Lavoce.info

Politiche attive del lavoro: il tempo sta per scadere

L’Italia si è impegnata, nell’ambito del Pnrr, ad adeguare le misure per l’occupazione agli standard europei e a renderle uniformi sul territorio. Le prime scadenze sono alle porte. Ma le amministrazioni non sembrano percepire l’urgenza del cambiamento.

L’adeguamento dei servizi per l’impiego agli standard Ue

La reazione alla crisi pandemica costituisce la grande occasione per allineare le misure per l’occupazione sul piano nazionale e per adeguarle agli standard europei. Ma il processo non è ancora sostanzialmente partito.

Per nostra sfortuna, in questa materia l’Europa può soltanto garantire il coordinamento delle politiche degli stati membri, senza avere il potere di emanare una legislazione unitaria, la cosiddetta “armonizzazione”. Ogni paese continua quindi a esercitare la propria competenza impegnandosi soltanto a rispettare le indicazioni – non vincolanti – che provengono da Bruxelles.

Con il Piano nazionale di ripresa e resilienza ci siamo obbligati a seguire le Raccomandazioni specifiche che la Commissione europea ha indirizzato al nostro paese negli anni 2019-2020. A queste si aggiunge la Raccomandazione della Commissione del 4 marzo 2021, relativa a un sostegno attivo ed efficace all’occupazione (Ease), in seguito alla crisi Covid-19, che indirizza tutti gli stati membri a garantire, tra le altre cose, un maggiore sostegno alle transizioni occupazionali. Per farlo, si raccomanda di fornire alle persone in cerca di lavoro un sostegno personalizzato, che comprenda servizi di consulenza, orientamento e tutoraggio, valutazione e convalida delle competenze, assistenza nella ricerca di un impiego, sostegno all’imprenditorialità e, solo ove necessario, indirizzamento ai servizi sociali.

Gli stati membri dovrebbero offrire inoltre uno specifico sostegno ai lavoratori interessati da ristrutturazioni aziendali, in stretta collaborazione con le imprese in cerca di competenze e forza lavoro supplementari, e fornire le competenze necessarie per il passaggio a mansioni diverse nell’ambito della stessa impresa, piani di reinserimento lavorativo, oppure una formazione esterna per il ricollocamento in altre aziende. Sarebbe perciò necessario che i servizi pubblici per l’impiego disponessero delle capacità operative utili a dare direttamente le diverse forme di sostegno o per contribuire in altro modo a erogarle.

Per dare seguito a queste Raccomandazioni, l’Italia ha enunciato il programma Gol. Ma non ha ancora fatto nulla per realizzarlo.

Cosa prevede il programma Gol

La legge di bilancio per il 2021 stanzia risorse – a valere sul fondo React-EU – da destinare all’assegno di ricollocazione (per 267 milioni di euro) e a un nuovo programma di «Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol)» (233 milioni) per tentare una riforma delle politiche attive del lavoro, da definire con apposito decreto interministeriale da emanare entro 60 giorni dalla sua entrata in vigore, quindi entro il 31 marzo 2021, previa intesa in sede di Conferenza stato-regioni. Il decreto non è stato ancora varato.

Leggi anche:  Covid e lavoro, cambiamenti transitori o strutturali?*

Nel frattempo, però, traendo spunto dalle Raccomandazioni della Commissione, abbiamo inserito Gol nella missione 5, componente 1, del Pnrr, che vale 6,6 miliardi. Gol (che vale da solo 4,4 miliardi) prevede un sistema di presa in carico unico dei disoccupati e delle persone in transizione occupazionale (percettori di reddito di cittadinanza, Naspi, Cigs). Contestualmente ci siamo impegnati a definire il “Piano nazionale nuove competenze”, mediante la fissazione di standard di formazione per i disoccupati e il rafforzamento del sistema della formazione professionale, promuovendo una rete territoriale dei servizi di istruzione, formazione e lavoro anche attraverso partenariati pubblico-privato.

È una buona notizia perché, finalmente, ci siamo almeno obbligati a gestire sia le politiche attive sia la formazione al livello nazionale, in una logica integrata, e non più al livello regionale, con effetto “a canne d’organo”.

Ci siamo anche impegnati a rispettare i tempi di un programma che s’iscrive in una strategia di sviluppo più ampia che, a sua volta, si compone di un insieme integrato di fonti di finanziamento e strumenti di policy, coerenti con le indicazioni dell’Ue. Ma dei contenuti di questa formazione – che dovrebbe consentire ai giovani e agli adulti di acquisire le conoscenze, le abilità e le competenze necessarie per svolgere determinate professioni o, più in generale, soddisfare le richieste sul mercato del lavoro – non si sa ancora nulla. Né risulta che sia stata avviata l’attuazione dell’anagrafe nazionale della formazione prevista dagli articoli 13-16 del decreto legislativo n. 150/2015, premessa indispensabile per assicurare il monitoraggio capillare dell’efficacia dei corsi finanziati col denaro pubblico.

La scadenza prevista sia per l’adozione del Programma nazionale Gol sia per il Piano nazionale nuove competenze si colloca nel quarto trimestre 2021: anche se il termine di attuazione del Pnrr è previsto entro il 2025, i singoli target specifici negoziati con la Commissione impongono il rispetto di tempi prestabiliti più stretti. Ma né l’amministrazione statale, né quelle regionali, paiono essersi accorte dell’urgenza. Per il rispetto di queste scadenze non occorrono nuove norme, quanto un colpo di reni sul piano della organizzazione delle strutture preposte all’erogazione dei servizi.

Leggi anche:  Licenziamenti, un blocco che non fa bene a nessuno

La questione cruciale dei tempi

Per attuare il piano integrato politiche attive-formazione proposto nel Pnrr è indispensabile realizzare immediatamente una governance finalmente unica e centralizzata e un sistema informativo unico Anpal-Inps, integrato con i sistemi informativi regionali per garantire il funzionamento dei meccanismi di condizionalità del sostegno del reddito. Sono le due premesse necessarie sia per erogare efficientemente servizi digitali sia per garantirne l’uniformità su tutto il territorio nazionale e superare gli odiosi particolarismi e la frammentarietà a cui abbiamo assistito finora a causa della competenza concorrente stato-regioni sulla materia.

Per arrivare in tempi rapidissimi al raggiungimento dei target negoziati con la Commissione è indispensabile un passo indietro delle regioni. Ed è indispensabile che lo stato agisca in sussidiarietà nei confronti dei territori incapaci di gestire le tante risorse ora disponibili; prevedendo, se necessario, il coinvolgimento degli enti privati accreditati. Questi ultimi possono contribuire, almeno nella prima fase di attuazione del programma, a erogare servizi per il lavoro conformi ai livelli essenziali delle prestazioni decisi a livello nazionale. Non va dimenticato infatti che attualmente ci sono soltanto 550 centri per l’impiego in tutto il paese; e moltissime regioni non hanno ancora portato a termine il piano straordinario di rafforzamento amministrativo programmato nel 2019: in due anni i relativi concorsi non sono stati ancora espletati.

Le cose ancora da fare sono davvero molte, ma i protagonisti non sembrano consapevoli della necessità di cambiare marcia rispetto al passato. La sola novità degna di rilievo è l’inserimento dell’Anpal nella struttura amministrativa ministeriale. Riusciranno il ministro e il nuovo direttore a dimostrare l’utilità dell’operazione?

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Precedente

I partiti? Finanziati (anche) dai politici

Successivo

Bilancio dello stato nel 2020, il peso della pandemia

  1. Savino

    Il disoccupato deve sapere a chi rivolgersi e cosa fare, non lo si può liquidare con una mancetta, non è welfare questo. Il decisore politico di questo gigantesco sperpero assistenzialista è oggi alla Farnesina mentre si dovrebbe assumere tutte le responsabilità.

  2. andrea naldini

    La vera riforma sarebbe dare le risorse delle politiche attive in gestione ai Centri per l’impiego, come accade in molti paesi, ed assicurare che siano loro a disegnare gli interventi sulla base delle esigenze di chi si rivolge loro. Quindi, abolire i bandi regionali (se non per misure di sistema o pilota) e assicurare un flusso di servizi a partire dai centri.
    Il problema allora non è quello tra Stato e Regioni, che comunque esiste e gli standard di servizio possono essere una riforma (seppure in parte già esistano attraverso la certificazione delle competenze) , ma quella importante è soprattutto tra Regioni e Centri per l’impiego. I centri inoltre dovrebbero lavorare ad obiettivo (quota di occupati assunti attraverso i centri) ma avrebbero potenti strumenti di marketing in quanto depositari delle risorse.

  3. Antonio Agostini

    Il servizio di consulenza e orientamento personalizzato viene già svolto da due anni, spesso per la prima volta rispetto alla tradizione operativa dei centri per l’impiego, dai Navigator. Sono circa 2700 consulenti già pronti ed operativi per estendere il loro intervento alla platea più ampia delle persone in transizione e non solo più ai percettori del RdC.

  4. Denaro Gianmatteo

    Secondo me, non si può uscire da questa problematica sociale se non mobilitando la Pubblica Amministrazione nel senso che i percettori del reddito di cittadinanza che hanno un lungo percorso di attesa alle spalle devono essere immessi d’ufficio nei vari ministeri adatti al loro profilo, previo esame dei curricula, senza ulteriori attese, altrimenti costoro si ritroveranno quarantenni disoccupati sempre dentro le famiglie di origine, senza alcuna possibilità di formare una propria nuova famiglia.

    • Bertoldo

      Bombardate gli italiani con corsi di inglese e di tedesco: troveranno occupazione prima scappando che rimanendo in questo Paese.

  5. Salvatore dott. Denaro

    Secondo me, non si può uscire da questa problematica sociale se non mobilitando la Pubblica Amministrazione nel senso che i percettori del reddito di cittadinanza che hanno un lungo percorso di attesa alle spalle devono essere immessi d’ufficio nei vari ministeri adatti al loro profilo, previo esame dei curricula, senza ulteriori attese, altrimenti costoro si ritroveranno quarantenni disoccupati sempre dentro le famiglie di origine, senza alcuna possibilità di formare una propria nuova famiglia.

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén