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Le attività essenziali hanno bisogno degli immigrati

Alcuni settori cruciali della nostra economia oggi sarebbero paralizzati senza la forza lavoro straniera. Spesso sono però anche quelli dove più è presente il sommerso. Per garantire tutele e diritti, il governo dovrebbe pensare a una regolarizzazione.

Lavoratori essenziali e non

Il governo italiano ha adottato una serie crescente di misure per far fronte al rischio sanitario dovuto all’epidemia da Covid-19. Dopo le prime restrizioni parziali, la stretta finale arriva l’11 marzo con la chiusura di tutte le attività produttive, tranne quelle considerate “essenziali”, che includono in larga parte la filiera agroalimentare, il lavoro domestico e di cura e la logistica. La definizione dei settori essenziali è resa ancora più restrittiva dai successivi decreti del 22 e 25 marzo.

Le misure hanno momentaneamente fatto risaltare la “divisione” fra lavoratori essenziali, obbligati a continuare la propria attività anche in condizioni di rischio, e il resto della popolazione che è messa nelle condizioni di rispettare il decreto del governo “Io resto a casa”. Alcune aziende (poche) hanno deciso di riconoscere il ruolo “essenziale” dei propri lavoratori con incentivi monetari, mentre i lavoratori stessi hanno chiesto (come minimo) di essere messi in condizioni di lavorare in sicurezza.

Se si analizza la distribuzione per età e per genere dei “lavoratori essenziali”, si riscontra una prevalenza di dipendenti più giovani nelle attività non essenziali e una maggiore concentrazione di donne in quelle essenziali.

Dove lavorano gli immigrati

Ma qual è la distribuzione dei lavoratori immigrati nei settori considerati “essenziali”? Per esempio, la ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova ha dichiarato, senza giri di parole, che “abbiamo bisogno degli immigrati per portare avanti anche il normale funzionamento della catena alimentare”.

Utilizzando le ultime rilevazioni disponibili della forza lavoro dell’Istat (2019) possiamo analizzare la distribuzione di lavoratori stranieri (di prima e seconda generazione) fra settori e fra attività essenziali e non, così come definite dai codici Ateco utilizzati per regolamentare il lockdown.

Gli stranieri in Italia (qui definiti come individui nati all’estero oppure nati in Italia ma senza cittadinanza) rappresentano circa il 13,8 per cento della forza lavoro maschile e il 15 per cento di quella femminile e hanno una distribuzione occupazionale fra i tre principali settori economici (agricoltura, industria, servizi) non troppo dissimile ai lavoratori di nazionalità italiana. La figura 1 mostra che, rispetto ai lavoratori autoctoni, gli uomini immigrati si concentrano lievemente di più nei settori primario e secondario, mentre le donne si concentrano di più nel settore dei servizi.

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Per quanto riguarda le attività considerate “essenziali”, in generale vi è impiegato circa il 53 per cento degli uomini stranieri, mentre per le donne il dato sale a oltre il 65 per cento. Il dato è in linea con quanto mostrato dall’articolo di Alessandra Casarico e Salvatore Lattanzio per il totale della forza lavoro. Tuttavia, disaggregando fra nativi e immigrati, osserviamo che le donne immigrate sono lievemente più concentrate in queste attività rispetto alle donne nate in Italia (o cittadine del nostro paese), mentre l’opposto vale per gli uomini. In altri termini, il tasso di occupazione degli immigrati nelle attività cosiddette “essenziali” è comparabile a quello degli autoctoni, con un leggero divario di genere.

La differenza di genere (negativa per gli uomini e positiva per le donne) può essere spiegata dalla natura delle attività essenziali, tra le quali rientrano alcuni settori con prevalente presenza femminile (servizi sanitari o assistenza domestica), ma nelle quali anche il sommerso è più diffuso (settore agricolo).

Nella tabella 1 riportiamo la distribuzione dei lavoratori immigrati e nativi fra i settori essenziali, disaggregati per attività specifiche. Emerge che, in termini relativi, gli uomini sono più presenti nel settore agricolo, nel trasporto e magazzinaggio e nella manifattura. Per le donne, spicca la forte concentrazione nei servizi alle famiglie (colf e badanti).

Appare chiaro, dunque, che alcuni settori cruciali della nostra economia sarebbero oggi paralizzati senza la forza lavoro straniera, che però molto spesso è sottoposta a gravissime forme di sfruttamento (si pensi al fenomeno del caporalato nel settore agricolo). Se consideriamo che l’economia sommersa riguarda soprattutto gli immigrati, possiamo ritenere che queste statistiche siano una sotto-stima dell’incidenza dei lavoratori stranieri nei settori essenziali. Da qui nasce la richiesta di molti operatori del settore di regolarizzare gli immigrati e di dare ai lavoratori stranieri pari diritti e pari tutele rispetto ai lavoratori italiani. In altre parole, è necessario far emergere il sommerso e far uscire i lavoratori immigrati – che contribuiscono in modo decisivo in diversi settori strategici – dalla marginalizzazione giuridica e sociale. Se nella crisi da Covid-19 il governo prevede misure economiche annunciate come storiche, è indispensabile che ripensi anche alle politiche migratorie e alla regolarizzazione degli immigrati nell’ottica di aumentare i diritti e contrastare le mafie.

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  1. Cantoretoscano

    Gentili autori:
    Contesto il ragionamento secondo cui se diamo uguali diritti a lavoratori stranieri ed italiani si cancella il sommerso, è un errore perchè non c’è nessun diritto che i lavoratori immigrati regolari non abbiano rispetto ai lavoratori italiani. Regolarizzare quelli che lavorano nel sommerso farebbe si che il sommerso andrebbe a cercare altre fasce deboli da sfruttare, presumibilmente altri immigrati. Quello che è necessario fare non è regolarizzare ma combattere seriamente tutto il mondo del lavoro sommerso, attualmente si fa solo a parole, che è terreno di coltura per mafie di tutte le nazionalità e sfruttamento delle persone.

  2. Marcomassimo

    Il nero è una colonna portante dell’economia italiana, soprattutto al sud; lo è per gli italiani prima che per gli stranieri; questo crea naturalmente delle sacche di sottoccupazione e di sfruttamento che sono semplicemente la norma diffusa di fatto; ovvio che gli stranieri siano più facilmente ricattabili dallo loro condizioni oggettive; lo sfruttamento italiano può essere comunque più appetibile e sopportabile di quello nel paese di origine; e qualche centinaia di euro che qui sono la povertà, in altri paesi possono essere un patrimonio; è la feroce concorrenza al ribasso tipica di certe forme distorte di capitalismo

  3. Oltre al fabbisogno di manodopera nella fase di ripresa economica e al sacrosanto diritto di eguaglianza sociale e politica, regolarizzare 600.000 irregolari senza permesso di soggiorno è anche una necessità sanitaria.
    La paura di emergere li porterà inevitabilmente a nascondere sintomatologie C19 per non perdere il poco lavoro che hanno, non potranno rivolgersi a strutture sanitarie se non per il pronto soccorso.
    Ecco perchè occorrerebbe una sanatoria generalizzata che permetta loro e ai loro datori di lavoro di regolarizzarsi.
    Si calcola che solo alla fine di gennaio siano rientrati in Romania 100.000 rumeni, in prevalenza lavoratrici domestiche.
    Quando rientreremo al lavoro non troveremo domestici disponibili se non attraverso il lavoro nero.
    Questo avvenne nel 2012 con un Governo di centrodestra, non riesco a comprendere perchè, con un governo progressista non si possa fare meglio.

    • Mauro Cappuzzo

      Ma secondo Lei, dopo aver regolarizzato 600.000 stranieri arrivati illegalmente in Italia, in barba a tutte le norme Italiane e internazionali, quanti altri ne arriveranno? Centinaia di migliaia? Milioni? Gli accoglieremo tutti? Forse ci vorrebbe un po’ di buon senso, che non è né di destra né di sinistra.

  4. bob

    Edilizia, agricoltura, ristorazione, assistenza anziani. Cioè i comparti dove l’italiano dovrà tornare. L’elevato numero di abbandoni scolastici, il minor numero di diplomati e laureati, le percentuali di analfabetismo da paura non ci consentiranno di fare altre cose

  5. Fabrizio Bercelli

    Mi sembra fuorviante dire a commento della tabella 1 “Appare chiaro, dunque, che alcuni settori cruciali della nostra economia sarebbero oggi paralizzati senza la forza lavoro straniera”. Ciò discende dai dati della tabella 1 solo combinandoli coi dati generali sulla forza lavoro immigrata: in particolare, presenza degli immigrati (M) nei settori essenziali = 13,9 x 47,3 = 6,6 %. Presenza importante certamente, ma tale da paralizzare qualche settore solo se si concentrasse lì, e questo non viene mostrato. Se non ho capito male.

  6. Giacomo

    Vedo il rischio di promuovere agende politiche che c’entrano poco con la scusa del Coronavirus. Il problema è il nero e lo sfruttamento, regolarizzando gli stranieri essi verranno comunque sfruttati e continueranno a lavorare in nero per un tozzo di pane. E non capisco che cosa c’entrino i Rumeni che, essendo comunitari, possono già legittimamente risiedere e lavorare in Italia.

  7. Enrico Motta

    Nell’articolo si propone come soluzione della necessità di lavoratori nei settori essenziali, la regolarizzazione dei lavoratori stranieri. Ne propongo un’altra di soluzione, non contrapposta ma complementare, cioè l’avvio dei numerosi disoccupati e sottoccupati italiani a questi lavori oggi svolti in buona parte da immigrati. Oltre al risultato di dare un reddito ai disoccupati, si invertirebbe la tendenza a dividere la società in due: gli immigrati che lavorano, e gli italiani che campano di sussidi vari e pensioni. Contrastare quindi la “società signorile di massa”, come la chiama Luca Ricolfi, di cui uno dei pilastri è il lavoro paraschiavistico degli immigrati. A che scopo poi? Per comprare le arance a un euro al chilo? Meglio pagarle un euro e mezzo, ma dare un lavoro dignitoso a chi le raccoglie.

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