Il turismo è uno dei settori che più ha sofferto con la pandemia. Ora il Pnrr stanzia molte risorse per il suo rilancio. Ma sembra mancare una strategia di insieme, che ne orienti la crescita su obiettivi di transizione verde, sostenibile e digitale.

Un settore in attesa di rilancio

Non ci si stanca mai di ricordare che il settore turistico ha un valore strategico per l’economia italiana. Non solo per il suo contributo diretto al Pil (il 6 per cento, secondo i Conti satellite del turismo, del 2017, prodotti dall’Istat), ma anche per il traino di tutto l’indotto e per il ruolo di promozione di molte delle eccellenze italiane, dal made in Italy al patrimonio culturale locale, all’enogastronomia.

La pandemia e le conseguenti restrizioni alla mobilità hanno colpito duramente il turismo nel 2020 (ne abbiamo già parlato qui): arrivi internazionali ridotti di oltre il 70 per cento e quelli domestici di oltre il 40 per cento, per una perdita complessiva di circa 50 miliardi di valore aggiunto. Il settore si è praticamente dimezzato, contribuendo da solo a circa un terzo della perdita complessiva del Pil tra il 2019 e il 2020.

Il turismo ha quindi bisogno di un rilancio, e non è sorprendente che il Piano nazionale di ripresa e resilienza lo sostenga esplicitamente, come terza componente della Prima Missione, in tandem con la cultura. Il Consiglio dei ministri del 27 ottobre ha iniziato a tradurre in provvedimenti legislativi le indicazioni contenute nel Piano, con l’approvazione di un primo decreto legge.

Nell’azione complessiva del governo ci sono però luci e ombre. Tra le luci, il budget di 2,4 miliardi dedicato direttamente al turismo, una cifra rilevante anche se, dall’altro lato, costituisce poco più dell’1 per cento dei finanziamenti movimentati dal Pnrr. Il Piano riconosce però che il rilancio del settore passa anche dalla realizzazione di molte riforme “orizzontali” e “abilitanti” che, incidendo sull’economia italiana nel suo complesso, contribuiscono anche a migliorare la competitività del turismo.

Ma ci sono anche molte ombre che si alzano dal Pnrr. E che partono da una identificazione troppo stretta del turismo con il settore ricettivo che, seppur importante, è solo una delle componenti della variegata offerta turistica. Degli 1,78 miliardi dedicati alla competitività delle imprese turistiche, una parte maggioritaria va alla riqualificazione delle strutture ricettive, nonostante il settore dell’ospitalità costituisca solo il 26 per cento della spesa dei turisti. 500 milioni sono poi dedicati alla città di Roma, con il programma Caput Mundi, mentre 114 milioni servono per la piattaforma digitale di aggregazione dell’offerta turistica nazionale. Per il resto dell’ecosistema turistico rimangono solo le briciole, anche se il giudizio complessivo dovrà essere rimandato a dopo la lettura dei dispositivi specifici, su cui ci ripromettiamo di tornare.

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Quattro obiettivi da perseguire

L’ombra più preoccupante però è che la lettura dei capitoli del Pnrr dedicati al settore non restituisce una visione strategica: cosa dovrà essere il turismo italiano nei prossimi decenni? Nel Piano sembra che la voglia di ripresa (perfettamente comprensibile, vista la fase recessiva dell’economia) abbia messo in secondo piano la necessità di orientare la crescita del settore verso obiettivi generali di transizione verde, sostenibile e digitale. Insomma, il Pnrr fornisce un po’ di carburante, ma non si capisce per andare dove.

Cerchiamo quindi di impostare la rotta per i prossimi anni. E partiamo dall’identificazione degli obiettivi generali di riforma del turismo in Italia, che possono essere quattro. Due sono obiettivi generali e coerenti con le direttrici principali del Pnrr: il recupero del valore aggiunto prodotto dal turismo (ripresa) e la diminuzione dell’impronta ecologica lasciata dal turista (sostenibilità e transizione green). Altri due sono obiettivi più legati al governo dei flussi turistici nello spazio e nel tempo: la diffusione delle presenze su tutto il territorio, valorizzando i centri minori, e la de-stagionalizzazione della domanda turistica.

Per raggiungere il primo obiettivo, quello della ripresa, la strategia più ovvia è rafforzare i rapporti con i grandi operatori (catene alberghiere, tour operator, compagnie aeree) per riportare in Italia un numero elevato di turisti. Questa strategia rischia però di essere parzialmente inefficace perché lascia relativamente poco valore aggiunto sul territorio, in quanto le catene del valore che vengono attivate sono prevalentemente internazionali, con bassi margini operativi per gli operatori locali. Inoltre, spostare grandi masse di turisti internazionali non aiuta certo la transizione ecologica e la riduzione delle emissioni inquinanti. Infine, i grandi flussi internazionali continueranno a dirigersi naturalmente verso le destinazioni più note, spesso nelle stagioni di punta, contribuendo al ben noto fenomeno dell’overtourism. Certo, è un turismo che non va ostacolato, perché contribuisce all’attivo della bilancia turistica italiana, ma l’attenzione deve spostarsi gradualmente verso tipologie con caratteristiche diverse.

Esiste un segmento di turismo, già numericamente rilevante e in crescita, che vuole vivere il territorio italiano e le sue eccellenze (dall’enogastronomico alla qualità della vita, dal patrimonio dei borghi minori agli itinerari fuori dalle grandi direttrici). Muoversi strategicamente su questo segmento, composto prevalentemente da turisti europei a reddito medio-alto, significa attivare un moltiplicatore economico più elevato, per tre motivi. Innanzitutto, perché questi turisti hanno una permanenza media più elevata dei “turisti di massa”. Lavorare sull’aumento della permanenza media invece che su quello degli arrivi aiuterebbe anche a diminuire parzialmente l’emissione di gas serra, più legata al settore dei trasporti (e quindi agli arrivi) che non a quello delle attività nella destinazione (e quindi alle presenze). Inoltre, questo segmento di turismo ha una propensione più elevata alla spesa, generando più valore aggiunto pro-capite, e si riversa in proporzioni maggiori sulla produzione locale, attivando economie di scopo con altri settori quali l’agricoltura e l’enogastronomia. Tutto ciò è propedeutico allo sviluppo di itinerari culturali in senso ampio, basati sulla storia e sulla specificità del territorio e che possono incidere in misura più ampia sull’economia locale.

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Lavorare sul turismo di qualità piuttosto che su quello dei grandi numeri non è niente di particolarmente innovativo. Dopotutto, ricorda l’annoso dibattito di politica industriale se sia meglio orientare la produzione verso la riduzione dei costi o verso la ricerca e l’innovazione di prodotti ad alto valore aggiunto. L’Italia è un paese ad alto reddito ed è fortunata ad avere un patrimonio naturale e culturale di assoluta eccellenza, che dovrebbe sempre assecondare l’investimento nella qualità, nel turismo come negli altri settori. Il Pnrr mette a disposizione tanti soldi, ma molte delle politiche di cui il paese ha bisogno per orientare la propria strategia nel turismo richiedono soprattutto capacità organizzative, risorse umane, capitale politico e tanta pazienza. Perché, per far funzionare il turismo, c’è bisogno di coordinare tanti settori: quello ricettivo con quello della ristorazione, dei trasporti, delle agenzie di viaggio, dei servizi ricreativi, di quelli culturali fino al commercio al dettaglio, mettendo a sedere allo stesso tavolo operatori grandi e piccoli, del comparto pubblico e di quello privato. Sarà il settore all’altezza della sfida lanciata dal Pnrr?

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