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Così il Covid ha contagiato l’imprenditorialità*

Coronavirus e lockdown hanno colpito le imprese, anche se non tutte allo stesso modo. In particolare, sono crollate le nascite di aziende. Per dare fiato al segmento più dinamico del sistema produttivo si potrebbero rafforzare misure già in vigore.

Gli effetti della pandemia sulle imprese

Il diffondersi della pandemia e le misure di lockdown hanno colpito duramente l’economia italiana: secondo le stime della Banca d’Italia, la caduta del Pil nel 2020 sarà compresa tra il 9 e il 13 per cento. I tempi e le modalità della ripresa restano ancora molto incerti, nonostante il pacchetto di stimoli varato dal governo.

I numeri aggregati nascondono un impatto eterogeneo tra imprese che è importante analizzare per agire efficacemente nel sostenere la ripresa. Esistono tante aziende fortemente colpite dalla crisi e poche che sono state risparmiate. Vi è una terza categoria, su cui l’attenzione è praticamente assente: quella delle imprese mai nate.

Delle imprese colpite si è scritto molto. Tra di esse vi sono le tantissime che hanno ridotto la loro domanda di lavoro, spingendo l’utilizzo della cassa integrazione su livelli superiori a quelli della grande recessione e quelle che soffrono di una profonda crisi di liquidità, che si stima potrebbe interessare tra il 17 e il 33 per cento delle imprese private (il 50 per cento secondo una recente indagine dell’Istat). Per loro è necessario affiancare alle politiche di facilitazione dell’accesso al credito e di sussidio diretto, robuste politiche di sostegno alla capitalizzazione, per far sì che possano “riemergere” con la ripresa economica.

Le imprese risparmiate dalla crisi sono quelle che durante il lockdown hanno continuato l’attività perché i loro prodotti rientravano tra quelli definiti “essenziali” dal Dpcm del 22 marzo e quelle che hanno saputo diventare essenziali, perché hanno riconvertito la produzione ai sensi del decreto legge “cura Italia” (per esempio, in mascherine o respiratori) o perché hanno riaperto in virtù delle deroghe prefettizie.

Vi è poi la categoria delle imprese mai nate. Dall’inizio della pandemia sono state avviate circa 20 mila società in meno rispetto allo stesso periodo del 2019 (figura 1).

Perché dovremmo preoccuparci di questa generazione perduta di imprese? Semplice: perché sono le nuove e giovani aziende a guidare la crescita economica. Tra il 2006 e il 2018, i posti di lavoro dipendente creati mediamente ogni anno dalle nuove imprese sono stati pari al 3 per cento del totale dell’occupazione, sostenendo ampiamente il tasso di crescita degli occupati (in media, l’1 per cento annuo). Le imprese più giovani in genere contribuiscono all’innovazione, portando sul mercato nuovi prodotti o processi, fanno un uso più intenso di capitale intangibile e, grazie alla concorrenza generata dal loro ingresso nel mercato, spiazzano quelle poco efficienti, portando a una crescita della produttività.

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Crollo delle nascite di impresa

Per capire quanto sia rilevante il calo della natalità abbiamo condotto un esercizio controfattuale con un modello di dinamica industriale a imprese eterogenee. Il modello, calibrato sull’economia italiana, incorpora due shock esogeni: uno di offerta nei primi due trimestri di quest’anno, legato al lockdown, e uno di domanda negli ultimi due trimestri, legato all’incertezza e al comportamento precauzionale di famiglie e imprese. I risultati mostrano che nel 2020 la caduta del prodotto sarà soprattutto ascrivibile alla contrazione del fatturato delle imprese esistenti. Il crollo delle nascite d’impresa, stimato all’8 per cento per il 2020, determinerà invece un trascinamento della crisi negli anni avvenire, riducendo di oltre un punto percentuale il prodotto nel 2021 e rallentando la ripresa nel biennio 2022-2023. A partire dall’ultimo trimestre di quest’anno, con il normalizzarsi dei profitti attesi, il tasso di entrata delle imprese ritornerà sui livelli precedenti la crisi. Il lieve eccesso di entrate previsto dal modello, dovuto a salari reali più bassi, potrà limitare solo in minima parte la perdita nel numero di nuove imprese registrato nei trimestri precedenti.

Nei dati non si registra ancora un aumento dei tassi di uscita, ma è probabile, guardando a quanto successo in crisi passate, che lo shock Covid-19 colpirà le giovani imprese anche facendone aumentare la mortalità. Durante la crisi del debito sovrano del 2012-2013, infatti, il loro tasso di uscita è aumentato in modo più significativo e si è riportato sui livelli pre-crisi molto più lentamente, rispetto a quello delle imprese mature.

Gli ostacoli che in generale colpiscono il fare impresa nel nostro paese (elevati costi burocratici, lentezza e incertezza amministrativa e della giustizia, scarsa disponibilità di fonti di finanziamento alternative al credito bancario) – e per i quali si chiedono spesso riforme e interventi – sono particolarmente gravosi per le aziende più giovani. Qui però si intende richiamare l’attenzione sul potenziamento, rapidamente attuabile, di misure già esistenti: da un lato, si potrebbe estendere la platea delle società, cosiddette sponsor, a cui le giovani imprese possono cedere le perdite di esercizio e consentire la cessione anche oltre l’attuale limite dei primi tre anni di attività. Dall’altro, per sostenere le startup innovative, si potrebbero rafforzare ulteriormente le politiche d’incentivo alla raccolta di capitale di rischio, estendendo anche alle persone giuridiche l’aumento della detrazione d’imposta al 50 per cento per le persone fisiche che investono in startup innovative.

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Questa crisi rappresenta un’occasione da non perdere per orientare la politica industriale del nostro paese a favore del segmento più dinamico del sistema produttivo.

* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire agli autori e non investono la responsabilità dell’istituzione di appartenenza.

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Il lavoro? Si trova alla fiera

  1. Henri Schmit

    Articolo interessante. Ho un problema con i programmi pubblici di sostegno della capitalizzazione delle imprese. La via maestra mi sembra l’agevolazione fiscale dell’investitore (privato, qualsiasi, non solo i qualificati; cf. art. Di Tanno e Giannini del 17/06/20 su questo forum). Quando si tratta invece di fondi pubblici da investire in imprese private (cf. l’articlo citato del 25/04/20 su voxeu o quello pubblicato il 01/06/20 da Palmieri e Vella sempre su questo forum) nessuno sa indicare il criterio, né per selezionare le SME meritevoli, né per stabilire il valore delle azioni nuove rispetto a quelle esistenti. Il problema non sussiste, se lo stato compra l’intera azienda dichiarata strategica ….

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