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Irpef: prove di riforma strutturale

Il governo ha deciso di destinare 8 miliardi per anticipare un modulo della riforma fiscale. Le due proposte in campo si concentrano sull’Irpef. Entrambe razionalizzano almeno in parte il sistema. Sarebbe invece meglio posticipare l’intervento sull’Irap.

Manovra e legge delega sul fisco

Le anticipazioni sull’accordo raggiunto tra le forze politiche di maggioranza su una proposta di riforma del fisco hanno scatenato l’usuale ridda di commenti contrastanti. Il “chi ci guadagna quanto” ha dominato la discussione sui media, con organizzazioni imprenditoriali e sindacali per una volta singolarmente unite nelle critiche, seppure per motivi opposti. Ma si è discusso poco di altri possibili vantaggi della proposta, nonché dei suoi limiti. Proviamo a vederli.

A ottobre, il Consiglio dei ministri ha approvato una proposta di legge delega di riforma del sistema tributario italiano, attualmente all’esame del parlamento. Successivamente, in sede di preparazione della manovra di bilancio per il 2022, il governo ha deciso di investire 8 miliardi in un primo modulo della riforma, così da anticiparne una parte degli effetti al prossimo anno, invece di attendere approvazione e decreti attuativi della delega. Naturalmente, siccome l’intervento è concepito come una prima fase della delega fiscale, deve rispettarne principi e obiettivi. 

E l’obiettivo principale è l’alleggerimento del peso fiscale sui fattori produttivi, in particolare sul lavoro, e ancora più in particolare sul lavoro dipendente, molto più colpito dal fisco in quanto molto meno evaso o eroso di altri redditi. Vale la pena ricordare che la tassazione sul lavoro in Italia (comprensiva dei contributi) è tra le più alte in Europa, 6 punti in più della media, e che, secondo le stime ufficiali, i redditi da lavoro autonomo sono evasi per il 68 per cento del totale, tanto che i redditi da lavoro dipendente (e assimilati, cioè i trattamenti pensionistici), che costituiscono solo il 55 per cento circa di tutti i redditi sulla base delle stime, rappresentano viceversa l’84 per cento della base imponibile dell’Irpef e generano l’81 per cento del gettito. 

Un secondo obiettivo importante è la revisione della struttura delle aliquote marginali e medie effettive dell’Irpef, la principale imposta sul lavoro, per evitare gli attuali preoccupanti “salti” presenti in diversi punti della distribuzione dei redditi. 

Il punto merita qualche precisazione ulteriore, perché è stato del tutto ignorato nel dibattito sulla stampa e nella comunicazione politica. Per ragioni discutibili, a un certo punto della nostra storia tributaria si è deciso di ridurre drasticamente il numero di scaglioni dell’Irpef (ora solo cinque, da un minino del 23 per cento a un massimo del 43 per cento), recuperando un percorso più graduale di progressività tramite l’introduzione di una serie di detrazioni all’imposta decrescenti nel reddito e differenziate per tipologia (autonomo, dipendente e pensionistico). Questa scelta ha però avuto l’effetto di rendere poco trasparente il sistema, visto che così le aliquote legali di imposta corrispondenti ai vari scaglioni non dicono molto su quanto effettivamente un contribuente deve al fisco per ogni euro in più guadagnato. 

Come se non bastasse, si è poi aggiunto (dal 2014) il “bonus Irpef”, ossia un trasferimento monetario a vantaggio dei lavoratori dipendenti, indicizzato al reddito lordo e anch’esso decrescente nel reddito. Oltre a rendere ancora più complesso e meno trasparente il sistema, per il gioco di aliquote legali crescenti e detrazioni/trasferimenti decrescenti, il “bonus Irpef” ha generato veri e propri salti nelle aliquote marginali effettive, soprattutto a bassi livelli di reddito. La sua revisione decisa per il 2020 ha ridotto in parte il problema, ma non l’ha risolto del tutto. 

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Un esempio può aiutare a capire meglio. Sulla base del sistema attuale, se un lavoratore dipendente che guadagna tra i 35 mila e i 40 mila euro (lordi) l’anno riesce a strappare 1.000 euro di retribuzione lorda (al netto dei contributi) in più dal datore di lavoro, deve in realtà trasferirne 610 al fisco. Questo non è solo ovviamente eccessivo, con gli immaginabili effetti in termini di disincentivo all’offerta di lavoro, ma è pure iniquo, visto che un lavoratore più ricco, per esempio uno che ne guadagna 60 mila (lordi) che riuscisse a ottenere lo stesso incremento, ne verserebbe solo 410 al fisco. 

La proposta del governo

Questi problemi spiegano la decisione presa dal governo di concentrare la maggior parte delle risorse a disposizione su una riforma dell’Irpef. Anzi, una delle scelte ancora possibili è quella di utilizzare tutti gli 8 miliardi in questa direzione, anche se la stampa ora riporta come più probabile una suddivisione 7+1, cioè 7 miliardi sull’Irpef e 1 miliardo sull’Irap pagata dai contribuenti persone fisiche (essenzialmente lavoratori autonomi). Da quanto anticipato sui giornali, entrambe le proposte sull’Irpef si basano su una revisione delle aliquote degli scaglioni e di un incremento delle detrazioni per le tre tipologie di reddito, in modo da offrire vantaggi a tutte le categorie, nel contempo, però, riassorbendo il bonus Irpef nella nuova detrazione ampliata per lavoratori dipendenti. 

Nella versione da 8 miliardi, gli interventi su scaglioni e detrazioni riuscirebbero a eliminare del tutto i salti nelle aliquote, con un’aliquota marginale effettiva costante per tutti i redditi da lavoro dipendente sopra i 28 mila euro. 

La proposta da 7 miliardi ha a disposizione un miliardo in meno, ma riesce ancora a ridurre fortemente i salti, seppure con un’aliquota marginale effettiva che rimane più elevata per un ampio gruppo di contribuenti nelle fasce centrali di reddito. 

In entrambi i casi, per costruzione, non ci sono “perdenti”; il trattamento integrativo da bonus viene mantenuto per i redditi da lavoro dipendente al di sotto dei 15 mila euro, ed è comunque prevista una “clausola di compensazione” per i pochi casi (in termini percentuali) in cui l’accresciuta detrazione non copra del tutto l’eliminazione del bonus integrativo. Come già riportato dalla stampa, in entrambe le versioni della riforma, la maggior parte dei vantaggi si concentra nella fascia tra i 28 mila e i 50 mila euro, dove si colloca circa il 33 per cento dei lavoratori dipendenti, con guadagni che oscillano tra i 140 e gli 840 euro l’anno. 

Nella fascia tra i 15 mila e i 28 mila euro i guadagni sono in media inferiori, attorno ai 130-150 euro l’anno, ma andrebbe osservato che questi lavoratori, tramite l’accresciuta detrazione, mantengono anche i vantaggi ora garantiti dal bonus, pari a 1.200 euro all’anno. 

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Le critiche

Alla luce di queste osservazioni, alcune critiche paiono poco giustificate. Sulle caratteristiche distributive si è già detto. Vale forse la pena di osservare che mentre nessuno ci perde, in entrambe le versioni della riforma, i maggiori guadagni, per circa il 95 per cento del totale, vanno a vantaggio di lavoratori dipendenti e pensionati, un elemento desiderabile alla luce delle considerazioni prima ricordate. 

Per quanto riguarda le parti sociali, un altro modo di calcolare i possibili vantaggi della riforma è chiedersi quanto i sindacati dovrebbero ottenere, e gli imprenditori sborsare, per attribuire ai lavoratori gli stessi euro netti ora garantiti della riforma. Siccome su ogni euro lordo concesso dagli imprenditori è necessario pagare i contributi sociali (a un’aliquota del 33 per cento) e su quello che resta i lavoratori devono poi versare la loro aliquota marginale effettiva Irpef, la cifra è ovviamente molto superiore. Per esempio, nella fascia ora più avvantaggiata dalla riforma (perché più svantaggiata prima), cioè quella tra i 35 mila e i 40 mila euro, è facile calcolare che per mettere in tasca ai lavoratori gli stessi 845 euro netti annui garantiti dalla riforma, con il sistema attuale un imprenditore dovrebbe sborsare 3.250 euro. 

Le critiche casomai dovrebbero andare in altra direzione. Per esempio, non appare ragionevole “sprecare” in questa fase un miliardo di euro per un intervento sull’Irap. La legge delega prevede un graduale superamento del tributo, ma vista la dimensione delle cifre in gioco (circa 14 miliardi di euro) sarebbe meglio un intervento comprensivo sul sistema tributario per trovare le risorse alternative, piuttosto che uno sconto limitato solo ad alcune categorie di contribuenti Irap, oltretutto suscitando anche qualche preoccupazione di tipo giuridico. 

Un’ultima considerazione, che rappresenta anche il limite principale delle due proposte sull’Irpef. Se hanno almeno il merito di ridurre un po’ il peso del fisco sui contribuenti e rimettere a posto il sistema delle aliquote marginali e medie effettive, si tratta solo del primo e nemmeno del principale degli interventi necessari. Come più volte ricordato su questo sito, il problema principale dell’Irpef è rappresentato dalla presenza di numerosi meccanismi agevolativi che ne hanno ridotto drasticamente la base imponibile, sottraendo i redditi relativi dall’imposta. Una razionalizzazione e revisione di questi meccanismi, così come previsto dalla legge delega, consentirebbe una riduzione molto più marcata del carico fiscale sui contribuenti, con un’ulteriore riduzione delle aliquote.

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17 commenti

  1. Come riterrebbe invece una semplificazione compiuta tramite l’introduzione di una funzione continua che determini l’aliquota Irpef, eliminando tutte le deduzioni e detrazioni (da sostituire con erogazioni dove necessario mantenere un sostegno diretto al reddito)?

    • GGB Cattaneo

      L’idea di una “funzione continua” è bella, ma credo abbia dei limiti tecnici che la rendono difficile da applicare.

      • Francesco

        Salve, ma anche quest anno faranno l’eccezione come l’anno scorso degli incapienti a causa della cig Covid, per il trattamento integrativo? E un altra cosa per la somma dei redditi per arrivare alla soglia del trattamento integrativo si somma anche quello della cig?

  2. La direzione di questa riforma, con il preannunciato passaggio a tre aliquote, è quella verso un sistema sempre meno progressivo, in linea con gli ultimi cinquant’anni di modifiche.
    Come riterrebbe invece una semplificazione compiuta tramite l’introduzione di una funzione continua che determini univocamente l’aliquota Irpef, eliminando tutte le deduzioni e detrazioni (da sostituire con erogazioni dove sia necessario mantenere un sostegno diretto al reddito)?
    Può trovare una proposta in merito su redditonaturale.org

    • Henri Schmit

      Proposta intelligente che illustra quanto sia poco intelligente la riduzione degli scaglioni. Presentare un minor numero di scaglioni come una semplificazione è aberrante, un inganno. Stiamo andando indietro!

  3. Il sistema proposto a quattro scaglioni con il mantenimento della prima e dell’ultima aliquota, avvantaggia, più che i redditi medi (26.000 €) i redditi medio alti e i redditi anche milionari. Perchè non si dice, anche solo per una questione di trasparenza che a guadagnarci sono anche questi redditi, all’infinito con un risparmio costante di imposte dovuto alla riduzione delle due aliquote precedenti, senza intervenire con un aumento dell’aliquota sull’ ultimo scaglione di reddito? Ad esempio un reddito di 1 milione di Euro risparmia 270 Euro all’anno, più che un reddito di 26.000 € che ne risparmia solo 220 (ammesso che non assorba il bonus Renzi, perchè altrimenti sarebbero solo 120)?
    Questi redditi non hanno bisogno di essere sostenuti e il risparmio fiscale si trasforma in accumulo. Mentre il risparmio fiscale per i redditi più bassi si trasforma in consumi con vantaggio per l’economia.
    Un risultato più equo sarebbe strato possibile introducendo una progressività continua attraverso un algoritmo che personalizza il prelievo fiscale su ogni reddito. Perchè è stato escluso?

    • GGB Cattaneo

      Esatto, è una miniriforma incostituzionale, ma la riduzione del numero delle aliquote è di vecchia data, alla fine ne rimarrà solo una…

  4. Paolo

    Sfugge sempre al dibattito sulle tax expenditures il fatto che le detrazioni siano una delle pochissime misure che combatte un’evasione fiscale che ormai costa all’erario oltre 100 miliardi di mancati introiti.
    Questa enormità dovrebbe essere il primo pensiero quando si parla di riforma fiscale.
    Bene la riduzione delle aliquote (che peraltro non risolve il problema principale più volte citato anche su questo sito: lo “scalone” dal 27% al 38%, che nella nuova versione scende dal 11% al 10%, una riduzione trascurabile), ancora meglio la proposta nei commenti dell’aliquota proporzionale (come guarda caso già c’è in Germania), ma le detrazioni andrebbero semmai potenziate a spese dei trasferimenti in denaro, non viceversa.
    L’obiezione che così ci rimettono gli incapienti è assurda, in un paese dove esiste il reddito di cittadinanza.

    • E’ ormai acclarato che il sistema delle detrazioni avvantaggia i redditi più elevati, perchè quelli minimi e medi non hanno la capacità economica per fruirne. Basta guardare le statistiche fiscali pubblicate sul sito del MEF. Quindi questo sistema riduce la curva della progressività dell’intero sistema. Meglio un numero elevato di scaglioni e relative aliquote, ma ancor meglio un sistema di aliquota progressiva continua come suggerito da Francesco Komauli.
      Un esempio, sia pure diverso, ce lo fornisce la Germania. Anna Paschero

      • Henri Schmit

        È giusta l’analisi (regressività delle detrazioni), ma la conclusione (abolirle) non è l’unica possibile. Con 1. una progressività più lineare, 2.. un aumento la soglia di reddito non imponibile e 3. un aumento dell’aliquota marginale più alta (l’unica ragione di fermarsi al 43%, o ad un’altra percentuale, è di non incitare evasione e emigrazione fiscale), allora le detrazioni vigenti sono compatibili con l’obiettivo dell’equità fiscale. Mi sembra che sia la mancanza di coraggio per una riforma seria a suggerire la soppressione delle detrazioni come un’attenuazione degli squilibri attuali. O sbaglio?

  5. L’accordo raggiunto sembra non andare nella direzione di una riforma strutturale che abbia anche effetti redistributivi e di equità. La riduzione degli scaglioni riduce la curva della progressività dell’imposta, allontanandola dai principi costituzionali e avvicinandola sempre di più al contenuto dello Statuto Albertino del 1848 in una prospettiva, già ventilata, di una ulteriore riduzione degli scaglioni a tre . I benefici fiscali sono distribuiti in maniera inversa rispetto ad una logica di equità che dovrebbe favorire i redditi più bassi e medi (questi ultimi sono di 26.000 €) ai quali vanno poche briciole. (sono 20 milioni di contribuenti) . Ma l’aspetto più discutibile riguarda il risparmio fiscale di cui usufruiranno non solo i redditi medio alti ma anche quelli molto elevati, senza alcun limite, per effetto del vantaggio loro apportato dalla riduzione di cinque punti percentuali dell’aliquota del secondo e terzo scaglione in mancanza di interventi di aumento dell’ultima aliquota che risulta immutata.
    Il risparmio fiscale di questi ultimi si tradurrà inevitabilmente in accumulo, mentre sarebbe stato possibile aumentare i consumi, con benefici effetti sull’economia, dei percettori dei redditi più bassi che avrebbero avuto una busta paga o una pensione netta in busta paga più elevata. Anna Paschero

  6. enzo

    sono completamente d’accordo con Anna Paschiero. Le detrazioni costituiscono un trasferimento di ricchezza verso i più abbienti. La riduzione degli scaglioni comporta inevitabilmente una riduzione della progressività. Si parlava di applicare un sistema progressivo “alla tedesca” perché si è andati per un’altra strada ? La no tax area in altri paesi è decisamente fissata ad un livello più alto mentre qui si assiste alla tassazione di redditi veramente minimi. Credo che le motivazioni siano state più partitiche ed elettoralistiche , cioè si è voluto stabilizzare la maggioranza di governo e ammiccare a coloro che si rendono maggior mente conto del prelievo fiscale che subiscono, non dovendo lasciare tutto in mano al sostituto d’imposta.

  7. Henri Schmit

    Presentare la riduzione degli scaglioni come una semplificazione è aberrante. Implica inoltre una minore progressività. Ma la critica più seria delle modeste modifiche proposte dal governo riguarda l’effetto sulle diverse classi (decili) di reddito. A mio parere è un’occasione persa per un ribilanciamento del peso fiscale verso una maggiore equità e progressività che, se fatto bene, gioverebbe anche alla crescita economica. A mio parere (che mi sono fatto molto prima delle ultime crisi pandemica e finanziaria e delle trasformazioni digitali) bisogna alleggerire la tassazione dei redditi (da dipendenti e da partita iva) bassi e osare fissare aliquote più alte per i redditi oltre certi importi. Non si osa farlo perché si teme l’evasione delle partite iva. È comprensibile, ma non basta per giustificare lo status quo. Infine bisogna ripensare la base dell’Irpef definendola come variazione periodica in positivo del patrimonio. Oggi troppi guadagni che non sono flussi apparenti sono esclusi dall’Irpef. Questo è un’ingiustizia e una distorsione gratuita, legata a categorie giuridiche formali e quindi soggette alla volontà e capacità creativa dei contribuenti nonché alla efficienza del sistema fiscale sia in termini di formulazione delle regole che in termini di capacità di lotta alle infrazioni e agli abusi.

    • GGB Cattaneo

      Concordo, mi stupisce che il governo ed il parlamento siano così lontani dal sentire comune

  8. Maurizio Cortesi

    Il convitato di pietra di questo dibattito è l’imposta patrimoniale con revisione del catasto prima casa ecc. che è lo strumento complementare all’ Irpef per realizzare un sistema fiscale davvero progressivo la cui ratio é quella di contrastare le posizioni dominanti nella società, di evitare o almeno contestare le oligarchie, é per questo é opportuno che chi parte dal basso possa guadagnare molto e al tempo stesso chi ha già molto non possa mantenere la posizione senza sforzo perché il patrimonio è sistematicamente intaccato (Non espropriato) dal fisco (innanzitutto per pagare il debito pubblico). Quindi le aliquote Irpef vanno abbassate tutte e non ridotte di numero anzi, e i relativi scaglioni ampliati, ad esempio partendo dal 12.5% -la ritenuta sugli interessi sui titoli di stato ma anche una proporzione antica 1/8 – fino a 18 mila euro (20% in più di adesso) ed arrivando al 37.5 (3 volte la minima) sopra i 540 mila (30 volte il primo scaglione) ma includendo tutti i redditi ed eliminando tutte le agevolazioni e le detrazioni/deduzioni inclusa quella da lavoro dipendente perché è qui, oltre ad altri aspetti del sistema previdenziale, che dovrebbe intervenire l’apporto razionalizzante di un vero reddito (io preferirei dotazione perché non è tassato) di cittadinanza cioè (gradualmente) esteso a tutti. Un imposta patrimoniale secca non a scaglioni con aliquote ad esempio tra lo 0.2 fino a 500 mila euro e il 2% oltre i 500 milioni completa l’impostazione concorrenziale del sistema fiscale, cioè contro la mano morta che non è solo pubblica purtroppo (e questo è un altro ambito di riforme).

  9. marcello

    Oggi su un quotidiano nazionale è stato pubblicato il grafico dei redditi dichiarati dagli italiani. Sono cose note a tutti, ma quando te le sbattono in faccia con tutta la loro semplice evidenza e pensi …. a qual è la ricchezza media delle famiglie italiane, ai 4.777 miliardi di euro della loro ricchezza finanziaria, agli oltre 5200 miliardi di ricchezza immobiliare, alle 8,4 volte della ricchezza netta rispetto al reddito lordo (la più alta del mondo!), al 76% delle famiglie proprietarie di immobili, ti chiedi di quale riforma si stia parlando. Sono veramente stanco di sentire ananlisi proposte e discussioni infinite se è meglio uno schema piuttosto che un altro. Parlate della pagliuzza e non vedete la trave che sta sciacciando l’architettura sociale. Vorrei dirvi una cosa semplice , ma credo definitiva; basta con la tolleranza sull’evasione e basta ai giochetti che consentono l’elusione. Basta diversifcazione del trattamento fiscale sulla base dell’origine del reddito, basta mance e mancette. Da Draghi mi aspetto questo, niente di più e nente di meno, solo che faccia pagare le tasse a tutti coloro che devono, una volta e per sempre, Se non lui chi? Se non ora quando?

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