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Sulla produttività pesa la dimensione di impresa*

In Italia le imprese medio-grandi e grandi sono produttive e competitive. Il problema è che sono poche rispetto agli altri paesi. E quelle più produttive impiegano in media circa un terzo degli addetti occupati nelle corrispondenti aziende europee.

La situazione italiana

In un recente articolo del Financial Times la bassa produttività italiana è annoverata come “la” sfida per il prossimo governo. Nonostante la situazione economica sia migliorata dalle elezioni nel 2013, la crescita rimane ancora tra le più lente d’Europa e l’Italia continua ad avere la produttività meno dinamica tra i paesi G7.
A cosa è dovuto? I “soliti sospetti” sono rappresentati da un modello di specializzazione incentrato su settori a bassa produttività e, in misura ancora maggiore, dall’estrema frammentazione dimensionale del nostro sistema produttivo, che rende le imprese italiane decisamente sottodimensionate rispetto a quelle europee. Ma quanto conta la dimensione aziendale nello spiegare il ritardo italiano? In un recente contributo al volume Salari, produttività e disuguaglianze (“Il buono, il brutto, il cattivo: la divergenza nella produttività tra settori e imprese italiane”) analizziamo il legame tra crescita economica e produttività in Italia, evidenziando in particolare il ruolo della dimensione d’impresa anche a parità di settore.
I dati che utilizziamo provengono dal progetto Ocse MultiProd. L’obiettivo del progetto è studiare le cause delle differenze di produttività tra paesi partendo da microdati d’impresa, con una metodologia che restituisce dati armonizzati micro-aggregati a livello dimensionale e settoriale.
L’approccio permette di cogliere l’elevata eterogeneità del sistema produttivo italiano. In particolare, il divario di produttività che penalizza il nostro paese nei confronti internazionali non è rappresentativo dell’intero sistema economico: nel settore manifatturiero, ad esempio, le imprese medio-grandi e grandi sono competitive e mostrano addirittura una produttività del lavoro più alta della media di dieci altri paesi europei (figura 1). Un risultato analogo si ritrova per le grandi imprese di servizi. Sono invece le imprese con meno di 50 addetti, e con meno di 10 in particolare, a risultare molto meno produttive che negli altri paesi europei. Le micro aziende costituiscono però l’82 per cento di tutte quelle del manifatturiero (contro il 67 per cento negli altri paesi europei) e ben il 97 per cento dei servizi di mercato (contro l’85 per cento negli altri paesi europei).
Nel manifatturiero, tra le imprese meno produttive e quelle più produttive il numero medio di addetti passa da circa 4 a 28, mentre va da 15 a 84 nel caso degli altri paesi europei (figura 2). La dimensione media di ogni impresa italiana è molto inferiore alla media dei paesi europei presenti nel campione, a tutti i livelli di produttività. Tra le imprese manifatturiere più produttive, le italiane impiegano solo un terzo degli addetti di quelle degli altri paesi europei. Nei servizi di mercato il quadro è parzialmente diverso: il gap dimensionale delle imprese italiane è più ampio nella fascia più bassa di produttività e si assottiglia in corrispondenza delle unità più produttive.

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Il buono e il cattivo del nostro settore produttivo

Nel sistema produttivo italiano è dunque ancora viva una “questione dimensionale”, che ha nei risultati delle imprese più piccole uno dei nodi cruciali per lo studio della produttività.
Uno sguardo aggregato alla realtà italiana potrebbe però non cogliere l’esistenza di un “buono” nel settore produttivo italiano, ovvero le (poche) imprese medio-grandi e grandi, che sono produttive e competitive. Proprio il sottodimensionamento aziendale italiano è dunque il “brutto” dell’economia italiana, alla cui base giacciono ragioni strutturali e di politica economica, i “cattivi” della nostra realtà produttiva.
Il sottodimensionamento delle imprese italiane è aggravato dal fatto che le piccole soffrono di un ritardo di produttività. Sappiamo da altra evidenza che tali imprese tendono a investire meno in capitale umano, innovazione e capitale intangibile. La distribuzione dimensionale italiana può quindi spiegare il basso tasso di adozione di nuove tecnologie (soprattutto digitali) e, di conseguenza, la divergenza della dinamica della produttività in Italia rispetto agli altri paesi europei.
In questo contesto, il piano nazionale Industria 4.0, che incentiva l’adozione di nuove tecnologie, è un passo nella direzione giusta. Tuttavia, alla luce della struttura dimensionale italiana e dei costi fissi legati all’adozione di nuove tecnologie, si rischia che gli investimenti vengano effettuati per lo più da imprese medio-grandi, riducendo la portata delle politiche (la bassa percentuale di piccole imprese che investono in nuove tecnologie è evidente alla slide 6 qui). Un effetto che potrebbe agevolare una riallocazione dell’occupazione verso le grandi imprese, ma che non risolverebbe il divario di produttività delle piccole o la crescita di quelle poche piccole imprese che sono produttive. Quest’ultima sfida, richiede investimenti complementari in capacità, management e capitale organizzativo per trasformare gli incentivi per nuovi investimenti in effettivi benefici in termini di produttività e innovazione. Alcuni progressi sono stati compiuti con la normativa sulle start-up innovative, il voucher digitalizzazione, gli incentivi alla formazione e i centri di competenza, ma andrebbero ulteriormente rafforzati rispetto agli incentivi per investimenti in capitale tangibile.

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Figura 1 – Produttività del lavoro, quota del numero di imprese e di impiegati per classe dimensionale nei comparti di manifattura e servizi, Italia e altri paesi europei – Periodo 2001-2012

Nota: dati MultiProd, novembre 2016. Settore manifatturiero e dei servizi di mercato (escluse le attività finanziarie). Le classi dimensionali sono definite in base al numero di addetti dell’impresa. La produttività del lavoro è la media in tutti gli anni disponibili per ciascun settore-classe dimensionale; la quota di imprese è ottenuta calcolando il totale numero di imprese in tutti gli anni per ciascun settore-classe dimensionale e poi calcolandone la quota sul totale. La categoria “altri paesi europei” comprende Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Ungheria, Olanda, Norvegia.

Figura 2 – Numero di addetti medio per decile di produttività, Italia e altri paesi europei

Nota: dati MultiProd, novembre 2016. Settore manifatturiero e dei servizi di mercato (escluso attività finanziarie). La variabile rappresentata è il numero di addetti medio in ciascun settore-percentile di produttività del lavoro. La categoria “altri paesi europei” comprende Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Ungheria, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Svezia.

* Le opinioni espresse e le argomentazioni adottate in questo articolo sono esclusivamente degli autori e non riflettono necessariamente le opinioni ufficiali dell’Istat, dell’Ocse o dei suoi paesi membri.

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  1. Savino

    Se non ci fosse stato il provincialismo arretrato all’italiana quando l’economia andava bene……. magari i piccoli si sarebbero uniti e sarebbero diventati più grandi.
    Quello della mentalità resta un problema irrisolto per l’Italia.

  2. Cicci Capucci

    La vulgata nazionale vede nella grande impresa il male diabolico delle lobby giudaico-massoniche mentre la piccola impresa è il bene che perpetua il buon falegname padre di Cristo e Mastro Geppetto padre di Pinocchio. Purtroppo i partiti cavalcano quest’onda e spesso fanno credere che ostacolare, anche normativamente, la grande impresa sia una difesa del benessere pubblico. La realtà è opposta. Se cerchiamo investimenti in ricerca, posti di lavoro per laureati, produttività e competitività globale dobbiamo favorire e incentivare la crescita delle medio-grandi imprese nazionali.

  3. Dizzy Spells

    Ciao a tutti (siete in molti), vi pongo alcuni miei dubbi sulla relazione tra dimensione e produttività che il vostro ottimo contributo non affronta probabilmente per regioni di spazio (a proposito, avete pubblicato su una rivista?). La mia questione è: fino agli anni ’90 gli investimenti e la produttività italiana erano elevati rispetto agli altri paesi nonostante le dimensioni medie delle imprese fossero molto contenute anche allora; non sembra quindi essere solo un fattore dimensionale a determinare il calo della produttività, forse incide anche qualche altro fattore che “impatta” maggiormente sulla produttività delle piccole e medie imprese. Faccio un paio di ipotesi: a) l’introduzione di legislazioni sul lavoro “flessibile” (dalla legge Treu in avanti) hanno reso più conveniente sostituire gli investimenti con lavoro non qualificato, con ovvi riflessi sulla produttività generale; b) l’eccessiva pressione fiscale sul lavoro (cfr. il cuneo fiscale più elevato che in altri paesi europei, ma anche l’incremento generale della tassazione derivante dalla necessità di rispettare i vincoli europei) ha ridotto la capacità di investimento soprattutto delle imprese di piccola e media dimensione. Quanto agli investimenti in management e capitale organizzativo concordo pienamente: qui sì che c’è una relazione – ormai di lungo periodo – tra dimensione e capacità organizzativa

    • arthemis

      @ Dizzy Spells:

      considerazioni un po’ al volo, mi scuso in anticipo per la sintesi sicuramente eccessiva:

      * altri paesi riescono ad essere competitivi pur con un costo del lavoro superiore al nostro, vedasi Germania sopra tutti (da cui la famosa frase, che ha più di un fondo di verità, sugli ingegneri italiani che sono bravi e costano poco..). La nostra tassazione deriva anche dalla necessità di rifinanziare un debito pubblico mostruoso, vedi punto successivo;

      * l’Europa, oltre ai vincoli, ci ha portato a inizio anni 2000 un periodo piuttosto lungo di bassi tassi di interesse: perché le nostre aziende non ne hanno approfittato per fare investimenti e rinnovarsi (e non tutti i governi ne hanno approfittato per ridurre il debito pubblico)?

  4. mauro zannarini

    Quindici anni fà, come consigliere, mi battei perchè Confartigianato promuovesse l’aggregazione temporanea delle imprese associate, per creare dei Distretti diffusi, ma con massa critica tale da aggredire i mercati esteri.
    I vertici non risultarono interessati e molte piccole aziende preferirono coltivare l’orticello e non perdere parte de comando.
    Le piccole spinte dello Stato non muoveranno il masso appesantito da obsolete burocrazie e vecchi padroni.

    • bob

      Zannarini nessuno si ricorda Giacomo Becattini e di quando l’ Italia era un sistema-Paese anche se con distretti diffusi. Da li si doveva partire per creare forse come sostiene Lei, un sistema nuovo innovativo, dove unire la dinamicità del piccolo con la forza e la massa critica dell’aggregazione alla prova del mercato. . Invece abbiamo preferito fare l ‘ Italia regionale , dei ” fenomeni geografici…” ..dei bidelli a posto dei professori, dei faciloni sguaiati a posto dei pensatori. I risultati? Basta vedere le facce di un telegiornale

  5. bob

    “Sulla produttività pesa la dimensione di impresa” . NO! Pesa solo la mancanza di cultura. Attenzione per cultura ancora prima delle tecnologie,della rete e di internet intendo saper leggere e scrive, saper capire e tradurre un articolo di giornale, saper parlare un accettabile italiano altrimenti, come qualcuno vuol far credere non si impara neanche un mediocre inglese. Qualcuno nel Paese senza memoria e senza futuro si dimentica che un “ministro delle Riforme” spese tempo ed energie per introdurre il dialetto nella scuola.

  6. Henri Schmit

    Trovo l’analisi interessante, importante, convincente, ma forse anche un po’ scontata nelle conclusioni. La questione non più misurabile che rimane aperta è la seguente: Perché le aziende non riescono a crescere di più o, più insidiosamente, perché non hanno interesse a crescere di più?

    • Henri Schmit

      Rispondo a me stesso: Per far crescere le imprese serve stabilità, prevedibilità, certezza di alcune condizioni minime, quindi consenso politico su valori, obiettivi, principi. Penso che il dibattito pre- e post-elettorale, i programmi più utopici, i declami più strabilianti, le promesse più incredibili, infine le trattative impossibili per la formazione di una maggioranza artificiosa di un governo inevitabilmente debole illustrino perfettamente perché non conviene né investire in Italia né farvi crescere la propria azienda. Un tema rappresenta tutto il contesto: il dibattito condotto in tutta serietà sulla proposta di una flat tax sul reddito individuale. È colpa del mondo accademico, giornalistico e politico di non aver saputo inquadrare l’idea per quella che è: una vana provocazione, un modello teorico che – nonostante i proclami ambiziosi – nemmeno gli USA di Reagan e di Trump sono riusciti a realizzare. Un paese che perde tempo e energia con sciocchezze del genere non può crescere, non favorisce né la produttività né la competitività delle imprese.

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