi dallo zero. In più, anche i dati di dicembre del mercato del lavoro sono stati negativi, dopo alcuni mesi positivi. E la produzione industriale (per la quale l’importante dato di dicembre sarà diffuso solo il 10 febbraio) ha mostrato un’altalena di segni più e meno per tutto il 2019, dopo un 2018 in negativo. È dalla metà del 2018 che la produzione industriale mostra quasi sempre segni negativi rispetto ai dodici mesi precedenti.

Basta vedere qualche grafico relativo agli ultimi dieci anni per notare la stretta correlazione tra crescita del Pil e crescita della produzione industriale. Una correlazione presente in tutti i principali paesi europei (i quattro grandi dell’Eurozona e il Regno Unito) e negli Stati Uniti.

Figura 1

Figura 2

Figura 3

Figura 4

Figura 5

Figura 6

C’è poco da dire di fronte a un’evidenza che parla da sola. Malgrado viviamo in un mondo digitale, in cui il grosso del Pil e dei posti di lavoro nasce nei servizi, senza industria non si cresce. Industria e Pil vanno ancora mano nella mano, con una parziale eccezione per il Regno Unito, dove finanza e immobiliare hanno un peso inusuale.

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Senza crescita niente lavoro

Parlando di crescita c’è un’altra serie di dati che può tornare utile nel ragionare sul da farsi. I grafici degli ultimi dieci anni su Pil e disoccupazione indicano che la correlazione tra andamento del Pil e andamento della disoccupazione rimane molto stretta. Senza crescita, la disoccupazione non cala in modo sistematico. Nemmeno il più brillante e umano dei decreti legge può creare lavoro se manca il Pil. Come si vede nei grafici, la relazione vale in tutti i grandi paesi avanzati, non solo in Italia. Ma vale anche in Italia.

Figura 7

Figura 8

Figura 9

Figura 10

Figura 11

Figura 12

I brutti dati di fine 2019 su Pil, industria e lavoro hanno però almeno una buona caratteristica: fissano bene i potenziali argomenti di una eventuale verifica di governo che non sia orientata solo alla sopravvivenza dell’esecutivo (la qual cosa di per sé non mette soldi né posti di lavoro in tasca agli italiani), ma si chieda come far tornare l’economia a qualche durevole segno più.

Ragionare sulla crescita implica avere una buona risposta alla domanda: come si fa a indurre le imprese – italiane e non – a fare impresa e industria in Italia? La risposta è forse complicata, ma non può consistere solo nel riunire a Palazzo Chigi i sindacati per trovare una soluzione assistenziale ai casi Whirlpool, Alitalia ed ex-Ilva.

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  1. Cavolo, ho potuto dire l’inaudito:
    https://www.facebook.com/italiasera/videos/822975078118181/
    Perchè non mi da modo di poter smentire la fallacia che attribuisce all’Impresa la generazione della ricchezza?
    Mauro Artibani, l’economaio
    https://www.amazon.it/s/ref=nb_sb_ss_i_3_7?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&url=search-alias%3Daps&field-keywords=mauro+artibani&sprefix=mauro+a%2Caps%2C207&crid=E9J469DZF3RA

  2. Savino

    Già da molto prima della crisi di Lehman Brothers, e, forse, anche da prima dell’11 settembre, in economia non si ragiona più della produzione di beni materiali. In Italia abbiamo l’esempio di una città come Torino, che era al 100% una città industriale fino ad un quarto di secolo fa e che ha perso tutte le caratteristiche dei suoi momenti d’oro, vedendo, nella sostanza, fallito ogni tentativo di riqualificazione. Se non si producono beni materiali si perde tutta l’essenza strategica del settore secondario, si perdono tutte le abitudini urbane e quotidiane di chi deve affrontare un turno di lavoro (compreso alzarsi al mattino presto o lavorare di notte), si perde la consuetudine di una manovalanza qualificata e tutto ciò trasmette ulteriori cattivi messaggi ai giovani che hanno il diritto-dovere di imparare un mestiere. Lasciare la produzione per la finanza sta avendo delle conseguenze spalmate nel tempo. Ai Governi spetta un ruolo di rieducazione finanziaria dell’orientamento degli investimenti d’impresa, anche per il miglioramento, attraverso nuova occupazione, delle qualità di vita urbane e delle giovani generazioni.

  3. Nicola Maiolino

    Mi piacerebbe conoscere il pensiero del Prof Daveri sulle manovre possibili in questo quadro politico e con le risorse realmente disponibili

  4. serlio

    per prima cosa occorre combattere la mentalità antindustriale che aleggia in questo paese. Chi fa impresa non è uno sfruttatore dei lavori, un approfittatore e altre nefandezze a prescindere. Questo non giova al sistema paese, forse solo al massimalismo sindacale d’accatto o a chi ritiene che il denaro sia lo sterco del diavolo.
    Forse sarebbe ora di fare chiarezza sul ruolo “sociale” dell’impresa tanto decantato in costituzione; significa forse sostenere la occupazione sperperando il denaro del contribuente, come si fa da decenni con Alitalia oppure introdurre le necessarie, sia pure dolorose modifiche, per riequilibrare i conti, e magari farla ricrescere senza i privilegi lavorativi estorti da un sindacato ignobile a danni della collettività?
    Infine le imprese non sono mucche da mungere in continuazione, come accade in questo paese, deprivandole delle risorse necessarie alla competizione internazionale e aggravandole di vessazioni ignobili.
    E’ interessante che un sito tanto ideologicamente orientato si stia rendendo conto che senza imprese non ci sono più lavoratori ma solo disoccupati….Meglio tardi che mai, sperando che non sia già troppo tardi!

  5. Giacomo Gerani

    Nemmeno una parola su reverse causality, temporality e identification. Lei dice che senza industria il gdp non cresce, ma potrebbe essere l’opposto es. il GDP potrebbe crescere per via del settore servizi, e la gente consuma piu’ cose fatte dall’industria. Identico discorso per la disoccupazione. Nell’articolo si dice che senza GDP non cresce l’occupazione… ma non e’ l’opposto? Ossia unemployment e’ X e gdp e’ Y. Per chiarire, credo che sull’industria la posizione sia corretta, mentre sull’occupazione sbagliata, ma la mancanza di discussione di questa cosa lascia un elefante nella stanza.

    Per finire, la domanda finale e’ leading question; sicuramente una domanda valida, ma non l’unica da porsi. Non solo le imprese, ma anche investimenti e spesa pubblica potrebbero aumentare il GDP.

    Mentre concordo che non sia appropriato o necessario dilungarsi in questioni metodologiche o scrivere articoli accademici online, credo che il dettaglio e discussione dell’articolo sono cosi’ limitati che leggendolo perde credibilita’ e lascia perplessi.

    • Francesco Daveri

      grazie dell’attenzione e della perplessità che è comunque segno di attenzione. come scrive in un breve articolo non si può discutere in modo tecnico delle cose di cui parla. ma ciò che ho scritto incorpora quello che si sa (o che io so) sull’evidenza statistica al riguardo.

      in particolare ci sono molti articoli (tornando indietro fino a Okun negli anni sessanta) che indicano come la disoccupazione sia un indicatore che arriva un trimestre o due dopo il Pil. quindi socialmente la disoccupazione viene prima, ma dal punto di vista della correlazione statistica viene (temporalmente) dopo. La ragione è che le aziende fanno labor hoarding in recessione e nelle riprese ci pensano un po’ prima di assumere perché magari stanno assorbendo la cassa integrazione o il calodelle ore lavorate medie tipico delle recessioni.

      per quanto riguarda la produzione industriale la correlazione che si vede nei dati è invece simultanea. una cosa che si può inferire è che se il Pil passasse attraverso i servizi e POI attraverso la produzione industriale, la produzione industriale sarebbe un indicatore ritardato. Il che non è (dato che la correlazione è simultanea). Distribuendo redditi in giro (attraverso una politica di bilancio espansiva a cui lei allude) potremmo far salire i consumi ma, se non si coltiva la competitività in parallelo, salirebbero le importazioni più che la produzione industriale.

  6. Luigi

    In Spagna non c’è un governo non so da quando. Senza parlare della Catalogna sul piede di guerra contro Madrid. Non credo che da quelle parti la crescita dipenda dal…governo. Nè credo che il governo debba occuparsi di…industria. Continuavamo a portarci dietro questo “mito”. L’ultima volta che il governo si è seriamente occupato di industria è stato ai tempi dei tavoli di concertazione:,ne paghiamo ancora oggi le conseguenze. Bassi salari e ritardi enormi nella modernizzazione nel 60% dell’industria italiana. Lo Stato, qualsiasi sia il governo, faccia funzionare la scuola, la formazione, l’università, la sanità, i trasporti, snellisca la burocrazia e il fisco. Faccia le infrastrutture materiali e immateriali e si occupi dei ponti. Sono già questi impegni gravosissimi e importantissimi per la crescita, di cui solo lo Stato puó farsi carico in una società come la nostra. Ma lasci stare l’industria. E soprattutto gli aiuti a industrie decotte. Per amor di Dio.

  7. Michele

    Prof Daveri, è da più di 10 anni che nessun governo italiano riesce ad invertire la tendenza al declino di questo paese. Alle imprese è stato dato moltissimo: flessibilità del lavoro, privatizzazioni, riduzione delle imposte sul reddito, tassazione da paradiso fiscale su capital gain (pex e rivalutazioni), miliardi di incentivi (vedi jobact etc). I risultati sono miserrimi: investimenti privati ancora del 20% sotto il livello del 2007, GDP sotto del 5% vs 2007, salari tra i più bassi d’Europa, produttività stagnante, aziende privatizzate che hanno dovuto essere salvate dallo stato.

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