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Quell’irresistibile voglia di muri

La Ue esclude il finanziamento alla costruzione di barriere fisiche contro i migranti. Resta però la debolezza della sua politica migratoria. Si dovrebbero invece creare canali di immigrazione legale in Europa per ragioni umanitarie, ma anche economiche.

Muri nazionali con fondi europei?

Gli ultimi mesi hanno segnato una rinnovata attenzione dell’opinione pubblica europea verso i flussi migratori irregolari sui confini orientali. La crisi afgana con l’arrivo (reale o temuto) di profughi e la “crisi migratoria lituana”, in larga parte determinata politicamente dal governo bielorusso, sono stati due fra gli eventi che hanno contribuito a riaccendere i riflettori su ciò che succede ai nostri confini.

In questo contesto, i ministri degli Interni di dodici paesi membri dell’Ue (Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Ungheria) hanno inviato una richiesta ufficiale alla Commissione Europea di finanziare la costruzione di muri e barriere fisiche ai confini esterni dell’Ue. Le autorità europee hanno più volte espresso la contrarietà a finanziamenti Ue alla costruzione di muri anti-immigrazione. Al termine del vertice di Bruxelles del 22 ottobre, lo hanno ribadito sia la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che il nostro presidente del Consiglio Mario Draghi.

Pochi giorni prima, anche la commissaria agli Interni Ylva Johansson aveva escluso il finanziamento Ue alla costruzione di barriere fisiche, ma aveva tuttavia sottolineato che i paesi europei hanno diritto a costruire muri per tutelare i propri confini. La sua posizione non è peraltro una novità, visto che già in agosto aveva espresso la convinzione che la Lituania dovesse costruire una barriera fisica alla frontiera con la Bielorussia.

Le dichiarazioni pilatesche della commissaria Johansson non fanno altro che certificare la debolezza della Ue in termini di politica migratoria. Negli ultimi anni, l’Europa ha cercato di esternalizzare in misura crescente i controlli delle frontiere ai paesi di transito, quali la Turchia e la Libia – con esiti pratici dubbi ma costi diplomatici e umani certi – mentre non ha saputo dotarsi di una politica di controllo delle frontiere unitaria, né tantomeno di una politica dell’asilo comune. Nel frattempo, il budget di Frontex, l’agenzia europea preposta ai controlli alle frontiere esterne dell’Unione europea, è lievitato dagli iniziali 6 milioni di euro del 2006 fino a 543 milioni nel 2021; e continuerà a salire nel corso dei prossimi sette anni, con uno stanziamento complessivo di 5,6 miliardi di euro nel bilancio Ue per il 2022-2029. 

Un passo indietro

L’accettazione politica che la commissaria europea agli Interni dà alla realizzazione di muri di confine da parte degli stati membri segna di fatto un passo indietro nella costruzione di una politica comune: rendere inaccessibile un tratto di confine ai migranti ha infatti come effetto principale di spostare la direzione dei flussi migratori, più che di diminuirne le dimensioni. Quand’anche si accettasse che la diminuzione della dimensione dei flussi migratori è un obiettivo desiderabile – il che è fortemente discutibile, visto che una elevata frazione dei migranti che cercano di entrare nei confini europei sono profughi e quindi titolari, secondo le norme internazionali ed europee, di un diritto soggettivo alla protezione internazionale – la costruzione autonoma di muri da parte di alcuni stati membri non sembra il modo migliore per raggiungerlo. 

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Come ha giustamente sottolineato anche il presidente del Consiglio Mario Draghi al termine del vertice europeo: “Il problema che abbiamo vissuto per tantissimi anni da soli oggi è un problema di tutti e quindi è importante non dividersi, perché ormai è un problema comune, non ha senso privilegiare un paese o una rotta”.

La lezione americana…

La letteratura economica ha analizzato gli effetti della crescente militarizzazione della frontiera tra Usa e Messico, mostrando in particolare come aumentare la presenza di poliziotti di frontiera in alcune zone del confine porti inevitabilmente alla deviazione dei flussi migratori verso altri punti di ingresso, con un effetto complessivo incerto. 

Il contributo più recente si è concentrato proprio sulla costruzione di muri alla frontiera fra Stati Uniti e Messico. Non si tratta del “big, beautiful wall” sognato da Donald Trump, quello che avrebbe dovuto pagare il governo messicano e che non è mai stato concluso. C’erano già 650 miglia (oltre mille chilometri) di muri e barriere quando Trump è diventato presidente, circa un terzo dell’intero confine. Al termine del suo mandato erano state aggiunte 460 miglia di barriere, la maggior parte delle quali a rinforzare quelle esistenti e “solo” 85 miglia costruite in località precedentemente prive di protezione. La gran parte delle barriere dell’era pre-Trump (550 miglia) furono costruiti a partire dal Secure Fence Act, firmato dal presidente George W. Bush nel 2006. Proprio su questo intervento si concentrano Allen, Dobbin e Morten mostrando che la costruzione del muro ha avuto un effetto sulle scelte delle rotte di ingresso degli immigrati messicani irregolari e sulla loro destinazione all’interno degli Stati Uniti, mentre ha solo marginalmente scoraggiato gli ingressi totali. Una politica estremamente costosa che si limita a redistribuire gli immigrati irregolari fra gli stati americani, favorendone alcuni e svantaggiandone altri. 

… e quella europea

Anche l’evidenza più recente in ambito europeo sembra suggerire effetti simili. Basta pensare, ad esempio, il progressivo spostamento verso ovest dei flussi migratori man mano che la rotta del Mediterraneo orientale prima e quella del Mediterraneo centrale poi sono diventate sempre meno percorribili. In un nostro studio, abbiamo analizzato gli effetti delle operazioni di controllo di frontiera coordinate da Frontex sugli ingressi irregolari lungo le diverse rotte che portano in Europa. Mostriamo che se l’intensificarsi dei controlli su di una rotta riduce sensibilmente gli ingressi lungo quella via, l’effetto complessivo di riduzione dei flussi verso l’Europa è sostanzialmente nullo. Pattugliare meglio una rotta porta quindi a un redistribuirsi dei migranti su altre: la deviazione prevale sulla deterrenza. 

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La costruzione di muri è piuttosto recente in Europa. Il che non vuol dire che non sia stata rapida. Il Transnational Institute stima che oggi ci siano quasi mille chilometri di barriere e muri eretti lungo i confini europei. Non serviranno davvero a fermare i flussi migratori, ma riusciranno senz’altro a sviarli verso altri paesi. Mettendo a repentaglio il diritto alla protezione internazionale. Invece di costruire muri, si potrebbero finalmente gettare le fondamenta per creare canali migratori legali europei, sia per le migrazioni economiche che per quelle umanitarie. 

Una politica migratoria finalmente Europea?

La strada della cooperazione – in alternativa a quella dei comportamenti opportunistici – sembra essere l’unica opzione percorribile per un’Unione europea che voglia finalmente smettere di avere paura degli immigrati. 

Le crisi migratorie indotte da guerre e conflitti sono certamente situazioni difficili (in primo luogo, per i rifugiati che le subiscono), ma sono eventi rari, facilmente prevedibili e temporanei. E dovrebbero essere trattati come tali. L’arrivo dei rifugiati siriani in Europa, ad esempio, si sarebbe potuto gestire in modo molto diverso: più pianificato, organizzato e condiviso. Si sarebbe evitato il panico fra gli elettori, inutili sofferenze aggiuntive per i rifugiati e il prevalere di comportamenti opportunistici dei governi nazionali. Oggi, l’Ue ospita circa un milione di rifugiati siriani, di cui il 59 per cento si trova in Germania e l’11 per cento in Svezia, con tutti gli altri stati membri a spartirsi il rimanente 30 per cento. Non sembra difficile pensare a meccanismi di ricollocazione – delle persone o anche solo dei costi – che, per quanto imperfetti, possano condurre a esiti più equilibrati di questo. 

Per quanto riguarda le migrazioni primariamente indotte dalla ricerca di lavoro, occorre invece operare un passaggio culturale, uscendo da un atteggiamento politico di emergenzialità e adottando un approccio pragmatico e strutturale, che regoli gli ingressi così come le uscite in modo equo e prevedibile. 

Sono passaggi complessi per la politica europea, ma non impossibili. E non è difficile prevedere che qualsiasi sforzo in questa direzione sarebbe più efficace dell’aggiunta di qualche muro ai nostri confini.   

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  1. Mauro Cappuzzo

    Quindi? L’Europa e l’Italia accolgono un numero imprecisato, suppongo elevato, di migranti economici e un numero minore di profughi. E dopo? Tutti gli altri ? Gli aiutiamo a casa loro ? Costruiamo dei muri per non farci invadere?

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