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  1. Davide Rispondi
    Plaudo alle conferme europee sull'inapplicabilità di un limite di 36 mesi di indennizzo in caso di licenziamento illegittimo, che rendeva troppo "contabile" la "fase" di licenziamento e, di conseguenza (…), anche quella di assunzione, per le quali, invece, sarebbe opportuno spingere per un più equilibrato mix di "amministrazione" e "gestione". Il laissez faire degli ultimi 30 anni, se da un lato ha depauperato di diritti e di reddito la forza lavoro, dall'altro così facendo ha orientato il modus operandi delle imprese, contribuendo a fiacchirne l'Imprenditorialità — senza contare che tale "abbassamento dell'asticella" ha favorito la nascita di troppi nuovi soggetti, sempre più giustificati ed incentivati ad un approccio "mordi e fuggi", anziché moderare il noto "nanismo" italiano. Aziende e lavoratori italiani, salvo al momento di pagare le tasse, sono un po' degli orfani di uno Stato che, permettendosi di non essere all'altezza di poter, se non guidare, quantomeno suggerire ed agevolare delle vie praticabili, lascia le une e gli altri ad arrangiarsi come possono, quindi contemplando pure "atteggiamenti devianti" (lavoro nero, evasione, etc.), e con il risultato di un generale abbassamento della qualità (produttività) di entrambi. Per fortuna certe sue negligenze vengono corrette ad un livello più alto (UE), cui fortunatamente apparteniamo; la speranza è che, volenti o nolenti, si ritorni ad "alzare l'asticella"…
  2. Henri Schmit Rispondi
    Ottimo riassunto dello stato di diritto e di fatto in cui ci troviamo. Giusta la critica della deprecabile volatilità normativa anche in questa materia (l’avevo contestato tempo fa per ragioni polemiche quindi sbagliate). Personalmente penso che (1) la discrezionalità dei giudici in materia di licenziamento individuale sia (logicamente) inevitabile, quindi incontestabile, ma (2) che bisogna andare sulle barricate per salvare i principi del Jobs act in materia di licenziamento collettivo. Speriamo che le più alte giurisdizioni nazionali ed europee non s’inventino nuovi diritti dannosi alla società e all’efficienza aziendale. Una delle colpe o errori politici maggiori del PD e della sinistra è quella di non avere una linea chiara sul Jobs act e sull’art. 18. L’altra ambiguità colpevole riguarda l’immigrazione.
  3. Michele Rispondi
    La progressiva precarizzazione del lavoro iniziata negli anni 90 non ha mantenuto le promesse (meglio le false illusioni) con cui era stata propinata agli italiani. La produttività è stagnante, la crescita è la peggiore dell’europa, gli investimenti privati sono del 20% sotto rispetto al 2007. Occorre invertire la rotta e tornare decisamente a maggiori tutele dei lavoratori.
  4. Savino Rispondi
    I dati effettivi erano già quelli degli ultimi tempi anche quando ne spacciavano interpretazioni diverse. Ci sono ancora lavoratori con un inspiegabile eccesso di protezione e , d'altro canto, ci sono altri lavoratori che non hanno nulla. Così, quando piove c'è chi ha 4-5 ombrelli e chi non è ha nemmeno mezzo. La flessibilità può funzionare solo se è a 360 gradi e per tutta la platea dei lavoratori attivi. Invece, ci sono situazioni dove l'ammortizzatore sociale è più un favore all'azienda, altre in cui è un piacere al lavoratore alternare periodi di lavoro e di NASPI, altre in cui l'ammortizzatore si lega a nuove acquisizioni e nuovi piani industriali, per non parlare di tutto il guazzabuglio del reddito di cittadinanza, delle fasi di recepimento ed inserimento e di un'eventuale sua destinazione in favore di imprese che assumono. Oltre a razionalizzare gli istituti ci vuole nel Paese una cultura del lavoro flessibile, che è il contrario di un popolo che alle ultime elezioni politiche ha votato in massa per una forza che ha espresso l'assistenzialismo del reddito di cittadinanza, l'odio per le imprese del decreto dignità e che pretendeva la chiusura domenicale delle attività commerciali.