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La politica europea nella trappola della povertà

La crisi ha mandato in frantumi il tradizionale modello di sviluppo europeo. Anche quando la crescita c’è, avviene con un aumento delle disuguaglianze e non si traduce più automaticamente in una diminuzione della povertà. Preservare l’assistenza a chi ha davvero bisogno, pur riducendo la spesa.

Povertà endemica in Europa
I politici che nelle capitali europee negoziano una soluzione alla crisi greca si concentrano sulla gestione dei debiti di Atene. Il nodo da sciogliere non riguarda però solo la Grecia e non riguarda solo i bilanci pubblici. Il tema di queste settimane è più fondamentale e riguarda l’incapacità dell’Europa – emersa negli ultimi anni di crisi – di scongiurare il rischio povertà di una parte crescente della sua popolazione. Ed è proprio dal recupero di questa capacità che si misurerà il successo della politica nel risolvere la crisi greca e più in generale nel rilanciare il progetto dell’Europa.
Parlando di povertà nel Vecchio continente non si può che partire dalla Grecia. Tra il 2009 (quando è venuto fuori il problema greco) e il 2013 (ultimo anno per cui Eurostat pubblica dati comparabili sulla povertà), il Pil pro capite greco è sceso del 21 per cento. Quando scende il reddito pro capite, aumenta sempre il numero di poveri. E infatti i dati Eurostat indicano che la quota di greci a rischio di povertà o di esclusione sociale (quelli che al netto di tasse e sussidi statali guadagnano meno del 60 per cento del reddito mediano o fanno fatica a pagare l’affitto o le bollette) è salita di 8 punti, dal 27,6 per cento (dato 2009, già elevato) al 35,7 del 2013. La combinazione della crisi economica e dell’austerità fiscale ha lasciato un segno drammatico nell’economia e nella società greca.
L’aumento della povertà è però avvenuto anche in altri paesi europei, prima di tutto in quelli che hanno visto il costo degli interessi sui loro debiti pubblici in rapido aumento dopo il 2009. A Cipro il Pil pro capite è sceso del 14 per cento e le persone a rischio povertà sono aumentate di 4 punti. In Spagna e Portogallo, il reddito pro capite è sceso del 5 per cento circa e la quota di poveri è salita di 2,6 punti percentuali. In Italia la diminuzione del Pil tra 2009 e 2013 è stata inferiore (-3,5 per cento) ma l’aumento della povertà anche più marcato che nel resto del Mediterraneo (+3,7 punti percentuali: da poco meno di un quarto della popolazione al 28,4 per cento del totale). E anche un paese tradizionalmente classificato nella parte solida dell’Europa come l’Olanda ha visto scendere il Pil pro capite di circa un punto percentuale, mentre la percentuale di poveri saliva in proporzione. Nei paesi indicati è mancata la crescita ed è salita la povertà. Ma l’aumento della povertà in Italia è stato più che proporzionale rispetto alla perdita di Pil. Forse perché abbiamo un sistema di welfare che protegge tante categorie, ma non i poveri.
L’inefficacia della crescita nel ridurre la povertà
L’elenco dei paesi in cui la percentuale di poveri è aumentata non marginalmente negli anni della crisi greca non finisce con l’Europa mediterranea né con l’euro zona. Nel Regno Unito, dove il reddito pro capite è salito quasi del 3 per cento, la quota delle persone a rischio povertà è anch’essa aumentata di circa 3 punti percentuali, dal 22 per cento del 2009 fino a sfiorare il 25 per cento nel 2013. In Svezia e Germania – due paesi che dal 2009 non hanno mai smesso di crescere (con Pil pro capite in aumento rispettivamente del 6,4 e del 10,3 per cento) – la crescita non è bastata a evitare un marginale aumento della proporzione dei poveri sul totale della popolazione. E anche nell’Est Europa in via di sviluppo dove solitamente la povertà è diminuita si vede che non basta più crescere per ridurre la povertà: in Romania e Bulgaria la crescita è stata la stessa, ma la povertà è scesa di 2,7 punti a Bucarest mentre è salita di quasi due punti a Sofia.
Oltre ai dati negativi, in Europa spunta anche qualche isola felice. Lasciando perdere Svizzera e Norvegia (per varie ragioni fanno sempre caso a sé), le cose vanno un po’ meglio che altrove nella Finlandia a crescita zero, nella piccola Austria che cresce metà della Germania, ma riesce a ridurre la povertà, e nella Francia che cresce con deficit sopra al 3 per cento per finanziare politiche pubbliche in favore della natalità e della famiglia. Evidentemente, ci sono politiche e circostanze di contorno alla crescita di un paese che concorrono a ridurre la povertà.
Il quadro dei dati europei su crescita e povertà impone di approfondire i casi di successo. Ma suggerisce anche che la crisi ha mandato in frantumi il tradizionale modello di sviluppo europeo, basato su crescita e welfare per tutti con alta tassazione e alta redistribuzione. Non solo la crescita avviene con un aumento delle disuguaglianze ma – lo dicono i dati – non si traduce più automaticamente in una riduzione della povertà. Si può dare la colpa alle politiche di austerità oppure ricordare il peso dei debiti pubblici nell’obbligare all’austerità. In ogni caso, per governi nazionali che non vogliano seppellire le loro economie sotto il peso di una tassazione insostenibile, serve ricominciare a crescere e – insieme – ridurre le voci di spesa pubblica che non riguardano i poveri per preservare l’assistenza a chi ha davvero bisogno. In Italia suona come il titolo di un vecchio libro: meno pensioni, più welfare. Speriamo che il premier Matteo Renzi lo tenga presente nella stesura della prossima Legge di stabilità.
grafico daveri
Questo articolo è disponibile anche su www.tvsvizzera.it

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12 commenti

  1. Ennio

    Io ho incominciato ad essere povero con il cambio dalla lira all’euro. Ma non solo io. Nel 2000 chi prendeva 2 milioni al mese stava bene poi con 1000 euro non lo e stato più. E vero o non e vero!

  2. Laura.P

    Eh già, meno pensioni, più welfare. Di lì non si scappa! Ma Renzi fa finta che la povertà non esista, e si rifiuta di rivedere i nostri modelli di ammortizzatori sociali ormai vecchi e inefficienti. Davvero una scelta triste per un governo di centrosinistra.

  3. Fernando Di Nicola

    Aggiungerei che i diversi impatti redistributivi rispetto al passato, variante importante negli ultimi due decenni, derivano, più che dalle politiche europee o dei singoli Stati, dalla pressione esterna della globalizzazione (delle merci e delle persone) non gestita ed in particolare dalla pressione che le figure a basso reddito dei paesi poveri ed emergenti operano direttamente o indirettamente su quelle analoghe dei paesi a reddito pro capite elevato.

  4. bob

    Professore il tema che Lei affronta è di una complessità unica e non credo che si possa risolvere con dati e statistiche o con numeri ma serve un nuovo Illuminismo. Servono delle menti visionarie che riscrivano il concetto di economia che deve avere un unico e solo scopo per esistere: distrubuire la ricchezza prodotta! E non si tratta assolutamente di riscoprire Carlo Marx è ben altra cosa

  5. carla

    Concordo in pieno con l’analisi ma vorrei proporre un allargamento dell’orizzonte. E se la povertà relativa aumentasse perchè le dinamiche internazionali portano inesorabilmente a un abbassamento del reddito medio e del reddito procapite nei Paesi cosiddetti sviluppati? Il FMI ha certificato che il PIL dei BRICS+Indonesia e Turchia ha superato quello del G7. L’ILO dice che “l’aumento globale dei salari è stato trainato dalle
    economie emergenti e in via di sviluppo, dove i salari reali sono aumentati a
    partire dal 2007, in alcuni casi anche rapidamente.” Ovviamente anche per questi paesi crescita non significa diminuzione delle disuguaglianze (vedi indice GINI). La riflessione che lei propone cambierebbe orizzonte (soprattutto temporale) se partisse da questi dati, non crede?

    • francesco daveri

      Cara Carla, grazie, sono certamente d’accordo. E’ chiaro che l’immiserimento dell’Europa fa parte di un certo immiserimento dell’Occidente rispetto all’Oriente che ha la demografia dalla sua parte. E un ruolo nell’aumentare disuguaglianze e povertà ce l’ha anche la tecnologia di oggi che crea lavoro per pochi qui da noi e mantiene disuguaglianze elevate anche nei Bric.
      Detto questo, nulla cambia di quello che dico nell’articolo. Se le nostre condizioni di lavoro sono più o meno fissate a Pechino, rimane che dobbiamo rivedere il nostro welfare (e migliorare la qualità delle cose che produciamo per sfuggire la concorrenza dell’Asia low cost).

      • bob

        professore il problema non è “..rivedere il nostro welfare”. Ha ragione Carla nel dire di “..allargare l’orizzonte..”. Il futuro imminente sarà contraddistinto da blocchi geo-politici è gli Stati Uniti d’ Europa sarà uno di questi. Per dirla con una battuta potrei sostenere che invece di “rivedere il nostro welfare” ” non fissiamo le nostre condizioni di lavoro a Pechino”. A mio avviso la qualità della vita europea non ha uguali in nessuna parte del mondo derivante da tanti fattori non ultimo quello storico. Difendere l ‘Europa ed esportare la nostra civiltà …quello che fece la Francia in Europa 300 anni fa

  6. Pif

    Basta leggersi il libro di Piketty per capire come si stiano ri-concentrando i patrimoni e i redditi in un sempre minor numero di mani, e leggersi qualche libro sulla globalizzazione ( Stiglitz o D.Rodrik) per capire come questa restringendo il potere degli stati nazionali non gli permetta, anche volendo, di praticare politiche redistributive efficaci, e l’euro non ha fatto che peggiorare le cose togliendo sovranità monetaria. Bisognerebbe invertire la tendenza, ma finchè la maggioranza non ha consapevolezza e non si riprende con la democrazia il potere saremo in mano al potere dei pochi più forti.

  7. Francesco

    Mi scusi professore ma le pensioni in Italia mi pare siano già state ampiamente riformate e l’Ocse stesso riconosce che il sistema è più che sostenibile nel lungo periodo, perché dobbiamo continuare a suggerire guerre fra poveri? Il sistema pensionistico italiano è ormai completamente contributivo e prevede età di pensionamento altissime basta con sta storia non se ne può più! Le diseguaglianze derivano da ben altro, si vada a vedere la serie storica della quota salari su PIL e poi ne riparliamo. La svalutazione del lavoro unita alla gestione criminale della disoccupazione nell’area Euro sono la vera causa della disuguaglianza

    • francesco daveri

      Non è una guerra tra poveri. Solo se cala la spesa pubblica si possono ridurre in modo permanente le tasse. Dentro e fuori dall’euro.
      Sulle pensioni l’Ocse avrà fatto calcoli precisi. Ma per me la sostenibilità del sistema pensionistico dell’Italia (e di molti altri paesi Ocse) nelle condizioni attuali è basata su ipotesi di crescita del Pil molto ottimistiche. C’era un articolo di Enrico Marro sul Corriere della settimana scorsa che ne riportava alcune: +2 per cento l’anno tra il 2016 e il 2020, +2,1 nel 2021-25 e addirittura +2,4 nel 2026-2030. sono tassi che non vediamo dalla fine degli anni ottanta.

  8. enzo

    In effetti questi sono i problemi principali dell’europa occidentale . le politiche keynesiane hanno funzionato per molto tempo ma mi sembra che il loro funzionamento è oggi limitato dall’apertura dei mercati internazionali , in altri termini hanno funzionato fin quando sono esistiti sistemi socioeconomici nazionali. le politiche economiche espansive sono meno efficaci a causa della concorrenza dei sistemi extraeuropei ( cosa serve aiutare la domanda se questa finisce per stimolare l’offerta di altri sistemi?)e le politiche protezionistiche sono considerate un tabu. anche le politiche di redistribuzione della ricchezza risultano inefficaci visto che i cittadini non possono spostarsi ma la ricchezzza si.

  9. Allora, una prosperità senza crescita potrebbe essere possibile?
    Ovvero, se la crescita economica è ecologicamente insostenibile (es. planetary boundaries), non aumenta il benessere soggettico (es. Easterlin) e, per di più, non riduce le disegualianze, allora perchè le nostre economie devono crescere?
    La questione aperta sarebbe come implementare una serie di politiche economiche per ‘spostare’ i paesi verso il quadrante in basso a sinistra. In questo senso, devono interpretarsi le misure che abbiamo proposto nell’articolo “Sì, una prosperità senza crescita è possibile”, incluso un reddito di cittadinanza (http://comune-info.net/2015/05/si-una-prosperita-senza-crescita-e-possibile/).
    Discutiamo la questione, in modo più approfondito, nel nostro libro “Degrowth: A Vocabulary for a New Era” (Routledge, 2014; http://www.vocabulary.degrowth.org). Nella stessa direzione vanno anche gli sforzi dei modelli macro-economici ecologici di Tim Jackson, Peter Victor e la New Economic Foundation.
    Se chi sostiene la decrescita, ha sempre argomentato che la crescita economica é insostenibile ed non desiderabile, recentemente si è aggiunta la questione della ‘stagnazione secolare’, ovvero che la crescita sia potenzialmente ‘impossibile’. Spero che lavoce.info possa essere un forum aperto per una discussione rigorosa sugli argomenti, anche rispetto alla ‘decrescita’, oltre le mistificazioni banali e disinformate, tipiche del dibattito italiano.

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