Lavoce.info

Il senso di Macron per l’idrogeno

Il piano “France 2030” assegna un ruolo cruciale all’idrogeno. La scelta si fonda interamente sull’aspettativa di poter contare su energia elettrica a basse emissioni e a prezzi competitivi, grazie al nucleare. Sarà una strategia di successo?

Il piano “France 2030”

Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha annunciato un ampio piano, intitolato “France 2030”, con l’obiettivo di “far emergere i campioni tecnologici di domani e accompagnare la transizione dei nostri settori d’eccellenza”. Il programma prevede 30 miliardi di euro di investimenti nel periodo 2021-2030, di cui una fetta sostanziale dedicati alla transizione ecologica: 9,5 miliardi per l’energia nucleare e l’idrogeno, 4 per la mobilità, oltre a ingenti risorse per l’innovazione, le startup e la politica industriale, sempre con una focalizzazione sulla sostenibilità. 

I dettagli non sono noti, per il momento. Tuttavia, per quanto riguarda l’idrogeno, la questione è abbastanza chiara, anche perché Macron riprende, chiarisce e amplia la  “Stratégie nationale pour le développement de l’hydrogène décarboné” lanciata l’8 settembre 2020. Con una significativa precisazione: la strategia per l’idrogeno si intreccia strettamente ed esplicitamente con quella per il nucleare. In tal modo, il presidente francese manda anche un segnale all’Europa, dove infuria il dibattito se includere l’atomo nella tassonomia degli investimenti sostenibili. 

“France 2030” vede l’idrogeno come un pilastro della decarbonizzazione dei consumi finali e, dunque, gran parte dei fondi serviranno a sostenerne la domanda. Ben otto miliardi sono destinati all’uso dell’idrogeno nell’industria, specialmente nelle produzioni cosiddette hard to abate, come la siderurgia, il cemento e la chimica. In questi ambiti, i combustibili fossili non possono essere facilmente sostituiti dal vettore elettrico, per ragioni tecniche o per ragioni di costo. Pertanto, Macron vuole conservare l’industria francese, inducendola però a trasformare i suoi processi al fine di offrire sul mercato prodotti “puliti”: infatti le emissioni dell’industria dovranno calare del 35 per cento tra il 2015 e il 2030. 

L’impiego dell’idrogeno azzera il rilascio di emissioni climalteranti (e di altri inquinanti) nel luogo del consumo. Ma l’idrogeno stesso va prodotto, quindi occorre mettere sotto controllo le emissioni connesse alla sua produzione. Per farlo, Macron vuole che gran parte di quello francese arrivi dall’elettrolisi dell’acqua, che non genera emissioni dirette. Il secondo pilastro della strategia francese, allora, consiste nel sostegno alla manifattura domestica degli elettrolizzatori, con la realizzazione di almeno due giga-factory, in modo da catturare non solo il valore ambientale dell’idrogeno, ma anche il valore industriale della tecnologia sottostante. 

Leggi anche:  Caso Shell: cambiamenti climatici contro i diritti umani

La questione del nucleare

L’elettrolisi richiede un grande dispendio di energia: anch’essa deve essere carbon-free. In Europa c’è una generale spinta verso l’idrogeno cosiddetto verde, cioè prodotto utilizzando energia rinnovabile. Macron non si sottrae, impegnando 500 milioni di euro in tal senso. 

Ma il vero disegno è un altro. Il messaggio più forte di “France 2030” sta nel rilancio dell’energia nucleare, che – essendo priva di emissioni – darebbe luogo alla produzione di idrogeno a sua volta pulito. Non a caso nella Strategia nazionale per l’idrogeno si tende a parlare di “idrogeno decarbonizzato” anziché “rinnovabile”. Ci sono, in questo annuncio, almeno due importanti novità. 

La prima riguarda la cosa in sé: la Francia è il paese europeo che fa l’uso più intenso del nucleare, che soddisfa il 67 per cento della produzione elettrica (e il 37 per cento dei consumi finali complessivi). Tuttavia, negli ultimi anni il contributo dell’atomo è andato calando, sia in valore assoluto, sia in percentuale. La flotta delle centrali in esercizio ha un’età media di 35 anni e molti impianti hanno già beneficiato dell’estensione delle rispettive licenze di esercizio. Ciò nonostante, è proprio grazie al nucleare se la Francia (assieme alla Svezia) ha la produzione elettrica più pulita d’Europa, con un contenuto emissivo pari ad appena 56 kg CO2/MWh, contro una media Ue quasi cinque volte superiore. Insomma, il discorso di Macron mette un punto fermo. 

La seconda novità è che il presidente ha impresso una svolta tecnologica forse inattesa. Al momento un solo reattore con tecnologia francese Epr è in costruzione nel paese, a Flamanville: dovrebbe entrare in esercizio nel 2024, con dodici anni di ritardo sulla tabella di marcia e costi di 1,5 miliardi di euro superiori a quanto preventivato. Altri impianti con la medesima tecnologia Epr in costruzione in Finlandia (Olkiluoto) e nel Regno Unito (Hinckley Point) incorrono nei medesimi problemi. Da qui la scelta di affiancare l’Epr a una nuova generazione di reattori di piccole dimensioni. Si tratta di un’aggiunta, non di una sostituzione di tecnologia, visto che Macron sembra pronto ad annunciare altri sei nuovi reattori Epr. 

Leggi anche:  Lo sviluppo del Mezzogiorno? Può ripartire dal ciclo dei rifiuti

Certo, per dare risultati la scommessa di Macron dovrà dimostrare di essere radicata nel consenso del pubblico e, parimenti, di essere sostenibile anche su quello economico. Infatti, almeno in Europa, sono stati proprio questi gli ostacoli alla crescita dell’energia nucleare negli ultimi trent’anni. Per il momento “France 2030” è un documento programmatico: è tutto da capire in quali forme e tempi prenderà corpo, e probabilmente ciò dipenderà in buona misura dall’esito delle prossime elezioni presidenziali. La scelta di assegnare all’idrogeno una funzione così importante – la Francia è il paese europeo che spinge di più in tale direzione – si fonda interamente sull’aspettativa di poter contare su energia elettrica a basse (o nulle) emissioni e a prezzi competitivi. Se il nucleare potrà soddisfare le attese, solo il tempo potrà dirlo. 

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

Diritto societario: torna di moda “l’inesistenza”

Successivo

Piattaforme e regole, la rincorsa continua

  1. Stefano Barazzetta

    “Flamanville: dovrebbe entrare in esercizio nel 2024, con dodici anni di ritardo sulla tabella di marcia e costi di 1,5 miliardi di euro superiori a quanto preventivato.”

    Magari…
    In realtà ne costerà circa 16 in più: dai 3.3 preventivati a oltre 19, e ~13 anni di ritardo.
    (dati ufficiali della Corte dei Conti francese).

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén