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  1. Filippo Ferrari Rispondi
    Articolo veramente ben fatto e stimolante. Le dinamiche psicologiche e relazionali sono probabilmente l'aspetto più noto ma meno investigato dalla ricerca relativamente all'innovazione, e ignorato dalle policy (vedi gli incentivi all'aggregazione d'impresa, improponibile per jnua PMI famigliare, come giustamente evidenziato da Enrico D'Elia nel suo commento. Per un punto di vista nuovo, che prende in considerazione l'impatto della qualità dei fattori interpersonali sull'innovazione, chi è curioso può leggersi https://revistas.uma.es/index.php/ejfb/article/view/5388
  2. Tarcisio Bonotto Rispondi
    E' vero, le aziende con meno di 15 persone funzionano bene in regime familiare. Quelle con piu' di 15 occupati fino ad un massimo di 500 vanno bene come aziende COOPERATIVE (guardiamo l'esperienza MONDRAGON dei Paesi Baschi), e oltre le 500 unita' o si divide la cooperativa in diversi settori (esempio nel settore automobilistico: una coop per la carrozzeria, una per i motori, una per l'assemblaggio, etc.) Le compagnie telefoniche, poste, autistrade, ferrovie, public companies che lavorano col criterio "ne' perdita, ne' profitto" per mantenere bassi i prezzi. I privati dovrebbero occuparsi di piccole attivita', ristoranti, hotel, etc o del lusso. Questo creerebbe un'economia bilanciata e oiena occupazione, salvo che il paese miri alla AUTOSUFFICIENZAeconomica, come ben evidenziato nel caso dell'emergenza Covid-19.
  3. Enrico D'Elia Rispondi
    Analisi ottima e puntuale. Ne trarrei un paio di indicazioni di policy: 1) Le imprese familiari non hanno bisogno di incentivi agli investimenti e alla capitalizzazione, quanto di capitale umano; 2) Visto che le imprese familiari relativamente più efficienti e resilienti sono quelle piccole, inutile puntare su queste strutture per accelerare lo sviluppo; 3) Gli incentivi alla aggregazione delle PMI non possono funzionare, perché richiedono l'integrazione di famiglie più che di imprese.
  4. Vittorio Serito Rispondi
    Dati estremamente interessanti, su cui temo ci sia ancora molto da approfondire. Alcuni spunti tratti dalla pratica professionale: a) se nella famiglia c'è il capitale umano occorrente, la proprietà famigliare dell'azienda non è un ostacolo alla crescita e all'innovazione, al contrario. b) se il valore dell'azienda è prevalente rispetto al valore del residuo patrimonio famigliare è molto facile che si attivino logiche di conservazione del controllo aziendale-societario, a prescindere dall'effettiva capacità e potenzialità di crescita. c) è un fattore intangibile, ma l'adeguato bilanciamento tra logiche famigliari e logiche aziendali è la chiave del successo o dell'insuccesso della famiglia e dell'impresa. d) l'impresa "testosteronica", proiezione dell'ego dell'imprenditore, ben difficilmente riesce ad avere continuità.
  5. bob Rispondi
    aldilà dei numeri e delle statistiche non possiamo prescindere dalla cultura . Quando dico cultura intendo saper leggere e scrivere quanto meno. La cultura insegna capacità di critica, desta curiosità e voglia di sapere. Inoltre è fondamentale nelle aziende familiari che almeno uno dei componenti faccia esperienze in aziende più grandi meglio se multinazionali. Oggi con la tecnologia accessibile e alla portata di tutti, puoi riportare l'esperienza gestionale in una grande azienda anche nella azienda familiare con i dovuti aggiustamenti. Ma ripeto con la tecnica senza una base culturale non si va da nessuna parte. Per cui il ruolo della scuola è fondamentale. Il "piccolo ma bello" tanto decantato soprattutto in certe aree geografiche, in particolare da una certa becera politica, è il vero fallimento della azienda familiare