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Contro la retorica dei giovani che non vogliono vaccinarsi

Sono in molti ad accusare gli under-40 di aver anteposto l’interesse personale alla salute pubblica, aderendo in maniera timida alla campagna vaccinale finché non sono state minacciate limitazioni alla socialità. Ma è davvero così? L’esempio del Lazio.

Una retorica lontana dalla realtà

In un articolo del 4 agosto, il Sole 24 Ore riporta che le prenotazioni dei vaccini tra gli under-40 sono cresciute in media del 15 per cento, con picchi del +25 per cento nella fascia di età 20-29, durante la settimana tra il 27 luglio e il 4 agosto, a causa della decisione del governo di introdurre il Green pass obbligatorio per l’accesso a determinate strutture ed eventi. Il dato racconta che l’introduzione di restrizioni per i non vaccinati si è dimostrato un ottimo strumento per accelerare la campagna vaccinale e, naturalmente, ha colpito maggiormente quelle fasce di popolazione che, avendo ottenuto più tardi la possibilità di vaccinarsi, registrano una percentuale di vaccinati inferiore.

Alcuni, però, hanno visto in quest’impennata delle prenotazioni anche l’ennesima dimostrazione dell’indifferenza dei giovani, che avrebbero aderito alla campagna vaccinale solo per il proprio interesse, lasciando da parte la salute pubblica finché non è arrivata la minaccia dell’esclusione dagli eventi sociali e dalla “movida”. Nei commenti su Facebook dello stesso articolo, si legge, per esempio: “Più che l’onore poté lo spritz” oppure “E certo come potrebbero rinunciare alla vacanza in Grecia, in Croazia e in Spagna?” o ancora “Che generazione…preoccupante”. Si tratta chiaramente di pochi commenti sotto un singolo articolo, ma anche l’informazione tradizionale si è lanciata spesso in toni paternalistici nei confronti della presunta moltitudine di giovani che non si vaccinano, per esempio con un titolo a pagina 5 del Corriere del 5 agosto: “Cari giovani, ecco perché vaccinarvi”.

La retorica riguardo ai giovani che non vogliono vaccinarsi se non per interesse personale non solo danneggia il già fragile rapporto intergenerazionale nel nostro paese, ma è anche sbagliata: osservando i dati a livello nazionale al 5 agosto, i 20-29enni che avevano ricevuto almeno una dose erano il 60,68 per cento, un valore superiore a quello dei 30-39enni (58,08 per cento), molto simile a quello della fascia 40-49 (63,98 per cento) e non molto distante, considerando il ritardo nell’apertura delle prenotazioni, da quello dei 50-59enni (70,23 per cento).

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L’esempio del Lazio

Per valutare se il Green pass obbligatorio sia stato la molla che ha indotto i giovani a vaccinarsi abbiamo utilizzato a titolo esemplificativo i dati del Lazio, analizzando l’andamento delle somministrazioni tra le varie classi di età dopo un certo numero di giorni dall’apertura delle prenotazioni. Le prenotazioni sono state aperte in giorni diversi a seconda dell’età: quelle per i 25-29enni, per esempio, sono partite l’11 giugno, seguite tre giorni dopo da quelle per i 17-24enni. I dati disponibili, però, si riferiscono solo a fasce di età decennali, per cui come primo giorno di riferimento per l’analisi abbiamo utilizzato sempre l’apertura per la fascia di età più anziana (nell’esempio, quindi, l’11 giugno per tutti i 20-29enni). Inoltre, abbiamo considerato il totale delle dosi somministrate, senza distinguere tra prima, seconda, o unica inoculazione del vaccino Janssen, per cui la percentuale presa in esame non rappresenta la percentuale effettiva di persone che hanno ricevuto almeno una dose. La figura 1 mostra che l’andamento non è stato molto diverso tra le varie generazioni. Il dato per i 20-29enni parte effettivamente a rilento, ma questo ritardo viene recuperato prima dell’annuncio da parte del governo dell’introduzione del Green pass obbligatorio.

Le minori somministrazioni per i giovani tra 20 e 29 anni nei primi trenta giorni possono essere spiegate dal sovrapporsi di molte fasce di età diverse, con le coorti più anziane che hanno ricevuto le seconde dosi nel periodo giugno-luglio congestionando molto di più i centri vaccinali rispetto a quanto fosse accaduto per loro nel momento in cui hanno ricevuto la prima dose. Inoltre la politica e l’informazione, anche scientifica, non sono state molto chiare fin da subito sui rischi e sui benefici della vaccinazione per i giovani. Infine, i più entusiasti tra gli under-40 avrebbero potuto decidere di partecipare in precedenza all’open day regionale con AstraZeneca dal 2 al 5 giugno (poi allungato fino al 13), spiegando in parte la mancanza di dosi somministrate – circa 61 mila – all’apertura della campagna vaccinale per gli under-30. A partire dal trentesimo giorno, però, i numeri cominciano a salire e l’inclinazione della curva cresce prima dell’annuncio del governo (indicato dalla linea verticale e valido solo per la serie 20-29 anni), rimanendo stabile nei giorni successivi. C’è infine un ulteriore aumento dell’inclinazione positiva intorno al cinquantesimo giorno, che porta a superare anche la fascia di età 40-49 nella percentuale di dosi somministrate sul totale della platea. Se si aggiungono ai primi 53 giorni dall’apertura delle prenotazioni anche i numeri per i 20-29enni che si sono vaccinati durante gli open day AstraZeneca del 2-13 giugno, la percentuale di dosi è pari al 76,2 per cento, ossia più della fascia 60-69 dopo 53 giorni dall’inizio delle prenotazioni e molto vicino al 78 per cento della fascia di età 50-59.

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I giovani, quindi, hanno partecipato alla campagna con la stessa intensità di chi ha avuto la precedenza nel piano vaccinale, se non addirittura maggiore. I dati sull’evoluzione delle vaccinazioni nel tempo riguardano il solo Lazio, ma anche i numeri a livello nazionale sembrano confermare questa tendenza. La percentuale inferiore di vaccinati nella fascia di età 20-29 anni sembra spiegarsi soprattutto con il ritardo nella partenza delle prenotazioni, mentre l’accusa di non volersi vaccinare sembra essere infondata, anche guardando ai dati sull’identikit dei contrari al vaccino e al Green Pass. Dopo aver subito gravi conseguenze in termini di apprendimento e aver sofferto la maggiore perdita occupazionale tra le diverse fasce di età, i giovani stanno dimostrando con l’ampia partecipazione alla campagna vaccinale di volere anch’essi superare la pandemia nel più breve tempo possibile.

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Detrazione unica e imposta negativa per cambiare l’Irpef

  1. gabriel04

    Alla luce di quanto scritto da massimo Taddei risulta ancor più incomprensibile l’imposizione del Green Pass agli studenti universitari.
    Sulla costituzionalità/legittimità del Green Pass obbligatorio per gli studenti non sarò certo io a pronunciarmi, ma saranno, se del caso, le istituzioni competenti.
    Dal punto di vista sanitario non è chiaro se serva a ridurre la diffusione del virus.
    Dal punto di vista etico e politico lo considero una porcheria fatta alle nuove generazioni e un provvedimento dannoso socialmente.
    Dal punto di vista etico, perché introduce surrettiziamente un obbligo di vaccinazione, non essendo il tampone una opzione di fatto praticabile per frequentare regolarmente l’università, subordinando alla vaccinazione l’esercizio di un diritto fondamentale quale quello all’istruzione.
    Dal punto di vista politico, non posso che ripetere le parole di Taddei: danneggia il già fragile rapporto tra generazioni nel nostro paese, creando divisione e addossando ai giovani colpe che non hanno.

  2. Luca Cigolini

    Purtroppo è una costante della nostra (dis?) informazione gettare la croce su qualche categoria (giovani ora, professori ieri, medici l’altroieri, novax sempre) per spiegare ritardi che, altrimenti, verrebbero addossati all’organizzazione ed al sistema. Che peraltro funziona bene di solito, con qualche pecca, che evidentemente non si vuole riconoscere. Se poi si guardano i numeri, si scopre che i novax son proprio pochini (e ancor meno tra i giovani ed i laureati quali medici e professori) e che tutta questa gente, appena ne ha possibilità, si vaccina.

  3. Andrea Bogiani

    In realtà mi sembra che i dati non dimostrino quale sia la motivazione che ha spinto i giovani alla vaccinazione. Da una piccola indagine condotta presso la compagnia dei miei 2 figli diciottenni sembra proprio che la decisione di vaccinarsi sia conseguenza di avere una vita normale partecipando ad eventi e divertimenti vari. Nulla più vicino al senso di responsabilità civile e sociale.

    • Massimo Taddei

      L’analisi non vuole dimostrare quali sono le motivazioni per cui si decide di ricevere il vaccino, ma vuole semplicemente smontare la retorica per cui i giovani avrebbero deciso di vaccinarsi solo nel momento in cui è stato mostrato loro “il bastone”. I giovani, così come gli appartenenti a tutte le altre classi di età, hanno deciso di vaccinarsi per le ragioni più varie, dalla volontà di proteggere se stessi e gli altri alla possibilità di tornare a partecipare alla vita sociale, spesso mettendo insieme più ragioni diverse. L’importante è che non passi l’idea – e l’analisi cerca di evitarlo – che i ventenni abbiano deciso in blocco di vaccinarsi solo per poter andare a bere o a ballare, mentre i più anziani si sarebbero fatti avanti solo per garantire il bene comune, senza essere guidati anche da altre motivazioni di tipo personale.

  4. Marco dalle piane

    Questo articolo dimostra solo come la cultura neoliberista abbia da decenni pervaso tutti I sistemi culturali e istituzionali del nostro paese, dalla giustizia alle universita, dalla politica all informazione.

  5. stefano

    Io credo che la retorica, giustamente criticata nell’articolo, sia una retorica stucchevole per diverse ragioni. In primis, pensare e auspicare un atteggiamento responsabile e soprattutto solidaristico da parte dei giovani ( poi perché solo da parte loro) che prescinda dal perseguimento di un interesse personale sia un discorso stucchevole, soprattutto in una società moderna che ha fatto dell’individualismo e della ricerca dell’interesse privato una ragione di vita. L’altro aspetto discutibile è richiamare la solidarietà dei singoli per raggiungere obiettivi che, nel caso specifico di una pandemia sanitaria, dovrebbero essere perseguiti dallo Stato se questo ha, come dovrebbe avere, una sua funzione pubblica generale.
    Si è parlato moltissimo sulla possibilità o opportunità di imporre il vaccino affermando che lo Stato non può imporlo. In realtà la costituzione ci dice che un trattamento sanitario obbligatorio può essere imposto solo per legge. Quindi sì, lo Stato può imporre l’obbligo del vaccino. Dovremmo chiederci perché non lo faccia nonostante la pandemia ancora in atto e l’efficacia del vaccino che ci è stata sempre rappresentata. Prima di condannare i giovani, se proprio è necessario trovare dei colpevoli, dovremmo cercare di capire meglio cosa è successo in questo anno e più di emergenza sanitaria, individuare gli errori fatti e trovare le giuste soluzioni. La ricerca delle colpe non ha mai risolto nulla soprattutto se addossate ad alcuni per evitarle da altri.

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