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Lotta alla povertà: purché non sia solo un canto di Natale

Dal 2010 la percentuale di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale in Italia è aumentata molto più della media europea. La situazione è grave anche perché nel nostro paese non è mai stato introdotto un reddito minimo. Le misure previste dalla legge di stabilità sono un punto di partenza?

Sopra la media europea

Charles Dickens, nel suo “Canto di Natale”, raffigura la società delle Poor Law, leggi di contrasto alla povertà che non solo non raggiungevano lo scopo, ma anzi aumentavano l’esclusione sociale nell’Inghilterra vittoriana, attraverso la segregazione e lo sfruttamento dei meno abbienti nelle workhouse. L’Italia del 2015 è certamente diversa dall’Inghilterra dell’Ottocento, ma, come ai tempi di Dickens, gli strumenti di lotta alla povertà sono ancora inadeguati.
Se guardiamo infatti all’evoluzione della percentuale di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale in Italia fra il 2007 e il 2014, si nota come il divario con l’aggregato dei paesi dell’unione (UE 27) sia aumentato vistosamente a partire dal 2010. I meccanismi di protezione sociale in Italia sono quindi più deboli, in media, rispetto a quelli in atto negli altri paesi dell’Unione.

Figura 1

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Fonte: Eurostat

Nel nostro paese, i nuclei familiari con tre e più figli minori risultano i più colpiti. In particolare, dal 2011 in poi il divario con gli altri nuclei familiari è aumentato al punto che, nel 2014, più del 18 per cento delle famiglie con tre e più figli minori si trova in condizioni di povertà assoluta, contro il 9 per cento delle famiglie con due figli e il 6 per cento di quelle con un figlio.

Figura 2

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Fonte: Istat

Il ruolo della legge di stabilità 2016

A livello comunitario, la Strategia Europa 2020 ha stimolato e rafforzato le misure di contrasto alla povertà, ma l’Italia, come la Grecia, non ha mai messo in atto un piano nazionale paragonabile a quello degli altri paesi.
In Europa, per esempio, la maggior parte delle politiche a sostegno delle fasce povere della popolazione ha previsto, seppur con caratteristiche differenti, l’introduzione di un reddito minimo. Il dibattito sulla povertà è riuscito a concretizzarsi in politiche per l’inclusione sociale non solo in paesi noti per l’efficienza del loro welfare, come Francia, Germania e i paesi scandinavi, ma anche in Spagna, Portogallo, Gran Bretagna e Irlanda. L’Italia ha finora rappresentato un’eccezione.
La legge di stabilità 2016 potrebbe costituire un primo passo verso un disegno politico più definito per rispondere al problema della povertà, come si era già auspicato qui precedentemente. Così come approvata dalla Camera (ora è all’esame del Senato), la legge prevede alcune misure di contrasto alla povertà e, soprattutto, una delega al governo per emanare un disegno di legge che dovrebbe rivedere e coordinare i vari strumenti di intervento in un’ottica di maggiore efficacia. Si tratta di un mix di misure che ammontano a circa 1,5 miliardi di euro, destinati a una parte significativa della popolazione in stato di povertà: almeno un milione di persone in via diretta o indiretta.
Si parte da uno stanziamento per il 2016 di 600 milioni di euro per la costituzione del Fondo per il contrasto alla povertà, che sale a 1 miliardo per il 2017, anno dal quale sarà in vigore la nuova legge sulla povertà. La cifra rappresenta il limite di spesa per garantire l’attuazione di un Piano nazionale triennale. In sua mancanza (fino all’esercizio della delega), le risorse sono state ripartite tra due diversi strumenti: un rifinanziamento dell’assegno di disoccupazione Asdi pari a 220 milioni, che si aggiungono ai 200 previsti dal Jobs act, e uno stanziamento di 380 milioni per l’ampliamento del sostegno all’inclusione attiva. Quest’ultimo è un sostegno al reddito a favore delle famiglie con figli minorenni, Isee inferiore ai 3mila euro annui e indicatore della situazione patrimoniale (Isp) inferiore a 8mila euro (in via sperimentale in dodici grandi città) e di importo compreso fra i 230 e i 404 euro mensili. L’estensione dovrebbe interessare circa 250mila famiglie in situazione di povertà assoluta. È inoltre prevista l’istituzione di un fondo sperimentale per il contrasto alla povertà educativa minorile alimentato da versamenti effettuati da fondazioni bancarie, alle quali verrebbero riconosciuti crediti d’imposta pari al 75 per cento di quanto versato fino a esaurimento dei 100 milioni messi a disposizione. Il fondo dovrà finanziare progetti educativi rivolti ai giovani in contesti di grave disagio.
Secondo il governo, questi provvedimenti rappresentano un primo passo importante, attraverso i quali si introducono per la prima volta in Italia misure strutturali di contrasto alla povertà. Tuttavia, è evidente che occorre fare di più. Le idee non mancano, come ci dimostra, ad esempio, il report di Alleanza contro la povertà. Si tratta di accendere i riflettori su una sfida cruciale per il nostro paese e di avere la volontà politica di raccoglierla.

Leggi anche:  Perché poche famiglie ricevono il reddito di emergenza

 

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  1. masafuera

    Nulla di nulla per gli altri, senza diritto al lavoro né alla vita, i disoccupati ultracinquantacinquenni, senza reddito, che finiscono in strada, si ammalano, vengono umiliati in ogni modo possibile, senza solidarietà.

    • Dario

      Anch’io sono nella situazione da lei citata. Nessun aiuto, nessuna solidarietà in questo paese che non cresce anche perché non guarda alla sua parte più debole e indifesa. Carissimo sarebbe necessario scendere in piazza, gridare forte la nostra sofferenza in un silenzio assordante, purtroppo non ho caschi da sbattere ne bandiere da sventolare. Ci rimane la nostra grande dignità e la triste consapevolezza di vivere in un paese “strano” ed egoista! La saluto e le auguro tanta serenità.

  2. Dario

    58 anni e nessun aiuto…e con tanti anni di contributi. Sarò ingenuo, ma Vi chiedo come fa un paese a dare un sussidio di 20.000 euro al mese ai piloti di alitalia, oppure 5.000 per dir poco di vitalizio dopo due legislature regionali, o anche 500 euro ai giovani 18enni anche se figli di milionari o dirigenti statali e ad altri nulls…pur avendo anni e anni di contributi sulle spalle…..che paese è questo? eppur c’e’ qualcuno che dice che tutto va bene…

  3. Dario

    L’italia non cresce anche per questo

  4. Dario

    Anch’io sono nella situazione da lei citata. Nessun aiuto, nessuna solidarietà in questo paese che non cresce anche perché non guarda alla sua parte più debole e indifesa. Carissimo sarebbe necessario scendere in piazza, gridare forte la nostra sofferenza in un silenzio assordante, purtroppo non ho caschi da sbattere ne bandiere da sventolare. Ci rimane la nostra grande dignità e la triste consapevolezza di vivere in un paese “strano” ed egoista! La saluto e le auguro tanta serenità.

  5. Maria Rosaria Di Pietrantonio

    Se non si distrugge la struttura corporativa in cui è ingabbiato il paese non ne usciremo mai fuori, chi è dentro le corporazioni ha tutto ed è bello vivere in Italia, chi è fuori (la maggior parte) non ha e non avrà mai nulla, parte da zero e resta a zero e cosi i suoi figli e nipoti, destino ineluttabile certo, cosa fare per spezzare questa struttura?fare leggi che tolgano poteri alle caste,che diano possibilità a tutti per esempio di svolgere una certa professione, invece anche il governo attuale ha fatto di tutto per mantenere intatta la struttura corporativa che rappresentala parte ricca del paese, quindi intoccabile, e infatti non l’hanno toccata!

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