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Non solo oligarchi tra i turisti russi

Le sanzioni economiche adottate contro la Russia provocano anche il blocco degli arrivi di turisti russi. Per l’Italia rappresentavano un mercato di 1,5 miliardi. È un prezzo da pagare, ma colpisce un settore già provato da due anni di pandemia.

I dati sui turisti russi

I turisti russi sono una conoscenza abituale degli albergatori italiani. Nonostante la Russia sia un paese a reddito medio (il reddito pro-capite nel 2019 era di 11.500 dollari, poco più di un terzo di quello italiano), con i suoi 144 milioni di abitanti è un mercato di grandi dimensioni e fortemente appetibile, anche per il settore turistico. E non parliamo dei viaggi degli oligarchi e delle loro famiglie in località come Cortina d’Ampezzo, Venezia o la Costa Smeralda. Vacanze che spesso guadagnano i titoli dei giornali per le loro spese pazze, gli eccessi e i capricci tipici di chi ha accumulato enormi patrimoni in poco tempo. Il turismo russo è (o forse è meglio dire “era”) molto altro. La Russia è un paese dalle forti disuguaglianze nella distribuzione dei redditi, ma negli ultimi decenni la classe media urbanizzata è cresciuta molto e le famiglie che prima dello scoppio della guerra si potevano permettere una vacanza all’estero, anche in paesi dal costo della vita più elevato, erano ormai diversi milioni.

Che i russi amassero viaggiare all’estero è nei dati dell’Organizzazione mondiale del turismo: la Russia era al decimo posto mondiale nella classifica dei paesi con il maggior numero di viaggiatori in uscita (con 45 milioni e 330 mila partenze nel 2019). Saliva addirittura al sesto posto come spesa complessiva per turismo all’estero (circa 40 miliardi di dollari), dietro solo a Cina, Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia, segnale che i turisti russi hanno una spiccata propensione alla spesa. Il russo che viaggiava all’estero era un turista di valore: la sua spesa pro-capite era di 896 dollari nel 2019, un dato non troppo distante dalla spesa media di turisti che provengono da mercati molto più ricchi come quello olandese o quello tedesco (la cui spesa pro-capite era rispettivamente, sempre nel 2019, di 1023 e 1017 dollari). Ed è significativo notare che la spesa pro-capite dei russi fosse molto più alta di quella dei vicini polacchi e ucraini (201 e 303 dollari, rispettivamente).

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Quanto spendevano in Italia

E dove viaggiavano i turisti russi nel mondo pre-pandemia e pre-guerra? Al netto dei viaggi nelle ex-repubbliche sovietiche (Kazakhstan, Ucraina, Estonia, Georgia), il nostro paese costituiva la sesta destinazione, dopo Turchia, Finlandia, Cina, Tailandia e Germania, per un totale di un milione e ottocentomila arrivi nel 2019. Per il turismo italiano, la Russia costituiva il decimo mercato per numero di arrivi e addirittura l’ottavo per numero complessivo di presenze (5.819.444, comunque in calo rispetto al picco di quasi 8 milioni di presenze del 2013). Per avere un termine di paragone, le presenze in Italia erano superiori, seppur di poco, a quelle provenienti da Spagna e Cina.

Elaborazioni compiute qui dall’Istat su dati della Banca d’Italia forniscono inoltre una fotografia più precisa della composizione della spesa turistica dei russi. Al netto degli escursionisti, la spesa pro-capite del turista russo in Italia nel 2019 era di 947 euro, primo mercato europeo per questo indicatore e settimo complessivo per il nostro paese dopo Giappone, Cina, Canada, Australia, Stati Uniti e Brasile. Come termine di confronto, i turisti più importanti per l’Italia, i tedeschi, spendevano 515 euro a viaggio. Il valore della spesa pro-capite dipende ovviamente dalla durata della vacanza, che a sua volta è legata alla distanza (i viaggiatori provenienti da paesi lontani tendono ad avere permanenze più lunghe e quindi a spendere complessivamente di più per ogni viaggio). Più interessante è allora analizzare la spesa pro-capite giornaliera, un indicatore più preciso del valore che i turisti danno a un giorno di vacanza in Italia. In questa specifica classifica, i russi spendevano 145,6 euro al giorno, molto più degli 89 dei tedeschi, ma anche più dei 140,2 euro degli statunitensi, e erano quarti complessivamente dietro a Giappone (€ 232,4), Canada (€ 152,6) e Cina (€ 150,9).

La scomposizione della spesa giornaliera per categoria di prodotto è simile a quella degli altri mercati per quanto riguarda la spesa per trasporti locali (circa € 13 al giorno), per ristorazione (circa € 30) e per alloggio (circa € 65). Al contrario, i russi spendevano relativamente di più per acquisti (€ 28,7 al giorno, valore simile ai € 29,6 del Giappone ma molto più alto dei € 16,6 degli Stati Uniti e € 13,4 della Germania). Insomma, anche nei dati si intravede lo stereotipo del turista russo, che spende tanto e con una propensione particolare allo shopping, che però non è solo quello del lusso e delle grandi firme.

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Le conseguenze del blocco

In conclusione, il mercato russo valeva circa 1,5-2 miliardi l’anno, il 3-4 per cento dell’export turistico italiano. Con l’invasione dell’Ucraina e le conseguenti sanzioni economiche, questi numeri saranno praticamente azzerati nel 2022.

Si tratta di una perdita di mercato rilevante che, come sempre avviene con le crisi, colpirà in maniera asimmetrica i settori che compongono il prodotto turistico, ma anche le destinazioni. Solo per fare un esempio, la Russia era il secondo mercato per Rimini (112 mila arrivi e 544 mila presenze nel 2019, dietro la Germania), il sesto per Milano (182 mila arrivi e 431 mila presenze) e solo il dodicesimo per Venezia (161 mila arrivi e 525 mila presenze).

La perdita del 3 per cento dell’export non è per sé un dato gravissimo, il problema è che si aggiunge a due anni molto complicati per il turismo, già duramente provato dalla pandemia. E in uno scenario geo-politico internazionale tutt’altro che positivo, in cui gli effetti collaterali della guerra colpiranno parzialmente anche altri mercati rilevanti per il turismo (quello ucraino, ma non solo). È dunque un ulteriore elemento di crisi e di incertezza per un settore che deve già impegnarsi a ricostruirsi, in base a criteri di sostenibilità ambientale e sociale, oltre che di redditività, come abbiamo già scritto qui.

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Il Punto

  1. Umbe Dassi

    Incerti del mestiere.
    Un buon imprenditore anticipa i mercati e i loro cambiamenti.
    Non mi stupisce il fatto che una azienda sparisca dal mercato quando questo cambia per qualsiasi motivo.
    Nel 1990 guadagnavo 120 milioni di lire l’anno (lordi).
    15 anni dopo meno di 30…( convertiti dall’euro ).

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