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  1. Brocardo Reis Rispondi
    Se comprendo correttamente le definizioni statistiche in uso, i lavoratori con contratti cosiddetti "atipici" e le partite IVA non sono presi in considerazione nell'articolo. Ma sono proprio questi tipi di rapporti lavorativi che meglio si prestano a mascherare relazioni di fatto permanenti. È possibile sapere come cambierebbero i risultati includendo i contratti cosiddetti "atipici" e le partite IVA?
  2. bruno anastasia Rispondi
    Il meccanismo che lei indica non esiste nel nostro ordinamento. Lo Stato si configurerebbe come un mega datore di lavoro (una sorta di mega agenzia di lavoro interinale), in grado di individuare e farsi carico di tutti gli oneri formativi, con assunzioni a tempo indeterminato e missioni a tempo determinato. Una simile evoluzione allo stato attuale non pare nè immaginabile nè concretamente possibile.
  3. Michele Rispondi
    I contratti temporanei servono solo a tenere i lavoratori in una condizione di continua sudditanza; con implicazioni sui salari (ridotti), sui diritti (disapplicati), sulle condizioni di sicurezza e salute sul lavoro (ridotte). Sono rare le esigenze gestionali non risolvibili con altri strumenti. I contratti a tempo determinato dovrebbero essere aboliti o limitati in modo draconiano con forti prelievi sulla base del numero di contratti a termine attivati in ogni anno dalla singola impresa
  4. Brocardo Reis Rispondi
    Se comprendo correttamente, i contratti non a tempo indeterminato considerati ne dati il suo articolo sono esclusivamente i contratti a tempo determinato, escludendo quindi interamente dalla fotografia i contratti cosiddetti "atipici" e le partite i.v.a. Queste ultimi tipi di rapporto lavorativo, però, sono probabilmente quelle che meglio si prestano a "nascondere" i posti di lavoro potenzialmente fissi. In tal caso, le stime che lei riporta non sono il tetto massimo di contratti indeterminati recuperabili: in realtà esse rappresentano una cospicua sottostima di tale tetto. Non trova? Si noti che, almeno per i contratti cosiddetti "atipici", vi è una evidente sottocontribuzione previdenziale; quindi un primo evidente meccanismo per disincentirvarli sarebbe di renderli costosi almeno quanto (e anzi più) dei contratti non atipici in termini contributivi.
  5. lorenzo fassina Rispondi
    Se è vero che i posti sono realmente temporanei, allora perchè, invece di pensare ad abbassare il limite temporale di utilizzo massimo dei contratti, non si torna alla definizione di causali di utilizzo dei contratti a tempo determinato?
  6. Giacomo Favaro Rispondi
    Grazie, molto interessante il suo articolo. Dato che le aziende necessitano di contratti a tempo determinato, e i lavoratori di indeterminato, perché non pensare a delle organizzazioni riconosciute dallo Stato (che quindi rispettano nel tempo determinati requisiti) che assumano persone con contratto a tempo indeterminato, si curino della loro formazione e della loro crescita professionale, e propongano queste risorse alle aziende che le richiedano a tempo determinato, con il valore aggiunto di una sorta di garanzia sulla loro preparazione e senza che le aziende impegnino troppo tempo in azienda per insegnare un lavoro per cui sono già formati. Non sono a conoscenza se questo meccanismo sia già previsto nel nostro ordinamento; in tal caso forse sarebbe da rinforzare. Successo per questo percorso sarebbe se le aziende assumano a tempo indeterminato (potendo farlo solo con questo contratto) le persone che hanno lavorato per loro. Che ne pensa?