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Educazione finanziaria: ci vuole una strategia nazionale*

Da anni si ripete che gli italiani sanno poco di finanza, con gravi conseguenze per i loro portafogli. Ora, l’avvio di una strategia nazionale per l’educazione finanziaria può essere un’occasione unica per colmare il divario con i paesi più virtuosi.

Tante iniziative frammentate

Da tempo, innumerevoli analisi ripropongono la fotografia di un popolo italiano poco avvezzo alle decisioni economiche, anche a causa dei bassi livelli di cultura finanziaria. Fino a qualche anno fa, le lacune non erano apparse poi così gravi. Un sistema previdenziale generoso, una buona capacità di risparmio legata a fonti di reddito stabili, l’abitudine a investire in titoli di stato e obbligazioni bancarie (percepiti come opportunità di investimento a rischio zero) contribuivano a rassicurare l’italiano medio fortemente ostile alle perdite. Il contesto è tuttavia radicalmente mutato e l’analfabetismo finanziario oggi può avere conseguenze significative sul tenore di vita individuale.
Eppure il tema ha finora stentato a trovare la giusta attenzione, con i politici forse convinti che si possa supplire con regole più stringenti, ad esempio, sull’informativa dei prodotti e sulle condotte degli intermediari.
L’educazione finanziaria è stata così delegata all’autonoma iniziativa di soggetti pubblici e privati, 206 per la precisione per il triennio 2012-2014 per 256 iniziative, secondo il censimento eseguito da Banca d’Italia, Consob, Covip e Ivass assieme a Fondazione per l’educazione finanziaria e al risparmio e al Museo per il risparmio. Come si legge nel Rapporto che lo accompagna, le iniziative, pur essendo talvolta molto valide nei contenuti, sono inevitabilmente frammentarie: in due terzi dei casi hanno coinvolto nel triennio meno di mille persone, le 10 mila persone sono state raggiunte solo in un caso su dieci. Molte si avvalgono del web, escludendo chi non vi può accedere. Arrivano nelle scuole solo se il dirigente scolastico o singoli docenti si attivano, perché l’educazione finanziaria non è una materia curricolare, mentre le iniziative per gli adulti sono poco strutturate perché scontano le difficoltà di coinvolgere i destinatari. Alcuni programmi hanno un contenuto formativo, mentre altri si limitano a distribuire materiale informativo. Quasi sempre manca una valutazione a posteriori dei risultati raggiunti, per cui è difficile dire se abbiano inciso sui comportamenti.

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Il cambio di passo

Occorre allora un cambio di passo. Anzitutto, si deve riconoscere che i costi dell’ignoranza finanziaria sono elevatissimi. Bisogna poi prendere atto che competenze finanziarie e strumenti di tutela del risparmiatore sono complementari: un’insufficienza delle prime indebolisce l’efficacia dei secondi. La semplificazione delle schede prodotto di alcuni strumenti finanziari, avviata in ambito europeo secondo un approccio che strizza l’occhio all’uomo “reale” della finanza comportamentale, è sì necessario, ma non sufficiente se i risparmiatori non comprendono gli indicatori di rischio riportati nei documenti informativi e non sanno perché e come tenerne conto prima di investire. Allo stesso modo, il rafforzamento della disciplina sulla consulenza finanziaria non può sopperire ai bassi livelli di conoscenze se sono solo i più informati ad avvalersene.
Infine, bisogna passare all’azione e, secondo quanto raccomandato dall’Ocse, avviare una vera e propria strategia nazionale di educazione finanziaria, con risorse finanziarie e umane adeguate.
Un passo in questa direzione è l’emendamento apportato in sede di conversione al decreto legge 23 dicembre 2016, n. 237 (“Disposizioni generali concernenti l’educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale”). Prevede che il ministero dell’Economia e il ministero dell’Istruzione adottino, entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge, un programma per la strategia nazionale, di cui demanda l’attuazione a un comitato di undici membri, designati da quattro ministeri (Economia, Istruzione, Sviluppo economico e Lavoro), da autorità di settore (Banca d’Italia, Consob, Covip e Ivass), dal consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti) e dall’albo consulenti finanziari. Il comitato può avvalersi di risorse pubbliche per un milione di euro annuo.
La strategia nazionale dovrebbe puntare anzitutto all’alfabetizzazione finanziaria, attraverso un portale nazionale, la formazione dei docenti e la definizione di format radio-televisivi per raggiungere rispettivamente scuole e adulti, nonché intervenire rispetto a specifici gruppi della popolazione, segmentati per livello di vulnerabilità finanziaria o bisogni contingenti a eventi del ciclo vitale.
La strategia sarebbe finalmente l’occasione per colmare il divario con i paesi che sono già su questo percorso virtuoso.

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* Responsabile Ufficio studi economici, Consob. Le opinioni espresse sono personali e non impegnano in alcun modo l’Istituzione di appartenenza

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Come cambia la ricchezza finanziaria delle famiglie*

  1. Vincenzo Bafunno

    Giusto auspicare l’avvio di iniziative di promozione e diffusione dell’educazione finanziaria in Italia da parte di chiunque e dello Stato in particolare.
    Ma il punto è: quale credibilità nel campo può vantare uno Stato che fa di tutto per distorcere un corretto comportamento finanziario da parte dei suoi cittadini con politiche fiscali scorrette?
    Come si può parlare di corretta allocazione finanziaria se:
    – con la tassazione agevolata dei titoli di Stato si incentiva l’home bias che è una delle trappole tipiche da evitare?
    – con la forte limitazione di compensazione fiscale tra plus e minusvalenze se si acquista un giardinetto di fondi comuni o ETF (forma più democratica ed efficiente di investimento), mentre la si consente se si acquistano singoli titoli in regime amministrato o polizze “vita” di tipo finanziario?
    – si permette che si vanifichino i vantaggi fiscali dei PIR grazie a politiche di pricing che ne riducono o annullano i benefici potenziali?

    In sostanza se, al di la delle roboanti dichiarazioni di intenti di trasparenza e adeguatezza (MIFID 2, ecc.,…), si continua a favorire gli oligopoli bancari e assicurativi a sfavore dei risparmiatori?
    Misure più concrete di equità di trattamento fiscale varrebbero molto di più per i risparmiatori e renderebbero più credibili anche i sedicenti sforzi di educazione finanziaria.
    Cordiali saluti.

    Vincenzo Bafunno

  2. Giuseppe Paganini

    e’ importante, a volte, se del caso, dichiarare la propria fragilità a sè stessi. Così puoi aprirti ad accettare un’educazione finanziaria (come in tale caso), perché comprendi i tuoi limiti.In secondo luogo, è fondamentale la persona o le persone giuste che ti accompagnino con cognizione, correttezza e personali doti di feeling. E non è facile. Neppure è facile parlare/apprendere di finanza quando in famiglia entra uno stipendio di € 1500 o giù di lì..

  3. EzioP1

    L’articolo evidenzia molto bene come sia necessaria una conoscenza finanziaria per evitare brutte sorprese e peggio ancora perdite di denaro. Non mette però in evidenza i fattori di rischio che esistono qualora un investitore anche modesto si affidi alla “competenza” delle banche o degli istituti finanziari. Ho conoscenza di un investitore che affidandosi alle banche ha perso oltre il 40% di quanto investito nella gestione patrimoniale, ha perso il 10% nell’investimento in fondi, e tutto ciò nel mentre che con un suo investimento “fai da te” ha raddoppiato il capitale investito senza operare variazioni negli ultimi 3 anni del pacchetto azionario originario. Un ulteriore elemento di sconcerto è quello che alcune banche a fronte di investimenti sostanziali assicurano un ritorno percentuale garantito. Alla luce di ciò nasce il sospetto che non sia tanto un problema di cultura finanziaria dei piccoli operatori quanto piuttosto una grave mancanza di correttezza da parte delle istituzioni finanziarie.

  4. Henri Schmit

    Non contesto i vantaggi di una buona educazione finanziaria . Penso però che il vero problema e la chiave di qualsiasi soluzione non siano da cercare dal lato della domanda (risparmiatori, investitori, opinione pubblica), ma dal lato dell’offerta (emittenti, intermediari, controllori, consulenti). Prima bisogna creare certezze, poi si può chiedere ai particolari di comprendere i meccanismi. Negli anni 90 gli Italiani hanno imparato in un tempo record l’abc dell’investimento finanziario; la svalutazione del 1992 e lo scoppio della bolla nei primi anni 2000 hanno fatto capire i rischi dei vari prodotti e le insidie delle gestioni collettive. La normativa europea si è sostituita a quelle nazionali creando secondo una logica comune obblighi precisi per gli intermediari. Che cosa ha fatto l’Italia? Ha interpretato la Mifid nel modo più formalistico possibile per farne un alibi degli intermediari (e dei loro controllori) invece di una garanzia dei risparmiatori. Gli organi di vigilanza non controllano la sostanza, ma le forme, si accontentano di una parvenza di conformità come se il sistema finanziario italiano, gli operatori e le modalità operative fossero assimilabili agli altri paesi. I tribunali civili tendono ad appiattirsi sulle scelte interpretative della vigilanza. Il fabbisogno di educazione finanziaria più impellente riguarda la giustizia, la vigilanza, gli intermediari e i loro consulenti. Fatto quel lavoro, l’educazione dei risparmiatori seguirà meccanicamente.

  5. Sull’argomento vi è stato e vi è un ampio dibattito che ha coinvolto non solo gli addetti ai lavori ma è dettato da situazioni storicamente datate e riconducibili – se si vuole essere obbiettivi – alla natura dei rapporti di forza in campo e agli interessi sottostanti alla struttura del mercato finanziario così come determinato dai cicli economici. Bisogna fare innanzitutto chiarezza: “il risparmiatore non avrà mai la cultura finanziaria e la mentalità per investire con competenza”(Cassol). E’ un processo -quello indicato – molto lungo che coinvolge interi settori della vita sociale, produttiva e soprattutto colturale del paese: la natura stessa dei rapporti sociali e di rappresentanza. Lo stesso Governatore di bankitalia nella breve relazione del 30 marzo al Senato-Commissione Finanze e Tesoro- ha evidenziato citando alcune ricerche l’impressionante ritardo dell’alfabetizzazione finanziaria rispetto agli altri paesi. Un gap che per essere colmato ha bisogno dell’impegno e interdisciplinarietà di tutti i soggetti e a tutti i livelli. Il risparmiatore non potrà mai conoscere la finanza,data la complessità e vastità della materia; “il mercato degli investimenti è di per sé fin troppo difficile per gli addetti del settore e figuriamoci per il risparmiatore”(cit.) Forse è arrivato il momento per una discussione aperta, dal di dentro il sistema scolastico,ricca del contributo dialettico di tutti i soggetti coinvolti. ce lo auguriamo tutti.

  6. Contributo utilissimo e molto efficace. A mio parere, tuttavia, il tema e’ più generale e non può essere ristretto all’alfabetizzazione finanziaria. Questo paese ha bisogno di un Strategia Nazionale per la Diffusione della Cultura Economica. Partendo dai banchi di scuola, e continuando prevedendo corsi di Economia (magari anche con acquisizione di qualche credito formativo) per tutti. In ogni dove e in ogni ambito ( uffici pubblici, imprese, associazioni di categoria, sindacati, giornalisti…). Serve a tutti prendere consapevolezza della complessità delle dinamiche economiche per conoscerle e interpretarle correttamente, per non subirne supinamente le conseguenze. Per fornire a tutti una cassetta di attrezzi BASIC dell’analisi economica.

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