logo


  1. Henri Schmit Rispondi
    La diagnosi del problema non è criticabile. Anzi, è una litania che si ripete (utilmente!) da anni. La questione aperta riguarda la cura. L'autore afferma che serve "un salto quantistico" "che tuttavia richiede ingenti investimenti e molta fiducia nel futuro". Giustissimo! Per creare fiducia nel futuro, permettere previsioni pluriennali, incentivare l'investimento, servono REGOLE CERTE E DUREVOLI. In Italia le regole sono incerte, accessibili a pochi, e volatili; non da ieri, ma da quasi 30 anni ogni maggioranza propone delle ricette diametralmente opposte a quelle precedenti. Nessuno investe così. Tutti preferiscono fare tanti piccoli investimenti che si liquidano facilmente. Per creare stabilità e chiarezza non basta invocarla. Bisogna favorirla con istituzioni pubbliche confacenti e con un discorso pubblico appropriato. Senza questo, è tutto fumo e perditempo (o guadagna tempo, a secondo del punto di vista).
  2. Enrico D'Elia Rispondi
    Ringrazio tutti per i preziosi commenti e suggerimenti. Mi permetto di replicare brevemente ad alcuni punti. 1) In teoria le imprese dovrrbbero crescere di più proprio per fronteggiare una burocrazia eccessiva, invece molte norme fissano soglie dimensionali implicite che bloccano lo sviluppo. 2) L'incertezza, che forse è il principale freno alla crescita, si supera solo con una politica industriale forte, condivisa e credibile. 3) Non credo che basti incenivare le imprese condotte da imprenditori più "istruiti": serve una classe dirigente meno familiare e più indeipendente dalla proprietà. 4) Trovo eccellente l'idea di un malus per le imprese che restano troppo piccole dopo aver usufruito di incentivi. 5) Giusta anche l'esigenza di "ecodiversità" per resistere agli shock, ma le "balene" sono indispensabili anche in natura...e generalmente mangiano i pesci piccoli (addirittura i microorganismi).
  3. serlio Rispondi
    Imprese di maggiori dimensioni comoprtano anche minori soggetti fiscali da controllare emaggiori possibilità di competere su un mercato sempre più globalizzato che richiede risorse economiche e maggiori sempre maggiori. Il nanismo delle ns imprese è certamente dovuto alla assurda norma dei 15 dipendenti, che non ha più senso da molti anni, ma resiste ancora grazie al sindacalismo ottuso.
  4. Maria Cristina Migliore Rispondi
    Non mi pare che l'articolo riesca ad argomentare in modo convincente che il problema sia la piccola dimensione. Se questo fattore pesa per il 25%, andrei ad elencare anche gli altri fattori che insieme contano per il 75%, per poi capire dove andare ad intervenire. Ad ogni modo sono d'accordo con il lettore che ha commentato a favore per la 'biodiversità': non dobbiamo per forza essere la Germania. Se gli italiani e le italiane amano essere imprenditivi, aiutiamoli ad esserlo, anche nella piccola dimensione. La micro e piccola impresa fanno parte della ricchezza italiana.
    • ED Rispondi
      La lettrice ha ragione. Nella scomposizione dei fattori che spiegano la diversa produttività la dimensione pesa il 25%, il paese il 4%, il settore il 4%, l'interazione tra i precedenti fattori il 47% e il resuduo il 20% circa. Le politiche dovrebbero dunqe puntare alla crescita dimensionale soprattutto in quei settori che determinanto l'effetto di interazione.
  5. Ubaldo Muzzatti Rispondi
    Salve. Io ho iniziato a lavorare, molti decenni fa, negli uffici di organizzazione del lavoro di una multinazionale italiana, poi sono passato ad una multinazionale francese e poi per due decenni ho girato il mondo per i cd trasferimenti di know how, dall'Europa agli Usa, dalla Russia alla Cima. Alla luce di queste esperienze, e avendo mantenuto l'occhio dell'analista tempi e metodi, posso dire di aver riscontrato una produttività della mano d'opera superiore a quella italiana solo in Svezia! I lavoratori italiani hanno una produttività superiore a francesi, americani, tedeschi, cinesi. Intendo produttività nel senso corretto del termine, ovvero del rapporto tra la produzione ottenuta e le risorse impiegate allo scopo. Ho l'impressione, e non è la prima volta, che si usi in modo improprio il termine produttività, confondendolo, a me pare, già nel titolo con la competitività che è altra cosa. Parimenti io credo, conoscendole molto bene per la lunga frequentazione, che le piccole imprese restino inevitabilmente meno efficaci (incapaci di raggiungere uno scopo), non meno efficienti (con uno sfavorevole rapporto tra risultato ottenuto e risorse impiegate, che invece - in ragione della flessibilità e dedizione - nelle piccole realtà è ottimo). Concordo, invece, che la piccola dimensione delle imprese italiane sia una delle cause della scarsa competitività (non della produttività) e della efficacia d'azione (non dell'efficienza). Non me ne voglia l'autore.
  6. Alessandro Pescari Rispondi
    L'intervento del Dott. D'Elia è senza dubbio condivisibile. Assistendo da oltre 30 anni in particolare le micro imprese, osservo ulteriormente quanto segue: - la cultura d'impresa stenta a comprendere i mutati scenari e le nuove sfide - la strategia aziendale non è doverosamente adottata/pianificata - i modelli operativi/organizzativi non vengono sufficientemente implementati - manca una reale politica industriale (quanto fatto con Industria/Impresa 4.0 è stato stravolto con l'ultima legge di Bilancio e ciò oltre a non dare stabilità, le specifiche misure - sensibilmente ridotte - contribuiscono alla mancata programmazione di nuovi investimenti) - infine il sistema della PA è ingessato/burocratizzato a tal punto che molti imprenditori si chiedono se è davvero il caso di proseguire nell'intrapresa privata. Molto altro vi sarebbe ancora da dire (Giustizia, Fisco, Lavoro, costi dell'energia, ecc..) per constatare che il nostro Paese, nonostante le potenzialità infinite ed inespresse, è condannato a non crescere per limitazioni più di "sistema" che altro.
  7. davide445 Rispondi
    Sono argomenti che si discutono da decenni, in cui a parte i dettagli la stragrande maggioranza che usi un minimo di oggettività é d'accordo sull'esigenza, che però non viene mai realizzata. Immagino convenga a qualcuno avere aziende deboli e ricattabili, prima bisognerebbe risolvere quel problema.
  8. Fausto Rispondi
    Salve! sono IL rappresentante perfetto della trappola dimensionale. Ho delle aziende nel settore della ristorazione, alla quale si applicano norme/burocrazia che a mala pena le grandi aziende riescono ad ottemperare. Basta pensare allo scatto burocratico e legale che implica superare la soglia dei 15 dipendenti... meglio rimanere al di sotto e aprire una nuova società, con duplicazione di sforzi burocratici, contabili, etc. Studi dimostrano che una soglia sensata si aggira intorno ai 35-40 dipendenti prima di far scattare certi obblighi. Rimango a disposizione, e grazie per l'attenzione. Fausto
  9. Vittorio Serito Rispondi
    Alcune brevi considerazioni, in forma schematicissima per cui mi scuso in anticipo: a - produzione normativa (leggi / regolamenti / circolari ecc.) in Italia e negli altri Paesi con cui si raffronta la produttività: verosimilmente l'Italia è la maggiore produttrice di norme, b - costo della produzione normativa: considerando la scarsa attitudine italiana a produrre norme che semplificano, intuitivamente si potrebbe presumere che a fronte di maggiore produzione normativa si abbia anche un maggiore costo aziendale, presumibilmente un maggiore costo fisso. c - tanto più si va su un mondo economico con forti costi fissi e con la necessità di spalmarli su quantità e processi ottimizzati, tanto più un'impresa deve programmare in anticipo i suoi processi e tanto più l'incertezza normativa rende proibitivo tale programmazione e tale ottimizzazione dei processi aziendali. d - le imposte elevate sono solo (in parte) un'alibi, quello che è micidiale per l'impresa, specie piccola, e' l'impossibilità (la forte difficoltà) di potersi programmare e di ottimizzare conseguentemente la propria attività e quindi migliorare la produttività dei fattori impiegati. e - le predette considerazioni dovrebbero potere spiegare molto del divario di recupero di produttività delle pmi Italiane rispetto alle loro concorrenti estere, e parimenti il minore dinamismo in funzione della minore dimensione aziendale.
  10. Francesco Rispondi
    Come dimostrano diversi studi della Banca d'Italia, la piccola dimensione riflette la presenza di caratteristiche strutturali delle imprese (management familiare, ridotto livello di istruzione di imprenditori e manager, scarso uso della delega, ridotta propensione all'utilizzo di sistemi premiali ecc.) che rendono gli strumenti proposti poco efficaci. Occorre pensare a misure che puntino a riqualificare il sistema imprenditoriale "dal basso": sostegno alla creazione di imprese da parte dei laureati/diplomati/dottori di ricerca ecc..
  11. Carmine Meoli Rispondi
    Mi pare che incentivi fiscali alla nascita di nuove imprese anche micro abbiano senso ma a questo punto non solo debbono essere temporanei ma anche accompagnati da « malus » per dimensioni troppo a lungo statiche . Ovviamente vanno rimosse le prescrizioni o innalzati i livelli che condizionano la preferenza per nano imprese sotto altri profili ( legislazione lavoristica e previdenziale ) .
  12. Marcello Romagnoli Rispondi
    La mia esperienza sul campo è che le piccole sono immensamente più innovative e dinamiche di quelle grandi. Il problema mi pare sia più sul lato fondi che non vengono erogati dalle banche. il nostro modello economico è diverso da quello di francia e Germania. Non bisogna essere tutti uguali. La biodiversità è importante anche in questo settore. Sarebbe meglio avere un sistema bancario più attento all'erogazione dei fondi alle attività produttive e meno alla finanza speculativa. inoltre avere uno stato più pronto a difendere gli interessi del proprio sistema produttivo, come fanno Germania a Francia, sarebbe molto auspicabile. Se il problema fosse veramente la dimensione, allora perchè si è proceduto prima allo smembramento poi alla privatizzazione di un sistema industriale pubblico che tanto ha fatto per lo sviluppo economico dell'Italia?