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Quanto costa fermare gli sbarchi

Dal 2015 l’Italia ha speso più di un miliardo tra fondi propri o comunitari per fermare gli sbarchi nel Mediterraneo. È una politica condivisa in Europa, ma restano dubbi sulla sua efficacia. L’approccio delle politiche migratorie andrebbe ripensato.

La strategia europea e quella italiana

Secondo “The big Wall”, inchiesta di ActionAid sulla spesa per il contrasto all’immigrazione irregolare, dal 2015 a oggi l’Italia ha speso oltre un miliardo di euro (fondi propri o comunitari) per fermare gli sbarchi nel Mediterraneo. Rimangono però forti dubbi sull’efficacia e sull’efficienza di questa politica, peraltro condivisa da gran parte dei paesi Ue e, in qualche modo, dalla stessa Commissione.

La cosiddetta “crisi dei rifugiati” esplose in Europa nel 2015, quando complessivamente sbarcarono più di 1 milione di migranti (parte dei quali proseguì via terra, lungo la rotta balcanica). In risposta a quella situazione, la Commissione Juncker lanciò l’Agenda europea sulla migrazione, volta a ridurre gli sbarchi e a mettere in sicurezza le frontiere esterne.

Nel novembre 2015, durante il vertice di Malta tra Unione europea e leader africani, fu messo a punto un sistema basato sull’utilizzo di diversi strumenti (tra cui, per esempio, la protezione in loco dei rifugiati, i rimpatri, il supporto alle forze di sicurezza), con l’obiettivo primario di ridurre le migrazioni dal continente africano. Nello stesso vertice fu creato il Fondo fiduciario per l’Africa dell’Ue, che aveva il fine di finanziare progetti di sviluppo per frenare le migrazioni (la declinazione pratica dello slogan “aiutiamoli a casa loro”). Dal 2017 il Fondo ha beneficiato di 123 milioni di euro, ma non vi sono indicatori per misurare il successo di queste operazioni, ovvero il successo del nesso tra sviluppo e riduzione delle migrazioni.

Al contrario, è significativo che l’attenzione si sposti dai paesi più vulnerabili a quelli “ad alta incidenza migratoria” (inclusi quelli di transito, come Niger o Libia), violando il principio per cui gli aiuti debbano rispondere ai bisogni più urgenti di una data popolazione.

Un esempio rilevante è quello del Niger, entrato nella lista di priorità nel 2016. Si tratta di una delle principali vie d’accesso alla Libia, tanto che si stima che nel 2016 oltre 300 mila persone fossero transitate per la città di Agadez. Nel 2017, l’Italia ha contribuito al budget del paese con 50 milioni di euro, parte del Fondo Africa, immessi in un programma gestito dall’Ue erogato in più tranche. Non sono previsti meccanismi particolari di controllo e trasparenza nell’assegnazione di questi fondi, dato che il Niger viene fatto rientrare nel Nuovo quadro di partenariato sulle migrazioni (programma operativo dell’Ue lanciato nel 2016) e sembra quindi essere esentato da controlli sulla gestione dei fondi in arrivo.

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Il ritmo di partenze dalla Libia non sembra però ridursi, almeno fino al nuovo Memorandum tra Italia e Libia del 2017.

Nel frattempo, la strategia italiana in Libia segue sempre di più il modello utilizzato dalla Spagna con i migranti provenienti dalla Mauritania nei primi anni Duemila. Un lavoro che si incentrava in particolare su quattro elementi: la costituzione di nuove forze di pattugliamento, il supporto ai centri di detenzione, la raccolta di dati sulle frontiere e il lavoro a ritroso lungo le rotte migratorie per bloccare il flusso fin dai paesi di origine. A questo va aggiunta la minaccia costante di ridurre i finanziamenti, qualora i partner africani non avessero cooperato a sufficienza alla gestione dei migranti.

Così, dei fondi messi a disposizione dall’Italia negli ultimi cinque anni, 684 milioni erano destinati a forze di sicurezza e sorveglianza. Sono principalmente forze dell’ordine europee e africane, ma una parte significativa è subappaltata a società private per la fornitura di droni, navi, aerei e tecnologie.

La spesa complessiva

Secondo il report di ActionAid, tra il 2015 e il 2020 l’Italia ha gestito complessivamente 317 linee di finanziamento, per un totale di 1,337 miliardi di euro, con fondi propri parzialmente cofinanziati dall’Ue. Questi fondi si dividono in otto capitoli di spesa, di cui solo una piccolissima parte dedicata alle migrazioni per vie legali. Il paese destinatario della quota di finanziamenti più elevata è la Libia (210 milioni di euro dal 2015), seguita, da lontano, dal Niger (poco meno di 100 milioni).

Un’analisi dell’Osservatorio Cpi dell’Università Cattolica illustra come il costo annuo della cosiddetta emergenza migranti sia aumentato dagli 840 milioni di euro del 2011 ai 4,6 miliardi del 2018. In particolare, i costi per il soccorso in mare sono aumentati da 249 milioni nel 2011 a 879 milioni nel 2018. Queste spese necessarie andrebbero coniugate con un maggiore impegno per favorire una integrazione sul territorio italiano, ancor più se si guarda alla quantità di risorse che vengono dedicate a bloccare “alla radice” i flussi migratori e che potrebbero servire invece per finanziare veri aiuti umanitari e allo sviluppo. Inoltre, incrementando le risorse stanziate per la gestione della migrazione legale si potrebbe ottenere il risultato di danneggiare, almeno in parte, il traffico illegale.

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Anche il Patto sulle migrazioni e l’asilo dell’Ue presentato a settembre 2020 sembra seguire la stessa linea: ha infatti al centro i rimpatri e la cooperazione con paesi terzi. Come sottolineato in un precedente articolo, il bilancio dell’Ue 2021-2027 prevede 8,7 miliardi per il Fondo asilo e migrazione (Fami), contro 10,6 miliardi direttamente destinati alla gestione delle frontiere e all’agenzia Frontex. Senza considerare i costi dell’accordo con la Turchia, finalizzato alla chiusura della rotta del Mediterraneo orientale.

Bisognerebbe dunque ripensare l’approccio delle politiche migratorie, dal livello europeo fino a quello locale, introducendo meccanismi di valutazione di efficienza ed efficacia e definendo in maniera razionale le priorità, evitando di limitarsi a rincorrere le emergenze.

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  1. PURICELLI BRUNO

    “Queste spese necessarie andrebbero coniugate con un maggiore impegno per favorire una integrazione sul territorio italiano, ancor più se si guarda alla quantità di risorse che vengono dedicate a bloccare “alla radice” i flussi migratori e che potrebbero servire invece per finanziare veri aiuti umanitari e allo sviluppo”.

    Questo pensiero non risolve il problema del consolidamento di forze libere di occupare uno spazio concesso da mancanza di regole e di rispetto dei nostri valori con dichiarazioni urbi et orbi di facilitare l’accoglienza, di facilitare il multiculturalismo con popoli anche apertamente contrari alle nostre tradizioni e sostenendo i trasporti via mare che non sono soccorsi nel 90% dei casi ma “TPP irregolari”. I salvataggi avvengono non stando in attesa dei battelli che affondano ma in via imprevista e sfortunata. Le società organizzate non possono e non devono essere pilotate da gruppi sovversivi che speculano sul bisogno. Nel mondo esistono situazioni molto più penose di quelle sopportate dal 90% degli immigrati, perchè non ci si preoccupa di tali soggetti certamente più poveri e bisognosi? Ovvio,perché non sono strumentalizzabili come questo fenomeno sostenuto da politici e funzionari scorretti, inadempienti e senza gli attributi.
    Siamo sempre fuori strada e insistiamo a permanerci!

  2. Mauro Cappuzzo

    È evidente che i fondi stanziati non bastano. Occorre investire molto di più nella difesa delle frontiere. L’immigrazione clandestina e irregolare non è un diritto mentre la difesa delle frontiere italiane ed europee è un dovere.

  3. L’ idea che le migrazioni regolari siano sostitute di quelle irregolari è una pia illusione a meno che quelle regolari siano di grande ampiezza, ammontando a una parte sostanziosa dei potenziali migranti. Altrimenti prevale logicamente l’ effetto amici e parenti.

  4. Alberto Isoardo

    Il primo punto è l’abolizione dell’accordo di Dublino secondo cui navi che partono da qualsiasi parte d’Europa hanno il diritto di scaricare i naufraghi nel porto più vicino e quindi Italia o Malta. Le navi che li salvano dovrebbero portarli nel paese di cui battono bandiera.
    E’ una vergogna nazionale che magistrati accusino ministri italiani dis equestro di persona perchè hanno bloccato lo sbarco. L’obbligo del salvataggio in mare fa riferimento ad un principio di solidarietà dovuto a chiunque si trovi nel bisogno, ma non prevede che il rischio sia cercato volutamente nella convinzione che, intanto, ci sono quelli che ti salvano di mestiere perchè poi ti scaricano lì vicino. Di fronte a questo atteggiamento è ovvio che l’opinione pubblica poi reagisca male. Si al supporto ai paesi in via di sviluppo, ma secondo quote prefissate e senza poi abbandonare gli extracomunitari, una volta ammessi nel Paese.

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