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A cosa serve un governo ora

Un nuovo governo in carica potrebbe predisporre una legge di bilancio nei tempi prescritti dalle regole Ue. Potrebbe valutare se disattivare gli aumenti Iva preventivati e ridurre l’incertezza nel mezzo di un periodo di instabilità internazionale.

Dopo l’estate senza un governo

Dopo un’estate come di consueto ricca di titoli, ma scarna di eventi politici veri e propri, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dato le dimissioni il 20 agosto in Senato. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha avviato le procedure di verifica della presenza in Parlamento di una maggioranza alternativa a quella gialloverde Lega-M5s, che ha governato il paese dal giugno 2018, attraverso la consultazione dei gruppi parlamentari che porterà al conferimento dell’incarico al premier designato o a un esploratore. Il M5s e il Partito democratico – fino a prima dell’estate rispettivamente al governo e all’opposizione – stanno verificando se i loro programmi contengono sufficienti elementi di convergenza da consentire la formazione di un nuovo governo. Una possibilità alternativa a un governo giallorosso è una riedizione del governo Lega-M5s, un rimpasto privo di Conte (“è Conte che ha diviso me e Luigi”, ha detto Matteo Salvini) oppure le elezioni anticipate. Ognuna di queste alternative – come discute Paolo Balduzzi – è una legittima soluzione della attuale crisi politica.

Governo e legge di bilancio nel rispetto delle regole Ue

Al netto delle convulsioni della politica italiana – così difficili da interpretare da chi ci guarda da fuori e anche dalla maggioranza degli italiani – ci sono le sfide autunnali che l’economia italiana ha di fronte, su alcune delle quali ha fatto il punto anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria in un’intervista a Federico Fubini per il Corriere della Sera. La sfida economica numero uno riguarda la predisposizione del disegno di legge di bilancio per il 2020, un documento da approvare in forma definitiva entro il dicembre di quest’anno, ma che – in ossequio alle regole europee di sorveglianza macroeconomica – dovrà essere sottoposto alla Commissione europea in versione provvisoria entro il 15 ottobre. Tale disegno incorporerà le stime riviste sulla crescita economica 2019 e 2020 e le misure legislative adottate nei mesi successivi al Documento di economia e finanza di aprile. Si tratta essenzialmente delle misure contenute nel decreto crescita e nella manovra correttiva di fine giugno che ha consentito all’Italia di evitare la procedura di infrazione per disavanzo eccessivo. Un governo già in carica nel mese di settembre – il rimpasto più volte evocato negli scorsi quindici mesi – può lavorare per predisporre il disegno di legge più o meno in tempo utile. Invece, un esecutivo che nasca da elezioni anticipate non lo potrebbe fare: il voto non potrebbe svolgersi prima della fine di ottobre e il governo nominato successivamente non avrebbe quindi modo di predisporre nemmeno una versione provvisoria della legge di bilancio per la metà di ottobre e forse – in caso di esito non decisivo delle elezioni – neanche per la fine dell’anno. Ricordiamo che nel 2018 ci vollero due mesi e mezzo per formare una maggioranza, peraltro eterogenea.

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Per seguire le regole rispettate anche dagli altri paesi europei un modo ci sarebbe: bisognerebbe fare come nell’aprile 2018 quando il governo Gentiloni dimissionario spedì a Bruxelles un Def (Documento di economia e finanza) solo tendenziale, di ordinaria amministrazione che incorporava cioè solo le previsioni sull’andamento di entrate e uscite dello Stato inclusive delle ultime informazioni sul ciclo economico (grosso modo: se il Pil va meglio del previsto, aumentano le entrate dello stato e diminuiscono le uscite, e viceversa se il Pil va peggio di quanto preventivato) e sulla legislazione vigente, lasciando fuori quello che i governi normalmente aggiungono all’ordinaria amministrazione, cioè le loro intenzioni e decisioni discrezionali (il cosiddetto “quadro programmatico”). Anche stavolta si potrebbe fare così, ma con una differenza. In questo caso, l’invio del documento “di ordinaria amministrazione” avrebbe luogo nel mezzo di una campagna elettorale che – se fosse come quella del 2018 – sarebbe contraddistinta da un fiume di promesse elettorali impossibili da mantenere e infatti non mantenute dal governo gialloverde nei mesi successivi. I numeri del bilancio tendenziale inviati a Bruxelles sarebbero dunque poco informativi e non servirebbero a orientare le aspettative degli investitori così come quelle di famiglie e imprese, oltre che dell’Europa, in merito alla sostenibilità del debito pubblico italiano e alle intenzioni del futuro governo di rispettare le regole di bilancio europee e l’attuale collocazione dell’Italia nell’euro e nell’Unione Europea. Sarebbe un documento ufficiale che diventa carta straccia nel giro di poche settimane.

Il nodo dell’Iva e il contesto internazionale

Un governo in carica avrebbe invece la possibilità di formulare una legge di bilancio che superi la legislazione vigente in modo da evitare del tutto o in parte lo scatto degli aumenti di imposte indirette per 23,2 miliardi, già previsti dalla scorsa legge di bilancio. Come si capisce dall’intervista del ministro al Corriere, non sarebbe una passeggiata. Se infatti Tria può permettersi la frase ottimistica “consegniamo un’Italia con i conti abbastanza in ordine” è perché oggi i conti pubblici italiani sono calcolati incorporando l’aumento dell’Iva nel 2020 o la possibilità di far fronte al suo mancato aumento grazie a risorse alternative a cui il ministro allude nella sua intervista, ma la cui entità effettiva deve ancora essere precisata. Per ora si sa che i risparmi derivanti dal numero di adesioni inferiori al previsto a reddito di cittadinanza e quota 100 sono insufficienti allo scopo. Si sa che al ministero stanno pensando alla riduzione di deduzioni e detrazioni e ad altre misure di contenimento della spesa corrente. Tutti cantieri aperti, ma per ora nessun impegno specifico nelle parole del ministro. Un nuovo governo potrebbe dare indicazioni più precise.

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C’è poi da considerare che – con il venire al pettine dei nodi della Brexit e con il persistere della guerra dei dazi di Donald Trump contro il resto del mondo – arrivare in autunno con una manovra delineata sarebbe solo una buona idea per un paese come l’Italia il cui ministro dell’Economia deve rinnovare da qui alla fine dell’anno 156 miliardi di titoli pubblici in scadenza (61 miliardi di Bot, 71 di Btp, 12 di Cct, 12 di Ctz, in base ai dati Mef al 31 luglio 2019). Sul costo di emettere titoli pubblici a interessi che incorporano uno spread da rischio paese ha scritto, in più occasioni, sul nostro sito Maria Cannata.

In definitiva, un governo – giallorosso o gialloverde o di altri colori e sfumature – che dia certezze di orizzonte dopo quindici mesi in cui di fatto le persone non hanno saputo cosa aspettarsi dal futuro darebbe un contributo alla stabilità economica e finanziaria dell’Italia e anche al ritorno alla crescita, indipendentemente dal segno più o meno espansivo della manovra approvata. Abbiamo avuto il proliferare di promesse di minori tasse e le tasse sono salite, promesse di non fare scattare le clausole di salvaguardia, ma c’è sempre stata la domanda “ce la faranno?”. O ancora: “Alitalia sarà salvata oppure no?”, “l’Ilva chiuderà il 7 settembre oppure andrà avanti?”. Quello gialloverde è stato un esecutivo che si è trascinato dietro tutte queste domande irrisolte. Un nuovo governo – se capace di decidere – potrebbe di per sé dare già un grande contributo a ridurre l’incertezza che è sempre nemica delle decisioni che servono per crescere.

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  1. Henri Schmit

    L’unica alternativa ad elezioni anticipate (che non sono una soluzione, ma nuovi problemi) è un governo forte e capace, a prescindere dall’orientamento politico. Serve una maggioranza coesa che da 18 mesi manca, almeno su numerosi punti importanti. Che cosa possono e devono fare i due blocchi che ora trattano? Mettersi d’accordo su un elenco di punti che coprano il condiviso (che esiste e andrebbe evidenziato), il non rinviabile (il più difficile) e alcuni punti strategici per rilanciare davvero l’economia e che (com’è pure legittimo) permettano ai protagonisti di riposizionarsi positivamente davanti all’elettorato e di poter affrontare le prossime ineludibili elezioni con qualche speranza. Serve un primo ministro molto autorevole (l’opposto di quello attuale), terzo (non esistono governi tecnici), e un MEF d’impronta ‘keynesiana’ ma con un pédigrée indiscusso e in sintonia con la cultura che (per fortuna) domina a Bruxelles. È così difficile? Il problema dell’Italia è che altre questioni (pure legittime) di potere e poltrone prevalgono impunemente sull’indirizzo politico. Una causa di questo handicap che ho denunciato in tempi non sospetti facendomi vilmente attaccare su questo forum è la legge elettorale: liste bloccate, posti sicuri, potere non contenibile e i pluri-perdenti che non devono lasciare le poltrone. Il dramma è che la politica più sensata è promossa proprio dal principale responsabile di questo stato di fatto che con la sua cricca di nominati comanda davvero.

    • Savino

      Occorre evitare che si pronunci non il popolo in sè, ma la sua rabbia ed il suo odio cieco, che sono stati la radice populista del governo giallo-verde, da considerarsi come un fallimento del popolo, oltre che della politica. Serve, anzitutto, un popolo più acculturato, più informato, più dentro il dibattito pubblico e la lettura dei problemi sociali ed economici, che pretenda classi dirigenti più competenti e meno chiacchierone. Sotto l’aspetto tecnico, bisogna ritornare ai tentativi di riforma degli anni ’90, con il sistema maggioritario (selezione nei collegi) ed il bipolarismo che avevano semplificato il sistema politico ed avvicinato i cittadini.

  2. Quello che fa più specie (ma non è una novità) la nostra classe politica ancora una volta non si è dimostrata all’altezza del Paese. Cosa voglio dire: un Paese che fa parte del G7, meriterebbe indubbiamente dei politici di altra levatura e con competenze chiare e riconosciute. Sono anni che non riusciamo ad avere un governo stabile e tanto meno provvedimenti che siano in grado di far riemergere la nostra economia dalla stagnazione in cui è caduta. E che dire delle leggi prodotte: troppe e sempre più complicate senza che in molti casi trovino i decreti attuativi. Dal lato economico – visto che vi sarebbero tutte le condizioni – occorrerebbe uno shock per riequilibrare i fattori della produzione e dare un poco di ossigeno (fiducia) ai lavoratori (senza distinzione di sorta) ed in particolare alla classe media che da venti anni ad oggi è quella che di fatto ha subito di più.

  3. Paula Eka

    pretty good news, related to this matter might be read in the article https://www.unair.ac.id/site/article/read/2384/unair-and-oku-regency-government-establish-collaboration.html

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