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  1. Enrico D'Elia Rispondi
    (continua) Concordo con gli autori sulla progressiva perdita di significato del conteggio delle persone occupate, che andrebbe sostituito con quello delle ore lavorate. In futuro sarà forse necessario passare ad una rilevazione sui progetti svolti, visto che il lavoro è sempre più spesso misurato (e retribuito) su tale base. Infine la nuova metodologia mette in luce quanto sia artificiosa la distinzione tra disoccupati e inattivi (categoria in cui confluiscono dipendenti in cig da oltre 3 mesi e autonomi senza clienti da altrettanto tempo). Per valutare il disagio sociale e lo stato del mercato del lavoro sarebbe dunque opportuno calcolare un tasso di disoccupazione "esteso" che includa anche gli inattivi in condizioni di lavorare ma che non cercano attivamente una occupazione. Sarebbe anche un buon modo per migliorare la comparabilità internazionale dei dati...contro i furbetti delle statistiche (e dei finanziamenti europei collegati alla disoccupazione ufficiale).
  2. Enrico D'Elia Rispondi
    Credo che le statistiche sul mercato del lavoro siano soggette ad una maledizione peggiore di quella di Montezuma e Tutankhamon messe assieme, perché vengono aggiornate sempre al momento sbagliato. La revisione del 1992 fu introdotta nel bel mezzo di una riforma del mercato del lavoro e di una crisi economica (seppure di entità ridicola rispetto a quelle degli ultimi anni). Allora la modifica delle classificazioni e dei questionari portò ad un balzo degli occupati e un crollo dei disoccupati, soprattutto perché bastava aver lavorato un'ora nell'ultima settimana per essere dichiarati occupati. All'epoca l'ISTAT non volle fornire stime ufficiali dell'impatto di queste innovazioni. Ora, per fortuna lo fa. Tuttavia un briciolo di buon senso avrebbe suggerito di "sospendere" la revisione, seppure richiesta da un regolamento europeo, fino alla fine dell'epidemia, come è stato fatto per regole decisamente più rilevanti come il patto di stabilità e le norme sugli aiuti di stato. Non si possono cambiare indicatori così rilevanti proprio quando sarebbero più necessari per prendere fondamentali decisioni di politica economica.