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  1. Michele Rispondi
    I lavoratori stagionali nel turismo e i tempi della raccolta in agricoltura sono sempre esistiti. Però solo negli ultimi anni si vedono così tanti lavoratori precari. Non ci si può nascondere dietro le stagioni per giustificare politiche volte invece solo alla svalutazione della componente lavoro. Inoltre nel frattempo la produttività non è migliorata, perché le imprese hanno utilizzato la maggior flessibilità del lavoro solo per aumentare i profitti
  2. Cyrano Rispondi
    E poi ci si chiede quale sia l'effetto della fuga dei cervelli. Ebbene, è il seguente: restano quelli con il cervello in fuga, come gli estensori di questo bislacco articolo che ritengono di aver individuato le "caratteristiche stesse del mercato del lavoro italiano" sulla base di dati regionali di una regione a statuto speciale a spiccata vocazione turistica. Ve lo dico come consiglio: trovatevi un lavoro serio.
  3. bruno perin Rispondi
    Finalmente qualcuno entra nei dettagli di una statistica troppo sintetica e generalista.Mi convince pienamente che i lavori atipici e a tempo determinato sono determinati dalla qualità della domanda e non dalle regole esistenti. Semmai sono le regole che si adattano ( in ritardo) al mercato. Il lavoro stabile e duraturo è una tipologia per imprese manufatturiere che lavorano su mercati consolidati per un tempo medio lungo. La crescita di terziario, le caratteristiche del primario e un mercato manifatturiero sempre più aperto non permettono la pianificazione globale del lavoro e conseguentemente, l'adattabilità degli organici e della stessa organizzazione del lavoro alle commesse di breve durata diventano un vincolo. Ciò comporta uno sforzo organizzativo molto elevato, soprattutto per le piccole e medie imprese. La soluzione di mobilità e formazione continua sembra quindi essere una risposta convincente. Ciò però presuppone un livello culturale in grado di concepire i due elementi come fondamentali e soprattutto il "sistema" adeguatamente predisposto e organizzato per agevolarli ( salari più elevati, sussidi di disoccupazione di sostegno, agenzie per il lavoro interconnesse col mercato, efficienza formativa e politica dei servizi alla famiglia e capacità di programmazione preventiva).
  4. Dizzy Spells Rispondi
    Per come la vedo io, nel vostro contributo mi pare si ponga una relazione tra stagionalità / qualificazione del lavoro (job) e skill dei lavoratori. Tuttavia, entrambi i fattori - stagionalità e qualificazione del lavoro - mi sembra siano caratteristiche della domanda di lavoro che non dipendono significativamente dall'offerta di lavoro: una maggior qualificazione del lavoratore non renderà lavoro meno stagionale (il settore alberghiero nel vostro esempio), né un lavoro più qualificato (ad esempio, servizi generali o pulizie nelle imprese manifatturiere). Dai dati ISTAT emerge poi che l'aumento di flessibilità nel mercato del lavoro avviene non durante il periodo di avvio del jobs act (nel primo anno anzi aumentano i rapporti di lavoro stabili anche in relazione a quelli a tempo determinato) ma con il decreto Poletti, a dimostrazione che le imprese scelgono il contratto che per loro è meno costoso ovvero quello a tempo determinato. Le politiche attive sono certamente importanti, ma sarebbe bene cominciare a pagare di più - non di meno - il lavoro flessibile, anche se poco qualificato (dato che la flessibilità è comunque un vantaggio per l'impresa)
  5. Maria Cristina Migliore Rispondi
    E' certamente molto utile sottolineare la stagionalità di alcune attività economiche e la loro concentrazione in determinati territori caratterizzati dal turismo per spiegare la diffusione del lavoro atipico. Ma credo sia importante non sminuire con questo l'agency di chi fa impresa e costruisce nel tempo la sua strategia d'impresa. Gli studi organizzativi sembrano mettere in luce un'arretratezza dei nostri imprenditori e quelli economici una preferenza degli stessi per un basso livello di rischio. Insomma, potrebbe esserci anche un dato culturale da indagare tra chi fa impresa in Italia e più in generale nella popolazione.