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Azionisti e stakeholder: la torta può crescere per tutti

Quello sulla responsabilità sociale di impresa è un dibattito vivace, con interessanti punti di vista su entrambi i fronti. Di sicuro oggi non si può ignorare il nuovo ruolo dello stato imprenditore. Forse, la soluzione è nell’economia della torta.

Un nuovo appello 

Sul Sole-24Ore dell’11 marzo è stato pubblicato l’ennesimo appello, questa volta con primo firmatario Mervyn King, per sostenere l’impegno verso lo sviluppo sostenibile delle corporation. Sul piano delle norme primarie o dei codici di autoregolamentazione, la finalità è quella di prevedere vincoli che valorizzino nelle organizzazioni societarie il ruolo degli stakeholder.

Il vivacissimo dibattito sulla materia, come ci racconta uno dei suoi protagonisti, Roberto Tallarita, nel blog sul Post del 31 dicembre 2020, dove lo ricorda come uno degli eventi importanti del suo 2020, è pieno di “gusto, intelligenza polemica, rivisitazione di vecchie idee e proposte nuove”. Ormai gli schieramenti in campo sono chiari. Da una parte, la tesi di chi sostiene, come appunto Mervyn King, che non c’è più tempo, soprattutto alla luce di quello che ci sta succedendo in questi tempi inattesi e turbolenti: nonostante alcune recenti innovazioni comunitarie come l’obbligo di fornire informazioni sui dati non finanziari, fino a quando i sistemi di corporate governance non saranno riformati per rispecchiare le sfide della sostenibilità, piegando in questa direzione lo scopo delle società, non si andrà da nessuna parte. Aspettare ancora fa correre il rischio, testuali parole, di avvicinarci al punto di non ritorno.

Dall’altra parte ci sono invece i critici di questa posizione, che difendono a spada tratta il paradigma del profitto e ritengono che quello che viene definito stakeholderism “sarebbe dannoso per shareholder, stakeholder e per la società tutta”, secondo le parole di Franco De Benedetti, che ha di recente pubblicato un volume, decisamente controcorrente e significativamente intitolato “Fare profitti. Etica dell’impresa”.

Un libro sul profitto

Per chiarezza e trasparenza, dichiaro subito la mia appartenenza al primo schieramento: sono convinto che l’attenzione agli stakeholder e la loro partecipazione alla governance societaria sia una strada ormai destinata a segnare il futuro delle corporation e anche, come dimostrano molti studi, a contribuire alla loro solidità nel lungo periodo e valorizzazione patrimoniale.

Fatta questa necessaria premessa, il volume di De Benedetti merita la lettura innanzitutto perché, con stile piano e soprattutto comprensibile anche per chi non ha affrontato la sterminata letteratura in questa materia, offre un’ampia sintesi senza rinunciare a interessanti approfondimenti in chiave critica. La sua bussola, dichiarata sin dal titolo, sono gli shareholder, cioè gli azionisti. Solo perseguendo il loro interesse, la società potrà proliferare e apportare un contributo al benessere collettivo. Questo non significa che la loro attività non possa generare anche esternalità negative sugli stakeholder, ma sarà compito di leggi e regolamentazioni farvi fronte.

Difficile fare una sintesi di un contributo così ricco di indicazioni e suggestioni e di grande attualità dopo lo scoppio della pandemia. Mi limito a due rapide fotografie.

La prima riguarda la proposta di riscrivere lo scopo della società includendo finalità altruistiche. È una soluzione che non convince De Benedetti perché se scritta in modo generico, come spesso avviene, è di fatto priva di potere prescrittivo, al contrario se scritta in modo preciso e vincolante corre il rischio di ingabbiare troppo la società.

Una conclusone condivisibile, anche per chi appartiene allo schieramento dello stakeholderism: non è tanto importante muoversi sul terreno scivoloso delle logiche definitorie, quanto individuare concreti presidi per coinvolgere gli stakeholder (definendone caratteristiche e perimetro, cosa non certo facile) con pratiche trasparenti e omogenee di rendicontazione.

Meno convincente la critica al ruolo dello stato imprenditore. Innegabilmente, come sostiene De Benedetti, le nostre passate esperienze vanno viste in chiave critica. Ma al di qua e al di là dell’Oceano si stanno ri-organizzando e articolando politiche industriali dove lo stato assume un nuovo ruolo di protagonista. Liquidare questa possibilità senza pensare a come, con trasparenza ed efficienza, lo stato possa – e anzi debba – esercitare i suoi poteri di azionista (e in Italia sono molto importanti) per contribuirvi vuol dire non guardare al futuro (su questi temi rinvio al “Rapporto missioni strategiche per le imprese pubbliche italiane”, 2020, sul sito del Forum Disuguaglianze Diversità).

Un libro sulle torte 

Proprio nella prospettiva indicata da De Benedetti, vorrei segnalare l’avanzata dei “pontieri”, seguendo le tracce dell’economia della torta e del bel libro di Alex Edmans. Secondo la sua visone ottimistica, non si tratta di un gioco a somma zero, ma la torta, appunto può aumentare per tutti. Bisogna definire modelli organizzativi che consentano a shareholder e stakeholder di incrementare reciprocamente la propria fetta.

È un dibattito, insomma, destinato a continuare dopo i contributi di Debenedetti ed Edmans, anche alla luce delle numerose proposte e iniziative comunitarie, come d’altra parte testimonia l’articolo di Marco Ventoruzzo pubblicato su lavoce.info.

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Se 866 contratti collettivi di lavoro vi sembran pochi

  1. Davide

    ESG…E, S ..e tanta G…
    Ad oggi abbiamo riferimenti puntuali per la E, basti pensare alla tassonomia UE e agli obiettivi Green Deal, sulla S ancora non è facile riuscire a correlare impegni e target imprese con obiettivi e indicatori sistemici (livello micro, meso e macro) ma ci si lavora….per la G è la sfida più difficile perché per l’impresa si tratta di ripensare ab origine la propria natura

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