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Salario minimo: non è la ricetta per aumentare i redditi bassi

Per ottenere un aumento dei compensi più bassi, il salario minimo legale non è lo strumento adatto. Si dovrebbe invece intervenire sull’Irpef. Il taglio per i lavoratori a basso reddito ricadrebbe sulla fiscalità generale, dunque sui redditi più alti.

Aumento dei prezzi col salario minimo

La riflessione in merito all’aumento dei salari più bassi, per ridurre le disuguaglianze nel nostro sistema economico, si è concentrata sull’introduzione di un salario minimo legale e sulle conseguenze che avrebbe sull’occupazione.

In un sistema di concorrenza imperfetta come quello odierno, nel quale il potere di mercato delle imprese caratterizza sia il mercato del lavoro che il mercato dei prodotti, l’introduzione di un salario minimo potrebbe non avere importanti conseguenze negative in termini di occupazione. Alcune ricerche empiriche condotte in Gran Bretagna e Unione europea, infatti, sembrano suggerire che all’aumento dei costi, fra i quali compare il salario, le imprese potrebbero in parte aumentare i prezzi dei prodotti e quindi limitare la diminuzione del proprio margine di profitto. Una tale struttura del sistema economico potrebbe perciò determinare un aumento dei prezzi di quei prodotti, con la conseguenza che i consumatori che li acquistano vedrebbero ridotto il proprio reddito in termini reali.

Una riflessione completa su un tale provvedimento redistributivo deve allora contemplare anche una valutazione di altre modalità per il suo perseguimento, perché l’aumento del salario minimo per alcune categorie di lavoratori modificherebbe i prezzi relativi dei prodotti e determinerebbe in parte una spesa aggiuntiva per i consumatori.

Ridurre le diseguaglianze

Dato l’obiettivo dell’innalzamento del salario reale per una certa categoria di lavoratori, si potrebbe allora prevedere, in alternativa, una riduzione delle aliquote Irpef sui redditi più bassi, spostando così le conseguenze dell’operazione dai consumatori ai contribuenti. Una differenza sostanziale consiste nel fatto che i percettori di redditi più bassi destinano una parte superiore del proprio reddito ai consumi, rispetto a quanto non facciano i percettori di redditi più alti, mentre il nostro sistema tributario, quanto meno per la parte del gettito riferibile all’Irpef, stabilisce che chi ha redditi superiori versi una percentuale di imposte maggiore rispetto ai meno abbienti.

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Se si introducesse un salario minimo legale, il peso dell’aumento del salario sarebbe sopportato maggiormente dai consumatori meno abbienti. Mentre con la riduzione del carico fiscale si configurerebbe una redistribuzione del reddito a favore dei percettori di redditi più bassi.

Il provvedimento non riguarderebbe solo i lavoratori, quindi, ma tutti i contribuenti con redditi bassi. Per evitare tuttavia che la riduzione dell’Irpef per i lavoratori possa essere trattenuta dai datori di lavoro, in quanto sostituti d’imposta, si potrebbe eventualmente stabilire una modalità di liquidazione automatica periodica della somma da parte dell’amministrazione finanziaria, a valere sul conto corrente del contribuente. È evidente che si tratta in ogni caso di una redistribuzione di risorse e che nel caso della riduzione dell’Irpef si configurerebbe un intervento pubblico di aumento dei redditi più bassi che dovrebbe essere finanziato. È quindi opportuno riflettere sin da ora anche sulla modalità del finanziamento, di modo che un reddito incrementale non sia poi bilanciato da una riduzione di servizi pubblici o dall’aumento del debito pubblico.

Se l’obiettivo dell’introduzione di un salario minimo legale è di tipo redistributivo fra categorie di cittadini, è bene includere nella discussione anche le conseguenze prevedibili del provvedimento di aumento dei redditi più bassi sia per il settore privato che per le finanze pubbliche, per evitare che si realizzi una mera attività solidaristica all’interno della stessa categoria di persone. E si possa concretizzare, invece, l’obiettivo redistributivo dichiarato.

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  1. Fabrizio

    Sante parole ! Anche i sostegni alla povertà, a cominciare dal “reddito di cittadinanza”, sarebbero assai meglio gestiti in ambito fiscale, IRPEF soprattutto. E, come dice l’autore, “si potrebbe eventualmente stabilire una modalità di liquidazione automatica periodica della somma da parte dell’amministrazione finanziaria, a valere sul conto corrente del contribuente”. Sarebbe la cosiddetta “tassazione negativa” teorizzata già decenni fa.

    • Giampiero

      Ma si pone la domanda come e’ giustificabile che il lavoro produttivo per quanto subalterno o proprio per questo non possa garantirgli neppure un salario di sopravvivenza? Allora oltre lavotare uno deve anche rubare?

  2. Rai Kom

    Da anni si ragiona in termini di riduzione delle tasse come se queste fossero il male del paese. Ma anche quando furono ridotte non mi pare si risolse molto.

  3. Gino

    Per salario minimo s’intende, a mio modesto avviso, la paga oraria che protegge un lavoratore, al di sotto della quale non può essere pagato in quanto, anche se per assurdo potessimo azzerare il carico fiscale, la paga risulterebbe sempre sotto la soglia della dignità.
    La maggioranza dei lavoratori poveri sono pagati a cottimo e sottostanno a leggi di mercato legate a contratti pirata frutto di appalti ottenuti con aste al ribasso.

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