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Che effetto fa il salario minimo

Quando le imprese hanno potere di mercato, riescono a pagare un salario inferiore al valore di quanto prodotto dai lavoratori. È un fenomeno diffuso specialmente al Sud e in alcuni settori. L’introduzione di un salario minimo aiuterebbe ad attenuarlo.

Il dibattito sul salario minimo

Negli ultimi mesi, anche a causa delle conseguenze negative della pandemia sull’economia e sul mercato del lavoro, la discussione sulla possibile introduzione di un salario minimo in Italia ha ripreso vigore e conquistato un crescente spazio sui media. A quasi un anno dalla proposta di direttiva su “salari minimi adeguati” pubblicata dalla Commissione europea, il dibattito è ancora aperto e le opinioni di politici, giornalisti ed economisti, non solo sulla sua introduzione, ma anche sulle modalità di eventuale attuazione della misura, sono svariate e spesso tra loro discordanti.

I possibili effetti di un salario minimo sono stati a lungo studiati dall’analisi economica: lo scetticismo che prevaleva in passato, alimentato dall’idea che un aumento del costo del lavoro si sarebbe tradotto inevitabilmente in una contrazione dell’occupazione, ha progressivamente lasciato il posto a una maggiore apertura. In particolare, si è mostrato che, quando i datori di lavoro possiedono potere di monopsonio, ossia pagano salari che non remunerano adeguatamente i lavoratori in base a quanto producono, un salario minimo andrebbe semplicemente a ripristinare quel livello di compensazione che si osserverebbe in un mercato competitivo, e non causerebbe necessariamente una più alta disoccupazione.

Qui sintetizziamo i risultati principali di una nostra ricerca che analizza l’impatto di un potenziale salario minimo attraverso una innovativa chiave di lettura che lega il tema a quello delle imperfezioni sul mercato del lavoro a livello di impresa.

Le imperfezioni sul mercato del lavoro

Recenti metodi di stima permettono di catturare l’esistenza di imperfezioni sia nel mercato dei beni che in quello dei fattori. L’analisi si basa sulla stima di una funzione di produzione, ossia la relazione che lega gli input (capitale, lavoro, beni intermedi) all’output di un’impresa. Partendo dalle informazioni presenti nei dati di bilancio, è possibile identificare i coefficienti della funzione e, attraverso questi ultimi, misurare sia il markup (cioè la differenza tra prezzo e costo di produzione), sia la distanza tra salario e prodotto marginale del lavoro. Quest’ultimo rappresenta il valore della produzione ottenuta incrementando l’utilizzo del fattore lavoro di una unità. In un mercato perfettamente competitivo, il prodotto marginale è uguale alla remunerazione. Quando invece le imprese hanno potere di mercato (monopsonio, in gergo economico), riescono a pagare un salario inferiore al valore di quanto viene prodotto dai lavoratori.

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Applicando questa metodologia a un campione di imprese manufatturiere italiane per gli anni 2011-2018 si può osservare una riduzione del potere di monopsonio dei datori di lavoro, a vantaggio dei loro lavoratori; tuttavia, il numero di imprese monopsoniste è ancora rilevante, specialmente in alcuni settori e nel Mezzogiorno (tabella 1). Di conseguenza, l’introduzione di un salario minimo potrebbe ridurre tali distorsioni sul mercato del lavoro.

Il brusco calo nella quota di imprese classificate come monopsoniste che si osserva tra il 2015 e il 2016 non è tanto dovuto a un aumento dei salari (che pure c’è stato), quanto piuttosto a una dinamica molto fiacca della produttività.

Ipotizzando un salario minimo di 9 euro l’ora, abbiamo confrontato questo valore con le informazioni a nostra disposizione su salari medi, potere di mercato di datori del lavoro/lavoratori e produttività marginale del lavoro per classificare le imprese del nostro campione in quattro categorie.

1) Imprese con bassi salari e bassa produttività del lavoro, i cui lavoratori godono di qualche grado di potere di mercato: l’impatto del salario minimo su queste imprese sarebbe probabilmente negativo, dal momento che reagirebbero riducendo la domanda di lavoro o, in casi estremi, abbandonando il mercato. 

2) Imprese in condizioni di monopsonio con bassi salari e bassa produttività del lavoro: l’effetto del salario minimo è ambiguo. Come nel caso precedente, potrebbe causare una contrazione dell’occupazione, ma allo stesso tempo, portando a salari più elevati, attenuerebbe il potere di monopsonio con vantaggi per i lavoratori e l’economia.

3) Imprese con bassi salari ma alta produttività del lavoro: tali imprese godono di potere di monopsonio; un salario minimo può quindi ridurre le imperfezioni di mercato, con effetti positivi sui lavoratori e l’economia.

4) Imprese che già pagano salari pari o superiori al salario minimo: l’impatto del salario minimo è trascurabile.

Nel 2018, le imprese che pagavano un salario inferiore a quello minimo da noi definito e dunque rientranti nelle categorie 1-3 rappresentavano oltre il 15 per cento del nostro campione, percentuale che aumenta significativamente nelle regioni meridionali (figura 1).

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Figura 1 – Distribuzione regionale delle imprese per categoria, 2018

Fonte: Elaborazione dati dell’autore

Qual è il salario minimo ottimale

L’applicazione di un salario minimo genererebbe dunque un effetto netto ambiguo sull’economia a causa dell’effetto opposto sulle imprese appartenenti alle categorie 1 e 3. Pertanto, abbiamo calcolato un salario minimo “ottimale”, che corrisponde al valore che minimizza il numero di imprese danneggiate e massimizza quelle che subiscono una riduzione del potere di monopsonio. Secondo la nostra analisi, il salario minimo ottimale, basato sui dati 2018, è compreso tra 8,25 e 9,65 euro all’ora (al netto dei contributi previdenziali). L’intervallo corrisponde a circa il 60-65 per cento del salario mediano, un valore che la letteratura considera avere un impatto pressoché nullo sulla domanda di lavoro da parte delle imprese.  

I risultati ottenuti si riferiscono al settore manifatturiero, caratterizzato da salari mediamente più elevati rispetto a quelli osservati in alcuni settori del terziario a basso valore aggiunto, per i quali l’introduzione di un salario minimo avrebbe pertanto un impatto maggiore. Ciò nonostante, la nostra analisi, che si concentra sulle imprese anziché sui lavoratori, e in particolare sulle imperfezioni del mercato del lavoro nel quale operano, fornisce una nuova chiave di lettura rispetto al dibattito sul salario minimo e sulle modalità per definirne il valore ottimale.

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  1. Pier Doloni Francuzi

    Da dove arriva il dato che da “8.25 a 9..65” l’ora sarebbe tra il 60 e il 65% del dato mediano?
    Quale fonte mette il salario mediano a circa 15 euro orari?
    Nemmeno quello medio è così alto.

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