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  1. Stefano Sylos Labini Rispondi
    Giusto e come facciamo stando in Europa ? Noi abbiamo proposto la Moneta Fiscale che consente di guadagnare due anni di crescita prima di avere un impatto sul bilancio pubblico degli sconti fiscali e che permette di finanziare la manovra senza chiedere soldi in prestito sui mercati finanziari
  2. Vittorio Stiassi Rispondi
    Quindi, Professore, propone la stessa medicina che pratica da anni il Giappone: tassi d'interesse sottoterra e ampio deficit. Però il Giappone negli ultimi decenni è sceso dal terzo posto per PIL pro capite attorno al ventottesimo e continua a perdere posizioni. Non è stato solo sorpassato dagli altri: il reddito pro capite reale nipponico è sceso del 10-15%. Non mi sembra un grande risultato. Sembra che drogare l'economia funzioni come per gli esseri umani: non è fornendogli altro vino che l'ubriaco diventa sobrio. L'economia non riparte, mentre si distrugge ricchezza. Anche il nostro Paese ha alle spalle decenni di politiche espansive: l'ultimo bilancio in pareggio o avanzo risale ai tempi di Giolitti, credo. Esattamente, quanti decenni di deficit servono perché la domanda venga stimolata? Non le sembra che, anziché drogare l'economia con flussi di liquidità a pioggia, bisognerebbe fare politiche mirate per migliorare la competitività del Paese?
    • Andrea Terzi Rispondi
      Lungi dall’essere una droga, il disavanzo pubblico è fonte di circolazione monetaria. Le banche centrali possono solo fare operazioni di portafoglio immettendo moneta a fronte di acquisti di attività finanziarie, e così influenzando i tassi d'interesse nel tentativo di incoraggiare più debito privato. Il problema (per il quale non esiste una soluzione univoca e una regola condivisa) è come evitare sia l’uso politico / clientelare del disavanzo, che la fissazione di un tetto artificiale e deflazionistico al disavanzo pubblico.
  3. MB Rispondi
    Ma non manca qualche pezzo nel ragionamento? I colossali debiti pubblici che spazio di azione fiscale lascerebbero? Il loro incremento non aumenterebbe il livello dei tassi sul debito sovrano contrastando l’effetto espansivo monetario? Infine, l’argomento di Blanchard è debolissimo ed è già stato confutato anche su questo sito: https://www.lavoce.info/archives/59731/un-economista-nel-paese-delle-meraviglie/
    • Andrea Terzi Rispondi
      Mi limito a considerare che gli Stati Uniti sono usciti dalla Grande Recessione con deficit/PIL superiori al 5% dal 2008 (Q1) al 2014 (Q4) e con un picco al 13,9% deficit/PIl (2009, Q2). Fonte: US BEA.
  4. Samuele Anese Rispondi
    Buongiorno, ho letto l'articolo del professore, al quale volevo chiedere, e scuso la ancata comprensione, per politiche fiscali in funzioni anticiclica cosa si intende? Cosa dovrebbero mettere in atto i governi se ascoltassero il consiglio dei banchieri centrali dal punto di vista fiscale? Grazie Samuele
    • Andrea Terzi Rispondi
      Le soluzioni sono molteplici. In sintesi, la politica fiscale anti-ciclica incoraggia maggiore domanda per consumi e investimenti quando la crescita è troppo bassa (e viceversa).
  5. Cicci Capucci Rispondi
    Mi pare che dati e buon senso contraddicono l' affermazione che ", il calo dei tassi di interesse fa diminuire il reddito percepito dalle attività finanziarie al punto da indurre le famiglie a risparmiare di più". Anzi, vale il contrario. Se i miei risparmi non producono interessi, non vale proprio la pena di accumulare denaro destinato ad essere eroso dall" inflazione.
    • Andrea Terzi Rispondi
      Lei si riferisce esclusivamente a quello che gli economisti chiamano "effetto sostituzione". Ma c'è anche un "effetto reddito". A me il buon senso dice un'altra cosa: che se ho un capitale di 100mila euro, vi attingo più volentieri per finanziare qualche consumo extra se mi rende il 6%. Se il rendimento va a zero, quei consumi extra non me li permetto più (= risparmio di più).
      • Paolo Sacco Rispondi
        Se ho un capitale di 100mila euro investito in btp con la cedola, poniamo, al 4% percepiro' il 4% annuo sul valore nominale dell'investimento indipendentemente dal prezzo di mercato e dal rendimento effettivo che da questo e' determinato. Se il prezzo di mercato del titolo sale il mio rendimento effettivo diminuisce ma non per questo mi sento piu' povero. Se il prezzo del titolo aumenta del 20% il mio capitale aumenta nella stessa misura facendomi sentire piu' ricco. E' l'"effetto ricchezza".
        • Andrea Terzi Rispondi
          La sua è un'obiezione differente da quella a cui ho risposto qui. Lei fa notare che, a tassi più bassi, chi possiede attività si sente più ricco (ed è il ben noto effetto ricchezza). D'altra parte, i risparmi prodotti dai suoi nuovi flussi di cassa li potrà investire soltanto a tassi più bassi (ed è l’effetto reddito di cui parlavo nell’articolo). Il fatto è che la teoria della trasmissione della politica monetaria comprende molti canali e le conclusioni empiriche a proposito dell’efficacia dei tassi sulla domanda aggregata non sono affatto robuste. Per un’eccellente rassegna si veda qui: http://doc.rero.ch/record/308730/files/DianovaV.pdf.
    • Henri Schmit Rispondi
      Aggiungerei che normalmente quando gli interessi sul debito (pubblico e quindi privato) sono bassi i rendimenti sugli investimenti (aziende, azioni, immobili) aumentano, perché il TIR aumenta per merito della leva, gli investimenti crescono, il PIL cresce, l’occupazione, i salari e quindi i consumi aumentano; normalmente è così, ma ora no. Perché i mercati devono fare i conti con la forza: eserciti e dazi. Alcuni paesi crescono però nonostante la crisi di 10 anni fa e i dazi di adesso, mentre altri soffrono di più. Perché? E se fosse almeno in parte colpa dell’inefficienza strutturale di questi paesi? In quel caso la soluzione di politica fiscale non sarebbe di un budget europeo più consistente e l’uniformità delle aliquote fiscali fra paesi membri, ma solo la convergenza delle politiche fiscali nazionali verso obiettivi comuni, una strategia perseguita da decenni dai paesi più performanti. Temo che la speranza in contributi massicci da un budget comune alle economie meno performanti sia un’illusione, che non si materializzerà e che se diventasse realtà sarebbe un grave errore. Non sono un economista, non credo nel liberismo né mi convincono i liberali alla Hayek o i sedicenti liberali italiani. In altre parole penso che tanti progressisti in Europa la pensino più o meno come me. È l’Italia che nonostante i continui cambiamenti di maggioranza continua a perseguire imperterrita la chimera dell’UE insieme colpevole e salvatrice per non dover assumere le proprie responsabilità.