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Stranieri, perché regolarizzarli è utile ora*

In tempi di emergenza sanitaria, si torna a parlare di regolarizzazione dei migranti. Andrebbe fatta per molti motivi, legati alla struttura del nostro mercato del lavoro. Un’analisi sulla sanatoria del 2002 ne indica gli effetti positivi per l’economia.

Migranti e lavoro irregolare

L’emergenza sanitaria ha reso più pressante il bisogno di controllare il territorio così da spegnere subito possibili focolai epidemici, come già ricordato su lavoce.info (qui). I migranti irregolari sono un popolazione a rischio: un allarme in proposito arriva dagli eventi della seconda ondata di infezioni avvenuta a Singapore (qui).

Una regolarizzazione contribuirebbe a ridurre la quota del lavoro irregolare, in crescita dal 2003, dopo la più grande sanatoria nel nostro paese, avvenuta nel 2002 (figura 1), e in seguito alla chiusura ai migranti “cosiddetti” economici, che ormai continua dal 2011.

Quali sono le conseguenze di una regolarizzazione generalizzata?

Figura 1 Tasso di irregolarità delle unità di lavoro a tempo pieno in Italia (Ula, Istat).

Negli ultimi decenni, vari paesi hanno attuato regolarizzazioni di massa (ad esempio, il Border Security, Economic Opportunity, and Immigration Modernization Act nel 2013 (S.744) negli Stati Uniti, la riforma del governo Zapatero nel 2006 in Spagna, la regolarizzazione greca nel 2001). Gli effetti legati a una scelta di questo tipo dipendono da molti fattori, ad esempio dai criteri per potervi partecipare (se legata al mercato del lavoro o a criteri generici di presenza nel paese), dalla durata (temporanea o permanente), dal rapporto di sostituibilità o complementarietà tra i lavoratori informali regolarizzati e quelli già dichiarati. È dunque fondamentale analizzare – dati alla mano – l’impatto di politiche di regolarizzazione sul mercato del lavoro di destinazione.

Gli effetti della più importante regolarizzazione in Italia

In una ricerca condotta grazie al programma VisitInps Scholars abbiamo studiato l’impatto della più grande regolarizzazione attuata in Italia nel 2002 e collegata alla riforma delle politiche migratorie, la cosiddetta legge “Bossi Fini”.

La regolarizzazione era legata a criteri inerenti al mercato del lavoro, in quanto era rivolta a individui che avevano lavorato almeno 3 mesi in nero presso un datore di lavoro, e inoltre forniva un permesso di soggiorno temporaneo (2 anni), che poteva essere rinnovato solo se il richiedente era ancora in possesso di un contratto di lavoro.

I risultati principali della nostra analisi mostrano che:

i) le imprese che partecipano alla regolarizzazione sperimentano un aumento occupazionale nel breve periodo, ma l’effetto si riduce nel tempo. Non cambiano i salari pagati dalle aziende.

ii) La regolarizzazione non ha effetti significativi sui colleghi dei lavoratori che vengono regolarizzati – il segmento di forza lavoro verosimilmente più colpito – né in termini di probabilità di occupazione né di salario mensile. Se un piccolo impatto c’è, è solo sui colleghi stranieri che hanno maggiore probabilità di cambiare impresa e soffrono di una riduzione di circa il 4 per cento dei salari mensili.

iii) Nei primi cinque anni dopo la regolarizzazione, la permanenza nel mercato del lavoro formale dei lavoratori regolarizzati è estremamente alta. Circa il 75 per cento di loro risulta ancora regolarmente occupato, sebbene emerga una notevole mobilità, sia in termini di impresa che territoriale: solo il 18 per cento resta occupato nella stessa impresa che lo ha regolarizzato e circa la metà cambia provincia (figura 2). A confronto con i lavoratori nativi e con quelli stranieri in Italia da più tempo, i lavoratori regolarizzati mostrano una propensione a cambiare provincia più alta di circa il 16 per cento. La maggiore mobilità è dovuta, almeno in parte, alle caratteristiche della regolarizzazione: occorreva dimostrare di lavorare già in Italia e il permesso di soggiorno era temporaneo, con possibilità di rinnovo solo se formalmente nel mercato del lavoro.

Figura 2 Probabilità di occupazione dei lavoratori regolarizzati nel settore privato nei cinque anni dopo la regolarizzazione, nella stessa provincia, regione, settore e impresa.

Perché sarebbe importante una regolarizzazione ora?

La crisi legata al coronavirus ha già dimostrato che si può verificare una grande difficoltà nel reperire personale per l’attività produttiva: emblematico è il caso del settore agricolo. Nella fase 2 sarà poi rinforzato il monitoraggio delle condizioni e degli ambienti di lavoro, rendendo verosimilmente più complicato impiegare forza lavoro irregolare. Legalizzare è ovviamente il modo più diretto per rimediare a entrambe le problematiche. È anche bene ricordare che nei settori bloccati dal decreto del 22 marzo la quota di immigrati è più elevata di 4 punti percentuali rispetto ai settori essenziali (nota Inps 2020). Questi lavoratori saranno più a rischio di perdere il lavoro e quindi avranno più incentivi a lavorare nel sommerso per arrivare a fine mese.

Poiché i regolarizzati sono più mobili, sono migliori candidati per rispondere prontamente al dinamismo e alla erraticità delle aperture di posti vacanti in periodo di crisi. E dal momento che rimangono a lungo nel mercato del lavoro formale, tramite gettito fiscale e contributi, possono contribuire alle finanze pubbliche messe duramente alla prova dalla pandemia.

La nostra analisi suggerisce che gli effetti positivi di una regolarizzazione si estendono a tutti i settori dell’economia: difficile quindi giustificare un’apertura limitata solo all’agricoltura. I settori a elevata incidenza di migranti sono tanti (ad esempio, costruzioni, ristorazione, servizi alla persona) e tutti gravemente colpiti dall’attuale congiuntura.

L’assenza di effetti di rilievo sull’occupazione e sulle retribuzioni dei lavoratori autoctoni suggerisce che non ci si deve preoccupare di un possibile spiazzamento dovuto all’immissione di nuova forza lavoro nel mercato formale.

* Le opinioni espresse dagli autori sono esclusivamente personali e non coinvolgono le istituzioni per cui lavorano.

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  1. Franco

    «La crisi legata al coronavirus ha già dimostrato che si può verificare una grande difficoltà nel reperire personale per l’attività produttiva: emblematico è il caso del settore agricolo. Nella fase 2 sarà poi rinforzato il monitoraggio delle condizioni e degli ambienti di lavoro, rendendo verosimilmente più complicato impiegare forza lavoro irregolare. Legalizzare è ovviamente il modo più diretto per rimediare a entrambe le problematiche.» Gli autori considerano il non poter “impiegare forza lavoro irregolare” come una problematica da risolvere?

  2. Fabrizio Razzo

    Premetto l’auspicio che, pur non essendo politicamente corretta , questa nota stavolta venga pubblicata. Non entro nelle technicalities ma non è possibile protrarre il giro vizioso di importare clandestini, foraggiando la criminalità internazionale e le potenti lobbies dell’accoglienza, farli lavorare in prima battuta con condizioni schiavistiche che impediscono l’occupazione degli autoctoni disoccupati, poi farli disperdere sul territorio preda di attività illegali ma ben più lucrose. Con impatto socioeconomico devastante nel medio lungo termine (vedi UK, F, S, B, NL,…..).

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