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Politiche del lavoro: ecco da dove ripartire

Tra le priorità del nuovo Governo c’è la creazione di nuovi posti di lavoro. Ma con quali politiche? L’analisi del programma di intervento per favorire l’occupazione giovanile, in attuazione della Youth Guarantee, evidenzia gli obiettivi da perseguire e gli errori da evitare.

GLI OBIETTIVI PRIORITARI

Come cambierà la strategia del Governo di Matteo Renzi sulle politiche del lavoro? Molto dipenderà dal nuovo ministro del Lavoro. È probabile, però, che la creazione di nuovi posti di lavoro sarà uno degli obiettivi prioritari, oltre che la sfida più difficile che il nuovo esecutivo ha di fronte a sé. Non è un caso che, insieme a legge elettorale, riforma del Senato e Titolo V della Costituzione, la spinta riformatrice di Renzi si sia concentrata finora proprio sul Job Act.
Può essere, allora, utile per il prossimo ministro del Lavoro riflettere su alcune linee guida della strategia che il Governo precedente aveva dichiarato di voler perseguire in attuazione dello Youth Guarantee, il programma di intervento per favorire l’occupazione giovanile proposto dall’UE. (1)
Due erano gli obiettivi prioritari: aumentare le opportunità di lavoro di chi è disoccupato o inattivo, in specie i più giovani; accrescere la “ri-occupabilità” di chi fruisce di ammortizzatori sociali attraverso politiche attive più efficaci.
I nodi critici sono evidenti già in questa semplice presentazione degli obiettivi: non si comprende, ad esempio, il “nesso” del secondo obiettivo con l’attuazione dello Youth Guarantee.
La paura è che si possano traghettare risorse destinate ai giovani in programmi di politica attiva per “target” di soggetti differenti, come i cassaintegrati in deroga. Anche perché le politiche attive realizzate tra il 2009 e il 2011, più che collocare i beneficiari di ammortizzatori sociali, si sono rivelate essere un “ricco banchetto” per gli enti formativi. Non sono mancati neppure clamorosi fenomeni di “parcheggio” in attività di accompagnamento al lavoro che non avevano alcun riscontro con le poche esigenze proveniente dalla domanda di lavoro. (2)

LE POLITICHE PUNTO PER PUNTO

Fatta questa premessa, per portare il sistema dei servizi per l’impiego al livello medio europeo, condizione necessaria per il successo dello Youth Guarantee, il precedente Governo intendeva conseguire una serie di obiettivi specifici nel biennio 2014-2016. (3) Molte di quelle proposte sono interessanti e certamente condivisibili. C’è, però, un piccolo problema: la stragrande maggioranza dei punti sono già realizzati oppure esistono sotto altre forme.
Per esempio, il punto “definire i servizi minimi da erogare e quelli opzionali rendendo operativo il sistema continuo di monitoraggio delle attività” rappresenta un cardine dei servizi pubblici per l’impiego già da quando si è convertito il vecchio collocamento in centri per l’impiego. È stato ripreso anche nei cosiddetti livelli essenziali di prestazione (Lep-Spi) dalla riforma Fornero del 2012. Oggi, si assiste a una “balcanizzazione” regionale dei Lep connessa alle diverse risorse messe a disposizione in ciascuna Regione. Calabria e Trentino possono avere gli stessi Lep, ma è opportuno accertare la loro applicazione attraverso un adeguato monitoraggio, il più obiettivo possibile. Per essere più chiari, le auto-dichiarazioni dei responsabili dei Cpi non bastano. Vanno definiti Lep oggettivi e verificabili e il monitoraggio va affidato a una autorità indipendente.
A ciò si aggiunge, che non mancano i dubbi neanche sul fatto che la semplice applicazione dei livelli essenziali corrisponda a una maggiore efficacia dei Cpi (v. Giubileo F. e Marocco, Servizi per l’impiego. Non bastano i livelli essenziali). Senza la definizione di principi sanzionatori o incentivanti in termini di collocazioni realizzate, potrebbe prefigurarsi l’ennesimo parcheggio in formazione professionale e questa volta con tanto di certificato di qualità.
Altro punto cardine per l’attuazione della Youth Garantee è “valutare l’appropriatezza dell’attuale distribuzione dei Centri per l’impiego sul territorio nazionale”. È un punto assolutamente condivisibile, soprattutto perché dal monitoraggio fatto dal ministero del Lavoro nel 2013 risulta una distribuzione territoriale del personale assolutamente disomogenea. (4) La Regione Sicilia rappresenta uno dei casi estremi: con poco più della metà delle persone disponibili al lavoro, ha tre volte il numero di dipendenti della Lombardia. A ciò si aggiunga che ha la più elevata quota di personale dedicato al back-office (51 per cento) rispetto a una media nazionale del 29 per cento (in Umbria siamo appena al 10 per cento). La domanda sorge spontanea: cosa fanno queste persone? L’efficienza dei Cpi può essere di molto accresciuta con una riorganizzazione interna del personale. Alla definizione dei Lep si può far corrispondere una definizione di livelli organizzativi minimi uguali in tutti i Cpi: le medie nazionali possono essere punto di riferimento importante per la riorganizzazione degli uffici meno efficienti.
I dubbi maggiori emergono, però, su un altro obiettivo: “sviluppare, a partire dal portale Cliclavoro, una piattaforma web nazionale per facilitare l’incontro domanda-offerta di lavoro. In teoria, si ribadiscono i compiti affidati al portale Cliclavoro, che costa milioni di euro e si spera realizzi già queste attività. (5) Ma una piattaforma nazionale di incontro domanda-offerta rischia di risultare inutile e dispendiosa, visto che sul mercato esistono già strumenti analoghi e molto diffusi tra i disoccupati (come Infojobs). Per essere più efficace, Cliclavoro deve essere conosciuto di più (soprattutto dalle imprese) e il suo impiego promosso non solo all’interno dei Cpi.
E perplessità emergono anche su “definire un piano di formazione degli operatori del sistema e favorire, attraverso i social network, la creazione di una comunità degli addetti ai lavori”. È certamente un punto importante: per il successo della riforma, occorre che gli operatori discutano e facciano propri i suoi contenuti. La formazione dei dipendenti è una condizione necessaria per la sburocratizzazione dei servizi. Tuttavia, conoscendo il contesto, possiamo assicurare che questo avviene già. E ci mancherebbe altro: sorprenderebbe, e non poco, che debba essere una norma a invitare gli operatori a fare qualcosa che dovrebbero fare ormai da anni per tenersi aggiornati.
L’ultimo punto riguarda il sistema di “accreditamento” dei soggetti privati. In questo momento il quadro italiano è estremamente “variopinto”, per così dire, con Regioni che non hanno neppure una legge regionale di riferimento e altre che hanno introdotto innovazioni che, se opportunamente migliorate, sono esportabili a livello europeo.
Un modo più diretto di raggiungere l’obiettivo prefissato, sarebbe formulare una legge nazionale che definisca il rapporto con i fornitori profit e non profit in modo più dettagliato di quanto non è già stato fatto dalle riforme Biagi e Fornero, prevedendo la possibilità che leggi regionali subentrino su alcune materie (dato il noto conflitto di attribuzioni tra Stato e Regioni in materia di politiche attive del lavoro).
Per la prima volta da anni i soldi non mancano. Alle politiche attive del lavoro e ai servizi pubblici per l’impiego saranno destinati in due anni più di 3 miliardi di euro (dai fondi nazionali e comunitari). Forse questi obiettivi non saranno in grado da soli di annullare la disoccupazione (l’impatto sarà relativamente debole), ma almeno prefigurano orientamenti di riforma che dai tempi della legge Treu non hanno mai visto una concreta attuazione a livello nazionale.

Leggi anche:  Con il south working i cervelli tornano in patria

 

(1) Seguendo il modello scandinavo, lo Youth Guarantee prevede l’obbligo per lo Stato di offrire a ogni giovane un’occasione lavorativa, di istruzione o di formazione professionale entro i primi mesi della loro esperienza di disoccupazione.
(2) Su lavoce.info si veda: Giubileo F., “I tanti problemi della formazione professionale”. Per maggiori informazioni su YGE, si  rimanda a Giubileo F. e Pastore F., “Una garanzia europea per i giovani”.
(3) Ministero del Lavoro, “Dalla garanzia giovani al rilancio delle politiche attive del lavoro: realizzazioni e piani per il 2014-2015”, del 14 gennaio 2014,  www.lavoro.gov.it
(4) Ministero del Lavoro, 2013, “Indagine sui Servizi per l’impiego”. www.lavoro.gov.it
(5) Per maggiori informazioni si veda: “Come intercettare la domanda di lavoro?”, lavoroeimpresa.com

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18 commenti

  1. Luca

    Ogni euro speso nella formazione e per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro è positivo (almeno spero).
    Tuttavia, non credo che questo tipo di politica sia oggi la più importante in termini di risultati. Se le speranze dei giovani disoccupati saranno riposte solo nelle soluzioni dal lato dell’offerta si riveleranno essere solo vane illusioni.
    Il problema principale della disoccupazione è che in italia abbiamo avuto un drastico calo della domanda a causa delle politiche di austerità. Anzi, sarebbe meglio dire che il calo dei consumi era proprio l’obiettivo delle politiche di austerità. Dato che i motivi per cui l’austerità è stata implementata rimangono (la mancanza di competitività che provoca lo sbilancio della bilancia dei pagamenti) non credo che il governo cambierà strada con delle politiche espansive.
    Nel breve periodo, il recupero della competitività passa dalla svalutazione del fattore lavoro, ed è per questo che quando sento nominare il job act inizio a preoccuparmi. In bocca al lupo a tutti.

  2. Enrico

    Articolo interessante. Ammesso che si vada nella direzione auspicata, sarà importante mantenere una tempistica stringente (a questi livelli di disoccupazione aspettare ad esempio 3 anni per completarla rischia solamente di rendere lo strumento obsoleto prima ancora che sia completato). Personalmente ho una percezione piuttosto negativa, sia sul presente che sul futuro: concentrarsi troppo sulla parte di incontro domanda-offerta forse è prematuro, quello che vedo al momento è una mancanza cronica di offerta (potremmo anche avere il miglior processo di placement, ma se non ci sono aziende che cercano…). Provate ad andare sui siti di grandi aziende (con sedi in Italia e all’estero) e cercate le posizioni aperte nelle sedi italiane ed in quelle estere.

  3. roberta

    Perché nessuno dice che i Centri per l’impiego sono delle Province e nella maggior parte delle Regioni e anche le funzioni di politica del lavoro e formazione professionale? come si può ignorare questo aspetto fondamentale di cui raramente si trova parola?

  4. Il lavoro viene creato dalle imprese private e dagli enti pubblici: i secondi devono diminuire la spesa, mentre i primi potrebbero chiedere nuovi lavoratori se fossero messi nelle condizioni di risolvere i loro problemi, che in ordine di priorità sono: difficoltà di accesso al credito, mancanza di flessibilità sul lavoro, iper-tassazione sul lavoro e sulle imprese ed eccessiva burocrazia. Se il credit crunch è il primo problema, perché il mantenimento in vita delle imprese permette il riassorbimento dei disoccupati, e non vedo nel programma di Renzi un minimo cenno a questo problema, ritengo sia inutile di parlare di riforma del lavoro.

    • Davide Gionco

      Gli enti pubblici che spendono, creano posti di lavoro mediante gli appalti e l’impiego di personale. Dove sarebbe l’utilità del diminuire la spesa pubblica?

      • La spesa corrente è improduttiva e va ridotta; la spesa per investimenti è produttiva, ma non vi sono risorse per farvi fronte.

        • Davide Gionco

          Le risorse si creano emettendo titoli di stato e spendendo a deficit, alla faccia della Ue che ce lo vieta (vedi Usa, Uk e Giappone che spendono a deficit). Oppure emettendo dei Certificati di Credito Fiscale (spendibili per pagare le tasse, cedibili a terzi) per i pagamenti. Non tutta la spesa corrente è improduttiva: buona parte di essa produce i beni e servizi pubblici che sono una ricchezza per tutti noi. La spesa improduttiva, solo quella, non va tagliata, ma va convertita in spesa produttiva. Perché se si tagliano gli stipendi pubblici, diminuisce la domanda di beni/servizi sul mercato privato, e la crisi si avvita su se stessa.

          • Non penso che vi sia spazio per politiche keynesiane. La spesa improduttiva va tagliata punto, è vero che avremo un calo dei consumi, ma il male dell’Italia è proprio l’improduttività della pubblica amministrazione: sono troppi e lavorano poco, dopo è naturale che le risorse liberate o vanno a diminuire le tasse sul lavoro e sulle imprese, avremo quindi più consumi dei lavoratori e più investimenti delle imprese.

  5. Antonio.B

    Se cominciassimo a chiedere i fondi europei ( che snobbiamo) per iniziare a sistemare tutti i territori a rischio dissesto idro-geologico e altri lavori importanti come la fibra ottica per internet veloce, concordando i prezzi con le aziende, si potrebbero impiegare tantissimi disoccupati e tanti altri verrebbero ripescati dall’indotto che si formerebbe. Probabilmente senza tante pretese e senza lucrarci sopra (almeno per ora) si riuscirebbe a far ripartire i consumi che sono il motore dell’ economia. Tempo fa ho sentito parlare un imprenditore americano che produce cuscini e che nel suo piccolo ha deciso di aumentare lo stipendio ai suoi dipendenti perché dice: “un ricco compra un cuscino esattamente come un povero ma i ricchi sono pochi”.

    • Davide Gionco

      I fondi europei sono dell’ordine dell1% del Pil europeo. Bene che vada ci darebbero 15 miliardi l’anno, pari a 500.000 posti di lavoro. Non sarebbe male, ma noi abbiamo 5 milioni di disoccupati. Ci serve molto di più.

    • Luca

      Tutto quello che serve a dare lavoro e maggior reddito ai cittadini va bene. Però è in contraddizione con la politica di austerità perseguita fino a questo momento. Non credo che qualcuno vorrà rilanciare la domanda a debito (pubblico, perché il privato i soldi non te li darà) prima di aver sistemato il problema della competitività. E, l’unico modo per recuperare competitività nel breve (che non sia quello di svalutare ulteriormente il fattore lavoro) è ritornare alla moneta nazionale.

  6. Davide Gionco

    La questione è abbastanza semplice. Di lavoro da fare, utile, ce n’è finché vogliamo. Non lavoro di esportazione di merci sui mercati internazionali, ma lavoro per l’economia interna: ristrutturazioni degli immobili, infrastrutture pubbliche, servizi alla persona, etc. Quello che manca è il denaro per pagare i lavoratori. Il denaro manca perché le banche lo stanno distruggendo (credit crunch) e ne circola sempre di meno. Inoltre lo Stato si è impegnato a realizzare degli attivi di bilancio per i prossimi 20 anni (Fiscal Compact), il che significa che per 20 anni lo stato incassa denaro sotto forma di tasse e ne spende di meno sotto forma di investimenti. E questo significa che la quantità di denaro in circolazione diminuisce ulteriormente. L’unica soluzione ragionevole, da perseguire a qualsiasi costo, è creare in qualsiasi modo del nuovo denaro in modo da alimentare l’economia reale. Dato che le banche, per loro motivi, continueranno a ridurre l’emissione di credito, l’unico attore che è in grado di agire in maniera anti-ciclica è lo Stato. Per creare nuovo denaro, finanziare gli investimenti pubblici e ridurre la pressione fiscale (per liberare gli investimenti privati) è necessario realizzare degli importanti deficit di bilancio, dell’ordine del 10-15% annuo per almeno 5 anni. Per fare questo è necessario non rispettare i trattati europei. L’alternativa è la continuazione della crisi economica.

    • aldo

      non è solo una questione di credit crunch ma qui manca il terreno fertile quando allo Stato su 10 devi dare 6-7 di tasse poi 2 devi fare da banca per anticipare l’iva 1 qualcuno non ti paga (inoltre 10 anni per giustizia con ulteriori costi) una qualsiasi impresa è già in mano allo Stato e banchieri per gli interessi. Inoltre che investimenti ed assunzioni si vuole fare se poi ti colpiscono pure con gli studi di settore e tasse su presunzione, quindi non sei mai certo di ciò che fai?Più che fai più può essere letale.

  7. Davide Gionco

    La questione dei lavoratori inutili la si deve risolvere unicamente creando dei posti di lavoro utili, licenziando quelle persone dal lavoro inutile ed assumendole per fare un lavoro utile. Se l’Italia disponesse della sovranità monetaria necessaria, ovvero della possibilità di spendere a deficit senza i vincoli europei, non ci sarebbero problemi a realizzare politiche del genere.

  8. Bruno

    Inutile asciugare il pavimento se prima non si chiude il rubinetto! Bisogna prima ristabilire le regole di accesso al lavoro pubblico e privato. Togliere le risorse a chi le utilizza per costruire consenso. Verificare seriamente l’efficacia delle attività finanziate sia politiche attive e formative, tirocini, etc. e poi queste differenze tra giovani e meno giovani vanno riconsiderate, in Italia la disperazione non ha più età! Ma sopratutto investire nella domanda di lavoro che non significa continuare a foraggiare settori arrivati al capolinea, ma investire in settori produttivi che possano creare sviluppo.

  9. rob

    io pongo e mi pongo 2 domande: perchè un giovane che va a Londra in un anno cambia 10 lavori ( media stipendio maggiore dell’Italia)? Perchè il lavoro non si cerca tramite CV?

  10. cezy

    Secondo lei, è più giusto creare lavoro o dare ai disoccupati un sussidio che permetta loro di vivere decentemente finché il lavoro non lo trovano?
    Perché la seconda ipotesi costerebbe molto di meno e presupporrebbe meno ingerenza da parte dello stato nell’attività produttiva. O no? Sono d’accordo con il fatto che il pubblico debba stimolare gli investimenti produttivi in certi casi e sicuramente dovrebbe occuparsi della costruzione di infrastrutture che, soprattutto nel Sud, non esistono, ma il creare lavoro come strumento di welfare non mi convince.

  11. Maurizio Sorcioni

    Purtroppo lo scenario appare anche più critico di quello indicato dagli autori

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