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  1. Belzebu' Rispondi
    Mi sembra di leggere le normative urbanistiche regionali. Risultato? Vengono approvati solo i progetti degli amici.
  2. Davide de Caro Rispondi
    Egregio professore, sarebbe molto utile sentire una riflessione a più voci, casomai anche multidisciplinare perché poi la vita di un'azienda ha profili non solo giuridici. Il tema è tormentato sicuramente e si avverte che sia il terreno di confronto ineludibile. Riporto alcuni pensieri, domande e nessuna risposta. Si può essere solo "in parte" sostenibili (domanda provocatoria ministro Giovannini)? È il momento della sostenibilità rivoluzionaria trasformativa (cit. prof Calderini)? La UE con il Green Deal e gli obiettivi annessi, emblematico quello della neutralità carbonica al 2050, ha imposto a tutti, imprese per prime, degli obiettivi di interesse pubblico. Imprese diventano quindi un attore politico cioè impegnato obbligatoriamente a condividere e perseguire obiettivi pubblici? La proposta di direttiva ue in analisi non sembra essere in qualche modo già "avvisata" dal nostro ordinamento con novella del codice del consumo che si estende "per far accertare la violazione di diritti fondamentali dell'uomo da parte delle imprese, in un contesto socio-giuridico in cui queste ultime sono chiamate sempre più ad agire in maniera sostenibile e responsabile"? Le Società Benefit che ruolo possono avere in questo disegno? Possono essere il modello ideale cui vedere la realizzazione massima del codice corporate governance italiano? Come dicevo tutte domande su cui cercare di trovare il significato unificante. Grazie di un riscontro.
  3. Alessandro Pescari Rispondi
    E' paradossale una proposta del genere, quando è chiaro a chiunque che l'imprenditore è il primo soggetto chiamato a fare bene impresa, nonostante il "rischio" sia l'elemento imprescindibile che può essere governato ma mai eliminato. Solo per rimanere alla legislazione domestica il "nostro" imprenditore deve osservare: il codice civile, il TU della sicurezza, la privacy, la "231" (responsabilità amministrativa degli enti), le norme speciali del diritto tributario e del lavoro, oltre che quelle inerenti l'antiriciclaggio, nonché quelle amministrative ed ambientali, salvo ulteriori disposizioni specifiche per settore di attività (es. codice degli appalti, TUB). Ritengo che ogni ulteriore commento sia superfluo e chi fa impresa oggi sia da premiare, ricordando la massima del nostro emerito Presidente Lugi Einaudi: "Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E’ la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi.”
  4. Mario Viviani Rispondi
    Concordo in tutto. L'equilibrio tra l'iniziativa autonoma delle imprese in fatto di CSR e l'intervento pubblico è delicatissimo: né la totale autonomia da parte delle imprese, né la normazione rigida da parte delle istituzioni pubbliche, ma un rapporto sano e dialettico con ognuno che deve fare il suo mestiere. La responsabilità delle imprese è tale se parte da esse e si può anche permettere una certa vaghezza, che spetterebbe poi agli stakeholder indagare e criticare. Se l'istituzione pubblica "indirizza e riconosce" benissimo, ma non può arrivare a vincoli troppo stretti, perché allora diventa norma, che non può essere vaga, come dice Ventoruzzo. Aggiungo solo un commentino sugli stakeholder, che devono manifestarsi se vogliono esistere. Noi sappiamo che si è trattato fino a ora di un'astrazione utile al procedere della sostenibilità, ma forse è il momento di cambiare musica: lo stakeholder - per esistere - deve battere un colpo (se c'è responsabilità delle imprese verso i clienti c'è anche quella dei clienti - e dei loro comportamenti - verso le imprese e verso tutti gli altri). Anche questo depone a favore del fatto che se non precisamente identificabile come individuo, lo stakeholder lo deve essere almeno come categoria.