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Le eredità degli italiani? Per pochi e sempre più ricche

I dati delle dichiarazioni di successione indicano che i patrimoni ereditati non solo aumentano di valore, ma diventano sempre più concentrati nelle mani di pochi. Scende, però, il peso della tassazione su questi trasferimenti. Non è una buona notizia.

Il peso dei lasciti

I trasferimenti di ricchezza sotto forma di eredità e donazioni in vita costituiscono, insieme ai risparmi attivi, ai tassi di rendimento e all’apprezzamento netto degli attivi patrimoniali, uno dei meccanismi principali di accumulazione del patrimonio personale. Si tratta, tuttavia, di un argomento poco approfondito nella letteratura economica, anche per via di una penuria di dati convincenti.

In un nuovo studio, scritto insieme a Paolo Acciari, abbiamo analizzato i dati amministrativi relativi a tutte le dichiarazioni di successione presentate ogni anno a nome dei deceduti nel nostro paese a partire dalla metà degli anni Novanta. Questi dati coprono fino a oltre il 60 per cento di tutti i decessi annuali e forniscono una fotografia del patrimonio finanziario e immobiliare (al netto dell’indebitamento) che entra in successione e viene dunque suddiviso tra gli eredi che subentrano nella proprietà. Il resto dei decessi non è rappresentato nei dati poiché non ci sono proprietà da trasferire oppure i lasciti non includono alcuna proprietà immobiliare e, contemporaneamente, il loro valore è relativamente basso (per esempio, meno di 26 mila euro fino al 2014 e 100 mila euro successivamente).

Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza è quasi raddoppiato in proporzione al reddito nazionale fra il 1995 e il 2016, passando dall’8,5 al 15 per cento. Discorso simile vale per il flusso in proporzione al reddito disponibile delle famiglie italiane, che sale dal 9,6 al 18,5 per cento.

Nello stesso periodo, invece, sono crollate sia le entrate tributarie dall’imposta di successione (dallo 0,15 allo 0,05 per cento delle entrate totali, a seguito di diverse riforme dell’imposta), sia i tassi di risparmio delle famiglie italiane. Come già evidenziato in un precedente articolo, i dati dell’Ocse mostrano infatti che se l’Italia era nel 1995 l’economia con il più alto tasso di risparmio al mondo (Cina esclusa) con il 16 per cento, nel 2016 ha tassi di risparmio modesti, pari al 3,2 per cento. In altre parole, sempre più ricchezza viene accumulata grazie a trasferimenti ereditati e sempre di meno grazie ai risparmi.

L’aumento dell’incidenza dei flussi ereditari e delle donazioni appare evidente anche in relazione allo stock totale di ricchezza delle famiglie italiane, che passa dall’1,7 al 2,4 per cento nel periodo dal 1995 al 2016. Una simile tendenza alla crescita dei trasferimenti di ricchezza era stata già stimata in un lavoro di Luigi Cannari e Giovanni D’Alessio (2018) utilizzando i dati dell’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane, seppur derivando livelli molto più bassi: dallo 0,99 per cento nel 1995 all’1,52 per cento nel 2016.

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Si scopre dunque che l’Italia, oltre a essere l’economia avanzata dove il rapporto fra ricchezza delle famiglie e reddito nazionale appare fra i più alti al mondo, è anche uno dei paesi con maggiore incidenza dei trasferimenti di ricchezza. Solo in Francia i lasciti e le donazioni sono stimati valere, intorno al 2010, circa il 15 per cento del reddito nazionale, come in Italia, mentre in Germania e Regno Unito il valore si attesta intorno all’11 e 9 per cento, rispettivamente.

I flussi di trasferimento di ricchezza valevano nel 2016 circa 210 miliardi di euro. Il valore totale rappresentato in figura 1 si raggiunge a partire dal valore totale dei lasciti riportati annualmente nelle dichiarazioni di successione – pari a 112 miliardi di euro -, facendo alcuni aggiustamenti. Il primo è trasformare il valore catastale degli immobili in valore di mercato nelle dichiarazioni di successione; il secondo è stimare i piccoli lasciti che non sono soggetti a dichiarazione e quindi non vengono registrati nei dati amministrativi; il terzo è correggere i valori riportati per accomodare la sottostima risultante dall’evasione fiscale e dall’esenzione fiscale di alcuni cespiti; il quarto è aggiungere il valore delle donazioni in vita come riportate nei dati del ministero dell’Economia e Finanza e applicare correzioni simili.

Le disparità

Qual è l’eterogeneità che si nasconde dietro l’aumento medio dei lasciti ereditari? Per rispondere, ci concentriamo sui lasciti ereditari (tralasciando le donazioni in vita) e correggiamo unicamente i valori riportati in dichiarazione per trasformare i valori catastali degli immobili a prezzi di mercato.

Innanzitutto, esiste un divario di genere. Seppur diminuito rispetto agli anni Novanta, permane per i gruppi di età più elevata (dai 60 anni in su): le donne fanno lasciti in media inferiori di circa 50/60 mila euro rispetto a quelli degli uomini. Il gap medio fra i lasciti ereditari medi nel Nord e al Centro del paese rispetto al Sud e alle Isole è ancora più ampio, circa 125 mila euro.

I patrimoni lasciati in eredità non aumentano solo di valore, ma nel tempo sono diventati sempre più concentrati nelle mani di pochi. Ad esempio, i lasciti di almeno un milione di euro (a prezzi costanti del 2016) ammontavano a circa l’1 per cento di quelli totali nel 1995 e valevano il 18,7 per cento del valore di tutti i lasciti. Nel 2016, circa il 2,5 per cento dei trasferimenti totali era superiore al milione di euro, ammontando a circa il 25 per cento del valore totale.

Le nuove stime – e le tendenze che mettono in evidenza – dovrebbero destare allarme. Difatti, se i patrimoni lasciati in eredità da una generazione diventano sempre più concentrati e distribuiti in maniera diseguale, è lecito attendersi un concomitante aumento della concentrazione delle quote effettivamente ereditate dalle generazioni successive. In altre parole, è lecito attendersi che la disuguaglianza di risorse economiche ereditate nell’arco della vita sia positivamente correlata all’aumento della disuguaglianza dei lasciti ereditari. Tanto più se mancano prelievi fiscali efficaci sui trasferimenti dei grandi patrimoni, come succede in Italia. Questo potrebbe avere ripercussioni importanti sulle disuguaglianze di opportunità e sulla mobilità intergenerazionale, già poco favorita nel nostro paese rispetto ad altre economie sviluppate.

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Il Punto

  1. Giorgio Alba

    Quale effetto ha l’evoluzione demografica (riduzione numero nati per famiglia, etc)?

    • Paolo

      Molto facilmente, ha l’effetto di aumentare il valore medio dell’introito da eredità. A parità di patrimonio, dividerlo tra un coniuge e un figlio anziché tra un coniuge e 2 o 3 figli, riduce la consistenza delle singole porzioni ai figli.

  2. Giuseppe

    In effetti il problema non è la ricchezza, ma l’accumulo della stessa. Il problema si potrebbe risolvere ponendo un limite massimo, magari anche consistente (1 M€) all’importo complessivamente trasferibile a ciascun erede. Però l’idea non è praticamente applicabile se non viene adottata universalmente, cosa che non avverrà mai.

  3. Davide

    Argomento di analisi estremamente interessante. Ripatizione di genere dai risultati scontati, considerando l’occuccupazione femminile di 30 e 40 anni fa. L’aumento dell’incidenza dei lasciti testamentari su reddito disponibile è la conseguenza della stagnazione dei salari reali, principale fonte di reddito. Se guardiamo il valore della ricchezza ottenuta in eredità mi sembra strano che non ci sia alcuna influenza dei prezzi del mercato immobiliare. Attendo delucidazioni

  4. Rainbow

    Su queste tendenze (aumento delle diseguaglianze,riduzione della mobilita’sociale, aumento dei lasciti ereditari, riduzione delle tasse sui patrimoni) Thomas Piketty ci ha scritto due libri che sono anche dei paper scientifici. Purtroppo la demagogia anti-tasse ha comportato la sostanziale abolizione delle imposte di successione non solo in Italia, ma in quasi tutti i grandi Paesi Occidentali compresa la Svezia! Ed e’per questo che la concentrazione della ricchezza aumenta a livello globale. La cosa incredibile che ho scoperto leggendo i tomi di Piketty e’ che le imposte di successione, cosi come auelle sul reddito, persino nei Paesi Anglosassoni, fino agli anni 60’erano elevatissime,arrivavano al 50 e piu’dell’imponibile! Persino i liberali le propugnavano proprio per facilitare la mobilita’dei patrimoni, ridurre le disuguaglianze, e eguagliare i punti di partenza! Poi, negli anni 70′,e’iniziata la concorrenza fiscale al ribasso scatenata dalla globalizzazione che ha demonizzato ogni forma di prelievo fiscale, e la ricchezza si e’nuovamente concentrata in poche mani!

  5. Lorenzo

    Vent’anni fa Berlusconi vinse le elezioni a suon di “meno tasse per tutti” e preparò però solo per sé stesso e la famiglia la successione (fu uno dei primi provvedimenti del nuovo governo). Il successivo governo tentò di mettere una pezza, ma ormai il colpo (al fisco) era dato 😉

  6. Henri Schmit

    Bell’articolo, condivisibile e stimolante. La questione andrebbe approfondita.

  7. Molto interessante. Sarebbe anche da capire se la maggior parte degli eredi hanno un’età “avanzata” (50-60 anni) perchè ciò determinerebbe una scarsa intrapresa e il dirottamento verso la Rendita più che il Profitto, minando le potenzialità di sviluppo del Paese.

    • Paolo

      Vista la lunghezza media della vita degli italiani, seconda al mondo solo ai giapponesi, è quasi certo che gli eredi si trovano nella fascia d’età da te indicata, e anche nella successiva (60-70). Non è una bella cosa, pur discendendo da un fattore positivo.

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