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Un buon piano per i Neet

Sono più di 3 milioni i Neet in Italia. Il governo ha ora adottato un Piano per ridurre il problema dell’inattività dei giovani. Stanzia fondi più generosi, punta sul capitale umano e definisce ruolo e competenze di chi dovrà fornire i servizi. 

Perché tanti giovani inattivi in Italia

Forse, questa volta i Neet riusciamo a salvarli. I neither in employment or education or training sono i nostri giovani inattivi; in Italia sono 3 milioni e superano il 70 per cento della media europea. La storica tradizione di assistenzialismo come base delle politiche del lavoro basate su strumenti monetari più che su investimento in capitale umano e sul supporto alle categorie più anziane dei lavoratori protetti dai sindacati più che a quelle con poca esperienza lavorativa spiega il primato del nostro paese. La struttura familiare e industriale per cui si lascia casa più tardi e si è più vecchi al lavoro porta a definire giovani Neet i soggetti dai 15 ai 34 anni, inglobando nelle statistiche tutti gli inattivi che hanno ben cinque anni in più rispetto a ciò che raccomanda l’Ue (che li chiama Neet fino a 29). Eppure, questo non giustifica perché per i giovani italiani la flessibilità dei nuovi contratti di lavoro — quelli atipici introdotti dal Pacchetto Treu negli anni Novanta, quando la Scandinavia iniziò a parlare di politiche attive — debba corrispondere quasi sempre a precarietà o flex-insecurity.

I quattro punti cardine

Sono quattro e fondamentali i punti che il nuovo decreto a favore di un Piano Neet sembra risanare. Primo, il potenziamento della sussidiarietà amministrativa. Il decreto firmato dal Ministero del Lavoro col Ministero per le Politiche giovanili promuove “alleanze orizzontali” tra istituzioni centrali e locali: Anpal (l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro nata soltanto nel 2015), Inapp, Agenzia nazionale giovani specializzata nei servizi Erasmus+. Si inaugura inoltre la creazione di sportelli giovani in tutti i centri per l’impiego a favore di competenze specifiche per assistere i Neet e loro esigenze. Il Piano Neet si basa sul principio efficiente di indipendenza funzionale e attiva delle istituzioni, che non le contamina di mansioni che non gli appartengono. Secondo punto – conseguente all’emergere di numerosi studi sui benefici di politiche di investimento in capitale umano di Garanzia giovani – prevede l’attenzione esplicita al reskilling per non “sprecare” le energie e le intelligenze delle nuove generazioni e promuovere occupabilità oltre che occupazione. Terzo, il digitale. Il portale Garanzia2030 è la nuova piattaforma online dove l’utente (il Neet) può scegliere tra varie attività d’interesse, dal volontariato alla certificazione di competenze, in Italia e all’estero, con un click; e così possono fare aziende e associazioni. In altre parole, la pandemia ha obbligato l’Italia a stare al passo coi tempi. A questo si aggiunge il riconoscimento della complessità che caratterizza la categoria “giovani”. La suddivisione dei servizi offerti è specifica per fascia d’età, titolo di studio e vulnerabilità. Non a caso, il decreto parla di “Giovani, donne e lavoro”, con l’obiettivo di combattere anche la disparità di genere. A chi assume una giovane madre, per esempio, sarà garantito uno sgravio totale dei contributi. E, infine, il fattore identità e benessere sociale. Recenti studi dimostrano come la resilienza giovanile dipenda da tradizioni culturali e influenza famigliare, così come il disincentivo a partecipare a politiche attive del lavoro da parte di persone inattive provenga anche dalle aspettative sociali da parte di peers e sub-culture di riferimento. Ecco che il nuovo Piano Neet, oltre a garantire un bonus affitti, cultura e sport, propone 5 milioni di euro di “iniziative giovanili” per promuovere la partecipazione attiva nella comunità da parte dei giovani. A prova del fatto che il lavoro non è tutto.

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Appena nata, Anpal si è trovata a fare i conti con un contesto legislativo dove le politiche passive del lavoro erano da sempre dominanti, avendo a disposizione una neanche tanto dettagliata raccomandazione comunitaria, alcuni bonus occupazionali da regalare alle imprese locali in cambio di contratti temporanei a giovani tirocinanti, ed esperti improvvisati, come i navigator, per combattere il mismatch di skills con Neet sovra e sotto-istruiti. Il Recovery Plan approvato dal governo Draghi ha 1) fondi più generosi; 2) un’impronta necessariamente europea al problema di inattività occupazionale, che crea alti costi reputazionali per l’Italia nel contesto Ue; 3) l’attenzione alla necessaria rivoluzione ambientale, di cui gli stessi giovani sono i principali portavoce; 4) istituzioni ad hoc, centrali e locali, per l’individuazione e la preparazione degli inattivi fino alla loro finale introduzione nel mercato del lavoro; 5) servizi digitali avanzati che facilitano domanda e offerta di competenze tra candidati, uffici Pes e imprenditori, e il loro monitoraggio; 6) il richiamo insistente sull’investimento in capitale umano più che su un’occupazione di qualsiasi tipo, che rende di successo una politica d’inserimento se è di qualità non secondo principi esclusivi di durata del contratto, bensì di contenuto dello stesso.

Il nuovo portale Garanzia giovani si apre con il motto “Giovani si nasce, Grandi si diventa” e per farlo è necessario dare ai giovani ciò che si meritano: politiche che li rendano co-produttori —visto che ne sono capaci— del loro futuro. Il Piano Neet, in quanto nato da un’Europa scossa e dunque empatizzante con la cosiddetta “generazione perduta”, forse questa volta ci riuscirà.

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  1. Savino

    Ci si dimentica che nella p.a. ci sono tanti adulti che non si sono mai formati, non hanno mai studiato e non si sono mai aggiornati e, nonostante questo, continuano ad avere incarichi dirigenziali e posizioni organizzative. Molti dei nostri giovani non studiano più perchè hanno già studiato e anche i loro genitori hanno già fatto il sacrificio di farli studiare, reso vano dalla carenza di posti. Se non è questo il momento di un ricambio generazionale in ambienti come la p.a. fate voi.

  2. Gent.ma Chiara Natalie Focacci,
    Sono una navigator e non ci sto – come tanti miei colleghi – a farmi chiamare “Esperto improvvisato”.
    Ho 58 anni, laurea com laude in scienze politiche ad indirizzo economico, master in business administration, lavoro come esperto “non improvvisato” da oltre 20 anni nella PA nei fondi europei (FSE, FESR, FEASR)
    Come me tanti navigator non sono affatto esperti improvvisati (ci sono avvocati, consulenti del lavoro, commercialisti e psicologi) certo non siamo impiegati come lei in altisonanti istituti di ricerca, ma perchè offenderci?
    E’ proprio necessario? O buttare fango sulla nostra categoria la aiuta nel suo lavoro?
    Sinceramente non credo. Attendo delle scuse. Grazie in anticipo

    • Sergio Coldracchi

      Non so se – come l’ autrice dell’ articolo – butto anche io fango su di lei, ma sostenere che un profilo di lavoro creato in tempi estremamente recenti sia “improvvisato” non è un insulto. Stiamo parlando di una posizione nuova, creata dal nulla e mai presente prima.

      Io di anni ne ho 30, 7 di esperienza lavorativa , oltre che una laurea, detto questo non mi considererei certo un “esperto” adatto a fare il navigator anche se secondo i suoi criteri ( cita avvocati, commercialisti ) lo sarei.

      Impari a prendersi meno sul serio!

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